Theory of the Arc of Crisis: Geopolitics and Geostrategy di Tiberio Graziani – parte 1

Redazione OCEAN4FUTURE

14 Febbraio 2024
tempo di lettura: 8 minuti

 

livello medio

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ANALISI
Parole chiave: Archi di crisi, Scontro di civiltà, Ucraina, Striscia di Gaza

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Abstract

L’articolo propone un tentativo di applicare il modello dell’arco di crisi ai due conflitti in corso (Russia – Ucraina e Israele – Gaza) nel contesto più ampio della transizione geopolitica dal sistema cosiddetto unipolare a quello definito multipolare o policentrico. Il modello sembra calzare molto bene nel caso dello scontro tra Mosca e Kiev. La situazione appare più complessa nel caso Israele – Gaza. Tuttavia, l’espansione del conflitto nel Mar Rosso sembra supportare l’ipotesi di applicabilità del modello. Vengono espresse in modo sintetico alcune brevi considerazioni sulla fragilità dell’Unione Europea.

Le due guerre in corso hanno origini diverse e lontane nel tempo.

Le cause della guerra russo-ucraina, se la limitiamo al contesto regionale, potrebbero essere ricondotte ai disordini di Euromaidan 1 nel novembre di dieci anni fa, alla successiva annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, alle politiche attuate contro i russofoni nel Donbass da Kiev e dalle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Al contrario, il conflitto israelo-palestinese, considerando la sola portata regionale, risale alla guerra civile del giugno 2007, quando Hamas riuscì ad assicurarsi il controllo totale della Striscia di Gaza. In realtà entrambe le guerre hanno origini ben più antiche e, soprattutto, non possono essere semplicemente confinate, per quanto riguarda non solo le cause ma anche gli effetti internazionali, alle rispettive dimensioni regionali. Ciò è dovuto agli interessi significativi degli altri attori coinvolti, che sono sia locali che globali.

Il lungo periodo post-Guerra Fredda e il momento unipolare
Lo scontro tra Federazione Russa e Ucraina è una drammatica manifestazione del lungo periodo post-Guerra Fredda seguito al crollo sovietico; per certi aspetti ne segna la fine. Questo dopoguerra è, inoltre, bizzarro e tragico, poiché scandito da una serie impressionante di eventi militari. L’inizio di questo dopoguerra, drammatico quanto la sua conclusione, può essere fatto risalire alle guerre dei Balcani del decennio 1991-2001, culminate nell’operazione Allied Force guidata dalla NATO. Gli europei, ancora sotto l’effetto della breve ma intensa euforia ottimistica legata alla spettacolare caduta del muro di Berlino (novembre 1989), si svegliarono di colpo. Invece di assistere alla “fine della storia” (Fukuyama F., The End of the History? in “The National Interest”, estate 1989, The End of History and the Last Man, 1992), hanno assistito, nel loro continente e per un intero decennio, una sanguinosa guerra civile e le devastanti azioni di due operazioni dell’Alleanza Atlantica, la già citata Allied Force nel 2001 e Deliberate Force nel 1995.

Situato temporalmente alla fine del lungo periodo post-guerra Fredda, l’attuale conflitto tra russi e ucraini è anche una guerra civile tra popolazioni slave e uno scontro tra repubbliche post-sovietiche. Tuttavia, a differenza delle guerre balcaniche scoppiate nel momento più critico del terremoto geopolitico innescato dalla caduta del muro di Berlino, dalla dissoluzione dell’URSS e dal Patto di Varsavia, questa guerra avviene dopo tre decenni di egemonia globale degli Stati Uniti.

La conclusione tratta è che rappresenta un altro esempio dell’incapacità del mondo occidentale, in particolare guidato dagli Stati Uniti, di gestire il cosiddetto “momento unipolare”. Negli ultimi trent’anni, la “Nazione indispensabile” – come orgogliosamente definita dal presidente Clinton nel suo secondo discorso inaugurale il 20 gennaio 1997 (“L’America si distingue come la nazione indispensabile al mondo”) – ha ripetutamente dimostrato tale incapacità. Ciò è stato ampiamente dimostrato nel contesto della guerra al terrorismo e dell’“esportazione della democrazia con le bombe” durante le presidenze Bush. L’esempio più recente? L’abbandono dell’Afghanistan dopo vent’anni di guerra, lasciando dietro di sé un paese devastato e migliaia di morti, feriti e disabili.

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Soldati ucraini su un carro Challenger 2 MOD UK Ukrainian personnel standing atop a Challenger 2 tank.jpg – Wikimedia Commons

L’“Operazione Militare Speciale” – come definita dal Cremlino per l’invasione del territorio ucraino – iniziata il 24 febbraio 2022, costituisce senza dubbio una severa risposta russa alla progressiva penetrazione dell’Occidente nella massa continentale eurasiatica, in particolare all’espansione della NATO verso i confini occidentali dello Stato russo. Si tratta di una risposta prevedibile, considerando il breve conflitto russo-georgiano dell’agosto 2008 e l’annessione della Crimea nel 2014. L’“Operazione Militare Speciale” del 2022 evidenzia l’irrilevanza dell’Unione Europea, in termini di pianificazione della sicurezza, la sua limitata capacità di definire un ruolo geopolitico stabilizzatore distinto nel mondo post-bipolare e, in definitiva, la sua totale e acritica subordinazione agli Stati Uniti – il suo principale alleato – e la NATO.

Questa guerra ci dice, ancora una volta, che l’Unione Europea non sa concepirsi come un’entità autonoma e indipendente dal contesto occidentale dominato dagli USA. Inoltre, non comprendendo o non volendo comprendere l’attuale processo storico, l’UE non riesce a vedere cosa sta accadendo ai suoi confini né a contemplare cosa potrebbe accadere nell’immediato futuro. Di conseguenza, si trova costantemente drammaticamente impreparato e, quindi, moralmente colpevole per almeno quattro disastri che persistono o si sono verificati nelle sue immediate vicinanze:
a) le guerre dei Balcani del 1991-2001;
b) la destabilizzazione della Libia nel 2011;
c) la guerra russo-ucraina del 2022;
d) la guerra israelo-palestinese del 2023,
per non parlare dell’incapacità di trovare una soluzione al grave problema migratorio a oltre tre decenni dal suo emergere.

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Resti di un carro armato T-72BA durante gli scontri di agosto nella guerra nel Donbass – Fonte Giornata televisiva: Donetsk. Numero 13 / DenTV: Donetsk. Numero 13 File:Busted T-72BA near Starobesheve in East Ukraine (2).jpg – Wikimedia Commons

Per quanto riguarda i paesi dell’Europa dell’Est, direttamente e indirettamente coinvolti, il conflitto russo-ucraino ha dimostrato, dopo tre decenni, che le loro classi dirigenti – siano esse politiche, economiche o intellettuali, chiuse nel loro ristretto e miope neo-nazionalismo, non sono stati in grado di elaborare un progetto regionale autonomo né di avanzare una proposta utile al loro specifico ruolo geopolitico e geostrategico nel nuovo contesto emerso dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, caratterizzato dal concomitante processo di globalizzazione. Prese tra la seduzione di Bruxelles e le pressioni atlantiche di Londra e Washington da un lato, e la reinterpretazione e ricostruzione delle loro identità nazionali basata sulla russofobia dall’altro, queste classi dirigenti non hanno colto l’opportunità storica offerta loro dal Crollo sovietico: la possibilità di emanciparsi sia dall’Est che dall’Ovest, per presentarsi come un’area coesa e autonoma, svolgendo il ruolo di perno e cerniera tra i paesi membri dell’Unione Europea e la Federazione Russa. La paura del vicino imponente, percepito come pericoloso e aggressivo (anche se la Russia all’inizio degli anni ’90 difficilmente poteva essere considerata un paese “pericoloso” per i suoi vicini), insieme alle pressioni della NATO, hanno portato questi paesi ad aderire prima all’Alleanza Atlantica e successivamente all’Unione Europea. Le classi dirigenti dell’Est Europa, quindi, hanno fatto la scelta non così sottile di abbandonare un campo – quello russo-centrico – per approdare ad un altro, quello euro-atlantico, perdendo così un’opportunità difficilmente recuperabile: quella di posizionarsi come snodo di scambio e compensazione tra Oriente e Occidente. L’Europa dell’Est, vista in una prospettiva storica di medio termine, è passata dalla sfera d’influenza sovietica a quella atlantica, cioè dalla gabbia del Patto di Varsavia alla gabbia del Patto Atlantico, da un padrone all’altro. Scegliendo il destino di diventare l’estrema periferia orientale del campo occidentale egemonizzato dagli Stati Uniti, questa porzione d’Europa ha scelto di diventare un arco di crisi permanente tra l’Occidente e la Federazione Russa.

Scontro di civiltà: cui prodest?

Certo, si potrebbe obiettare a quanto scritto finora che il conflitto tra Mosca e Kiev rientra in un possibile progetto del Cremlino volto a ristabilire il dominio di Mosca su un territorio appartenuto prima all’Impero zarista, poi all’Unione Sovietica. Anche se nel discorso pubblico russo non mancano certo echi neo-imperiali (peraltro marginali, ma degni di attenzione per la loro forza mobilitatrice), alcuni dei quali venati addirittura di un certo ambiguo spiritualismo civilizzatore che interpreta lo scontro attuale nella fumosa prospettiva escatologica in termini di resa dei conti tra Bene, Luce, Tradizione (Russia ortodossa) e Male, Oscurità, Decadenza (l’Occidente materialista e ateo); tuttavia, questo possibile progetto, questa ipotetica strategia del Cremlino non regge ad una lettura meno emotiva e romantica dell’attualità e ad un’analisi delle sue cause, nonché, in particolare, ad una descrizione più obiettiva e realistica degli attuali “valori” espressi dalla Russia e dall’Occidente. Alcune precisazioni del presidente Putin sulla superiorità valoriale della Russia rispetto all’Occidente – che sembrerebbero a prima vista supportare gli echi neo-imperiali e civilizzatori sopra menzionati – sono riconducibili allo scontro dialettico con i principali esponenti politici dello schieramento avversario (l’“Occidente collettivo”), che equiparano il governo della Federazione ad un’autocrazia nel solco della tradizione zarista, accusano il Cremlino di promuovere teorie oscurantiste e di esercitare un regime liberticida e oppressivo. Più importanti e piene di realismo politico sono le continue dichiarazioni di Putin, a partire almeno dal suo discorso alla Conferenza di Monaco (2007), riguardo alla neutralità delle aree limitrofe alla Federazione per le sue esigenze di sicurezza. Tornando alla presunta volontà del Cremlino di rifondare la Russia imperiale o di una riedizione di quella che fu l’Unione Sovietica, va notato che la narrazione neo-imperiale e civilizzatrice, paradossalmente, diventa funzionale alla strategia nordamericana volta al mantenimento della globalizzazione, egemonia, nonché ampiamente e magistralmente definita dai due testi canonici che sono senza dubbio quelli di Samuel P. Huntington e Zbigniew Brzezinski, autori rispettivamente di Lo scontro delle civiltà e il rifacimento dell’ordine mondiale (1996) e La grande scacchiera, Primazia americana e i suoi imperativi geostrategici (1997).

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Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovich Putin (a sinistra) e il comandante in capo della Marina russa, l’ammiraglio Vladimir Ivanovic Korolev (a destra) alla parata navale principale di San Pietroburgo – Fonte – Autore Ministero della Difesa della Federazione Russa File:Putin and Korolyov.jpg – Wikimedia Commons

Qualora il Cremlino cedesse alla tentazione della narrativa civilizzatrice “neo-imperiale” e – sulla base di questa – operasse delle scelte strategiche, cadrebbe irrimediabilmente nella trappola dello scontro di civiltà, esponendo se stesso e l’intera economia eurasiatica, massa al proliferare delle crisi previste da Brzezinski e al pericolo di frammentazione del suo spazio nazionale e dell’intero continente, lungo linee di faglia religiose ed etnoculturali: finirebbe per realizzare il sogno, egemonico e messianico allo stesso tempo, degli Stati Uniti, ovvero quello di essere la nazione indispensabile, unica dispensatrice di civiltà e di valori.

Fine parte I – continua 

Tiberio Graziani
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Libera traduzione da Theory of the Arc of Crisis: Geopolitics and Geostrategy di Tiberio Graziani  – Fonte 
VISION & GLOBAL TRENDS (“SOCIETÀ ITALIANA DI GEOPOLITICA” PROJECT)

1 nota redazione 
L’Euromaidan (in ucraino ЄвромайданJevromajdan; “Europiazza”) fu una serie di manifestazioni filoeuropee iniziate in Ucraina nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2013, a seguito della decisione del governo di sospendere le trattative per la conclusione di un accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea destinato a diventare un accordo di libero scambio globale e approfondito tra Ucraina e Unione europea. Durante le proteste, avvenute nella capitale, il 30 novembre 2013 si verificò un crescendo di violenza a seguito dell’attacco perpetrato dalle forze governative contro i manifestanti. Le proteste sfociarono nella rivoluzione ucraina del 2014 e, infine, nella fuga e messa in stato di accusa del presidente ucraino Viktor Janukovyč accusato di aver violato e promesse ed essere filorusso. Forse una delle conseguenze più gravi fu la crisi di Crimea del 2014 quando, dopo che nel febbraio 2014 il governo precedentemente in carica venne rimpiazzato da uno in linea coi principi dell’Euromaidan; la Russia intervenne spostando truppe regolari in Crimea, bloccando con le sue navi da guerra il porto di Sebastopoli ai movimenti delle navi ucraine, ufficialmente con lo scopo “di proteggere la popolazione di nazionalità russa in Crimea”. Alcuni stati, tra cui gli Stati Uniti d’America, il Canada, la Francia, la Germania, l’Italia, la Polonia, il Regno Unito e l’organo dell’Unione europea accusarono la Russia di aver violato le leggi internazionali e di aver destabilizzato la sovranità ucraina. 

 

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PARTE I PARTE II
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