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NO PLASTIC AT SEA

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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Un punto di situazione sulla Libia – parte I

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: LIBIA
parole chiave: Mar Mediterraneo

 

Libia è una parola che desta inevitabilmente un flusso di reminiscenze; la velocità con cui queste si affacciano alla memoria, tuttavia, non permette di mettere a fuoco una serie di aspetti altrimenti vittime dell’oblio indotto dall’abitudine.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è LIBIA.jpgStoria, dimensioni geografiche, geopolitica vengono accantonate per lasciare l’intera scena alla panoplia delle risorse disponibili, senza ricordare che ciascun aspetto è vincolato all’altro in una trama indissolubile, tanto più coinvolgente se si rammenta il legame esistente con il nostro Paese e la liaison con il riflesso ottomano dell’odierna Turchia. La Libia è un’invenzione politica di un’Italia un tempo capace di aggregare tre macro-aree geografiche da sempre poco compatibili. Checché se ne dica la storia possiede un’inevitabile ciclicità, indispensabile per poter comprendere il tempo attuale così da evitare, magari, i soliti maledetti errori. È la storia che richiama alla memoria presenze e partecipazioni che ora latitano; non bastano abilità commerciale e tecnica: specialmente in Libia occorre la politica con tutti suoi strumenti, con le sue proiezioni di potenza e con la cura della preservazione di equilibri di volta in volta sempre più complessi. Il fatto di essere stata sbrigativamente definita uno scatolone di sabbia, non ha privato la Libia di una rilevanza geopolitica intrinseca che ha sempre attirato interessi egemonici.

Il problema nell’infrangere gli equilibri è però temporale, riguarda sempre il dopo; i bombardamenti anglo-francesi del 2011 hanno dato il via ad una rivoluzione che, di fatto, non ha trovato soluzione. Se da un lato l’Occidente ha scoperchiato un vaso di Pandora, dall’altro i vari cessate il fuoco sono stati espressione di una classe dirigente non all’altezza delle contingenze. La Libia odierna è un paese con grandi potenzialità ma esausto e demotivato; gli investimenti sono rari, insufficienti, l’economia in sofferenza. L’ingerenza straniera è dunque da addebitarsi alla fragilità dei governi libici, privi di qualsiasi visione strategica; in questo contesto il winner takes it all assurge a principio pericolosamente indiscutibile.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Crescita_del_territorio_della_Libia.jpg

Del resto, è proprio la posizione geografica libica a costituire una sorta di infausta benedizione; occupare il centro del bacino mediterraneo non ha portato benessere, ma un inappagato desiderio di potere commerciale da parte di potenze straniere desiderose di punti d’appoggio. Circa il 93% delle risorse petrolifere e gasiere è ubicato nelle aree onshore della Sirte ad est e in quelle del Murzūq ad ovest; le più importanti infrastrutture per la gestione dei flussi energetici si trovano nell’oil crescent del Golfo della Sirte ed in misura minore di fronte alla Tripolitania.

La Libia è fisiologicamente destabilizzante e l’assenza politico militare statunitense ha aperto le porte ad attori statuali e non; dalla deposizione di Gheddafi il Paese ha vissuto diverse fasi di una guerra civile caratterizzata da interferenze esogene [1] che hanno agevolato l’affermazione delle milizie locali, formazioni che di estemporaneo ormai hanno poco o nulla. Oltre alla competizione geopolitica, la Libia ha offerto spazio anche al confronto ideologico sull’Islam politico, con un centro politico debole e periferie ribollenti, che ha visto protagonisti da un lato Turchia e Qatar e dall’altro Egitto, EAU, Arabia Saudita e Bahrain. Mentre un aumento dell’influenza egiziana sulla costa orientale agevolerebbe le migliaia di lavoratori del Cairo lì residenti, gli EAU puntano ad indebolire la Fratellanza Musulmana ed al contempo a mantenere in sicurezza gli attracchi di Bengasi e Tobruk, porte commerciali per MO e Corno d’Africa.

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I militanti, secondo quanto riferito dalla milizia di Misurata, preparano le armi e le munizioni prima di dirigersi in prima linea per unire le forze a difesa della capitale, a Tripoli, in Libia, l’8 aprile 2019. Il comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA) Khalifa Haftar il 4 aprile ha ordinato forze a lui fedeli per prendere la capitale Tripoli, detenuta da un governo di unità nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite, suscitando timori di un’ulteriore escalation nel paese. Le Nazioni Unite hanno affermato che migliaia di persone sono fuggite dai combattimenti a Tripoli, mentre il ministero della salute ha riferito che 25 persone, compresi i civili, sono state uccise nei combattimenti. La situazione continua a non essere risolta APE/STRINGER

La Russia, grazie al Gruppo mercenario Wagner, ha cercato di assumere il controllo delle risorse energetiche, dei porti, delle basi mediterranee, per lo meno fino alla deflagrazione ucraina; la sua presenza, soprattutto se posta in relazione agli eventi ucraini, rappresenta tutt’ora una minaccia per gli interessi europei soprattutto nell’area che va dal Maghreb al Sahel, come hanno ben inteso i Francesi[2].

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A tutti questi attori si attaglia perfettamente una battuta iconica del film Operazione sottoveste, dove uno dei protagonisti, convintamente, afferma che nel torbido si pesca sempre meglio. Per la Turchia, che ha rivelato capacità analitica e di visione aggressiva, la geopolitica libica nel Mediterraneo e nel Maghreb è di particolare rilievo; non a caso già dal 2019 Ankara è intervenuta nella guerra civile in corso contribuendo al mantenimento del controllo di Tripoli e facendo retrocedere le forze ostili fino al Fezzan e alla Cirenaica, manifestando un interesse inedito per zone storicamente trascurate, intendimento confermato da Mevlüt Çavuşoğlu, ministro degli Esteri turco.

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soldati turchi in Libia

La Libia fa parte di un disegno più ampio che vede la Turchia quale tessera base di bilanciamenti globali, così come dimostrato più di una volta nel corso dell’aggressione russa all’Ucraina; da non dimenticare il controverso protocollo d’intesa stipulato tra Ankara e Tripoli per la delimitazione delle ZEE, generatore di un corridoio marittimo tra i due paesi. L’accordo, ritenuto in patente violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), è stato poi rigettato dal parlamento di Tobruk ed annullato dalla Corte suprema libica nel gennaio 2021. Tra la Turchia, accusata di espansionismo alimentato dai giacimenti offshore dell’area di Cipro e dalla dottrina del Mavi Vatan [3], e l’ira della Grecia, pressata da Ankara direttamente da est, indirettamente da sud-ovest e dall’area albanese da nord, la Libia si è trovata quale vaso di coccio che ha rinunciato ai suoi interessi per agevolare lo strumento militare di Ankara. Se è vero che la Turchia ha guadagnato un’insperata centralità politica grazie alla guerra in Ucraina, gli USA potrebbero valutare quale strada percorrere: la prima consistente in un alleggerimento del contenimento del potere marittimo turco, la seconda fondata sul logoramento indotto dal power in being con la Grecia, teorizzato da Gürdeniz, in competizione con l’ammiraglio Cihat Yaycı, convinto della possibilità turca di ribaltare la competizione mediterranea. L’amministrazione Biden, certamente non brillante nell’ultimo tour mediorientale, potrebbe reiterare la politica del disimpegno à la Trump, benché troppo concessiva per Turchia, Russia, Egitto ed EAU, problema ovviabile con una forza di interposizione internazionale priva tuttavia di personale europeo e dei paesi del Golfo, troppo coinvolti nella storia libica più recente. Anche la Cina, spinta dai suoi interessi commerciali potrebbe svolgere un suo ruolo intervenendo su Arabia Saudita ed Egitto. L’Europa, in mancanza di una strategia politica coerente e condivisa, ha confermato le faglie esistenti tra Bruxelles, Berlino, Parigi, Roma, evidenziando approcci diversi e spesso contraddittori. Vale la pena rammentare le difficoltà palesate dalle NU bloccate da idiosincrasie congenite, aggravate dalla discutibile politica di Parigi, da un lato aderente alle iniziative del Palazzo di Vetro e dall’altro addestratrice delle milizie di Haftar al cui fianco ha inviato, Ça va sans dire, le proprie forze speciali. Quale evoluzione, la relativa stabilizzazione degli interessi economico-politici libici ha consentito agli attori locali di manipolare i vari domini di livello egemonico superiore. L’elezione di Dbeibah, l’accordo sul licenziamento del presidente della National Oil Company (NOC), Sanallah, come anche la nomina di un premier alternativo a quello di marca onusiana, sono stati determinati da attori libici grazie al disimpegno dei principali paesi coinvolti nelle vicende del paese nordafricano. Se la Fratellanza Musulmana libica è sfibrata, le correnti salafite sono frammentate, chiaro riflesso della struttura politico sociale libica, con dinamiche regionali e locali prevalenti su quelle a carattere nazionale: i leader puntano più a consolidare il proprio potere concreto che non a diffondere il verbo ideologico secondo un refrain già caro a Gheddafi, che definiva gli islamisti degli zanadiqa, degli eretici. Oggi in Libia la nouveau elite al potere è disprezzata da un popolo che non si rispecchia, né può farlo, in una classe politica incompetente. Di fatto, in Libia, la Fratellanza non è mai riuscita ad intessere un’unica trama tra welfare e predicazione, tanto da ispirare affiliazioni più vicine alla tunisina Ennahda che al movimento dell’egiziano Morsi. Visto che le varie componenti radicali, da Al Qaida al Libyan Islamic Fighting Group [4], non sono riuscite a definire una strategia comune, una volta dissolti i punti di riferimento, nel 2021 è stato palmare assistere alla nascita di una ONG, la Revival and Renewal Association, in luogo dell’originaria organizzazione politica. Da non sottovalutare in Tripolitania, tuttavia, l’insorgenza della corrente ultraortodossa salafita madkhalita, agevolata dalla ricomparsa politica del Qatar.

Fine Parte I – continua

Gino Lanzara

 

Note

[1] Egitto, EAU, Gruppo Wagner collegato al Cremlino, combattenti siriani pro-Assad, milizie sudanesi e ciadiane hanno sostenuto Haftar nell’espansione del controllo oltre Bengasi, Cirenaica fino a Tripoli. Contro: Turchia, Qatar.

[2] La Russia applicherà il suo potere di veto per opporsi a qualsiasi decisione sfavorevole alla sua leadership. 

[3]Patria Blu, teorizzata dal 2006 dall’ammiraglio Cem Gürdeniz e volta alla definizione degli interessi turchi nel Mediterraneo.  Si inquadra come reazione all’iniziativa di Cipro, Grecia, Israele, Italia, Giordania, Egitto e Palestina del 2019 per creare un Forum del gas del Mediterraneo dell’est.

[4] Anche Ansar al-Sharia, principale protagonista della sharia a Bengasi, Derna e Sirte, ha dovuto prendere atto della sua scarsa capacità aggregativa e di capacità più ridotte a fronte di quelle di gruppi più numerosi e radicati.

 

 

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