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Neo-ottomanesimo e profondità strategica

Reading Time: 4 minutes

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livello medio
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO 
AREA: TURCHIA
parole chiave: Neo ottomanesimo, Erdogan, Turchia
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L’immagine corrente del Medio Oriente è quella di una regione instabile attraversata da incontenibili bagliori rivoluzionari, e sul cui terreno si scontrano istanze moderniste e tradizionalismi islamici. L’impasse finanziaria che negli ultimi anni ha fiaccato le principali economie occidentali, costringendole a ritirarsi dalla regione, ha agevolato l’emersione di altri soggetti geopolitici, tra cui la Turchia, anelante a riappropriarsi del proprio ruolo storico. La politica estera di Ankara, grazie alle linee tracciate dalla profondità strategica di Ahmet Davutoğlu, ha assunto una posizione significativa. Seguendo una declinazione, che richiama un modo di vivere e di pensare, tradotto poi in ideologia politica, la Turchia di oggi sembra volersi rispecchiare nella sua immagine sultanale.

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Le ambizioni turche
Malgrado il lemma neo-ottomanesimo induca ad una certa prudenza, definisce comunque le ambizioni geopolitiche turche, a partire dall’ascesa di Turgot Özal, nel 1983, e ora incarnate dal governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp). Un Partito catalizzatore dell’incontro tra il progresso e un’identità storica data per erosa dalla politica kemalista dei primi sessant’anni anni repubblicani.

Una politica tendente a convertire al laicismo l’anima sunnita, recuperata alla dimensione turco-islamica grazie a un processo politico-sociale condotto dal Presidente Erdoğan. Da un’altra ottica, ErdoğanDavutoğlu (primo ministro della Turchia dal 28 agosto 2014 al 24 maggio 2016) non hanno proceduto a una islamizzazione ortodossa all’iraniana, quanto ad una riconciliazione con l’Islam e ad una revisione del laicismo kemalista.

Operazione che ha comunque indebolito il potere detenuto dai militari, custodi istituzionali della laicità dello Stato, e ha condotto ad una revisione della politica estera turca, ora più distante dall’Unione Europea e, apparentemente, da Israele, con avvicinamenti a Russia e Cina, e attriti con l’occidentalità espressa dalla Nato. Si tratta di una concettualizzazione elaborata in ambito accademico, e si fonda sull’idea che l’Islam sia elemento utile al rafforzamento dei valori nazionalisti. Secondo una dinamica che tuttavia depotenzia qualsiasi afflato secolare, e accantona il multiculturalismo, acuendo gli scontri etnici, per esempio con l’entità curda e, già in passato, con quella armena.

L’Ottomanesimo si evolve nel tempo
Da principio politico culturale di aggregazione e relativa tolleranza, diviene base, dal 1800, della difesa a oltranza dei principi islamisti e identitari. Si può, dunque, analizzare la situazione su due piani differenti; geo-politicamente, non geo-economicamente, la Turchia ora segue i principi sia della profondità strategica di Davutoğlu sia del Mavi Vatan (la “Patria Azzurra” che va dal Mar Nero al Mediterraneo orientale, dal Mar Rosso al Golfo Persico) dell’ammiraglio Gürdeniz, ispirandosi a una politica di proiezione di potenza che la avvicini ai fasti della Sublime Porta.

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Ammiraglio Gürdeniz

Culturalmente prende le distanze dai principi originari del processo identitario dei Tanzimat (il complesso delle riforme avviato nel diciannovesimo secolo nell’Impero Ottomano), interpretato dal sistema amministrativo dei millet (comunità religiose non musulmane residenti nel territorio ottomano e allo stesso tempo il sistema di governo amministrativo di tali comunità) per cui tutti i cittadini godevano dello stesso status, allontanandosi dunque da qualsiasi accezione liberale e pluri-confessionale.

Proprio sotto questo aspetto assume rilevanza storica l’aspirazione di Özal, proteso alla formazione di una società sostanzialmente democratica e multiculturale, ispirata al paradigma del crogiolo delle mescolanze etniche e religiose statunitense. La più completa realizzazione del neo-ottomanesimo consiste, quindi, nel recupero dell’eredità ottomano islamica, dove l’Islam da fattore destabilizzante diviene elemento aggregante, e vi associa una politica estera di soft power di particolare attivismo negli ex territori imperiali.

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Si è, tuttavia, smarrito il senso dell’assunto principale che proclamava l’assenza di problemi con i Paesi vicini, continuando a puntare al recupero del rapporto con l’Islam degli ulama, con confraternite sufi e con movimenti islamici, con il supporto alla Fratellanza Musulmana, e coltivando elementi di pan-turchismo e di turanismo (l’unione dei popoli ugro-finnici o turanici, cui è particolarmente interessata l’Ungheria di Orban). Evidente anche la maggiore assertività della politica estera grazie a un rinnovato hard power, sostenuto da un’incentivata spesa militare e da una produzione autoctona di armamenti, unitamente alle proiezioni in Libia, Siria e Nagorno Karabakh.

Le decisioni assunte dall’Akp, pur sostenute inizialmente da un ampio consenso, discostandosi dalle utopie di Özal, sembrano tuttavia aver cominciato a trovare punti negativi di impatto politico ed economico; malgrado il successo (non plebiscitario) del referendum costituzionale del 2017, gli ultimi risultati elettorali, con il successo di candidati non governativi, hanno cominciato a far emergere punti di faglia, con sullo sfondo una crisi economica latente e in via di peggioramento, dovuta a determinazioni presidenziali poco inclini a politiche monetarie tecnicamente valide ma di scarso appeal propagandistico; tutte azioni, specialmente quelle in territorio estero, che mirano a sfruttare internamente un radunarsi attorno alla bandiera positivo per un regime che non si percepisce sicuro.

Conclusioni
Anche senza Erdoğan, la Turchia avrebbe comunque tentato di rianimare i fasti ottomani, dati i precedenti politici di Erbakan, mentore di Erdoğan, e la complessità ideologica pan-turca e turanista che sottende la politica di Ankara. Spiccano, infine, diverse criticità: una democrazia in anossia, difficili relazioni con le monarchie del Golfo, i rapporti con Iran e mezzaluna sciita, la polarizzazione tra laici e tradizionalisti islamici. Incombente rimane la presenza kemalista, sia pur indebolita, delle Forze Armate.

Gino Lanzara
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