Il problema petrolifero italiano – parte II

gianluca bertozzi

13 Agosto 2019
tempo di lettura: 6 minuti

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livello medio
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: ITALIA
parole chiave: politiche petrolifere

 

Carburanti autarchici
Dallo studio dei piani autarchici risulta abbastanza evidente che chi li redasse, al di là della retorica del periodo, aveva in mente scopi diversi da quello di rendere il Paese autosufficiente in guerra. Questo obiettivo era irraggiungibile in quanto, a differenza delle altre potenze dell’epoca, l’Italia era ovviamente priva di risorse naturali abbondanti e mancavano sufficienti terreni agricoli. Cosa rilevante perché ogni ettaro devoluto a coltivazioni industriali (fibre tessili semioleosi per lubrificanti, piante alcooligene) veniva sottratto a quelle di piante destinate all’alimentazione.

L’obiettivo, considerato allora raggiungibile, era la riduzione delle importazioni estere per riequilibrare una bilancia commerciale sbilanciata a favore delle importazioni.

Il Regno d’Italia aveva sempre avuto una bilancia commerciale passiva ma la presenza di rilevanti partite invisibili (rimesse, emigranti, turismo, noli mercantili) aveva sempre riequilibrato la bilancia permettendo un lento accumulo di capitali che lentamente aveva permesso la prima industrializzazione. Dopo lo sconquasso della prima guerra mondiale il meccanismo aveva ripreso a funzionare e, unito a consistenti capitali americani, aveva accelerato il progresso.

La grande crisi del ’29 ruppe questo equilibrio
Ad esempio nel 1929 le importazioni assommarono a 21303 milioni di lire mentre le esportazioni a 14767 milioni (deficit riequilibrato 6100 milioni di partite invisibili). Nel 1934 le esportazioni erano calate a 7790 milioni e le importazioni a 5244 milioni mentre le riserve auree a 5883 milioni,  con un contestuale crollo delle partite invisibili a circa un miliardo. Nei vari Paesi si elevarono le barriere doganali (si pensi solo alla quasi chiusura dell’Impero britannico con le clausole della preferenza imperiale del 1931 che tolse dal commercio mondiale quasi un quarto dei consumatori). Inoltre, il blocco dell’immigrazione e del movimento dei capitali aggravò la situazione di un Paese come l’Italia che, a fronte di numerose importazioni, vedeva ridursi i mercati per i propri prodotti senza possibilità di vedere via d’uscita.

Senza cercare giustificazioni, l’aggressione all’Etiopia fu anche un tentativo di creare un area imperiale italiana riservata, similare a quelle francesi ed inglesi, che appariva in grado di fornire prodotti che normalmente l’Italia importava dall’estero per più di un miliardo (cotone, caffè, pelli, semi oleosi); cosa utile per ridurre gli esborsi di valuta. Nel 1937, quando vennero tolte le sanzioni, tale obiettivo era ancora ben lontano e la bilancia commerciale era ancora più sbilanciata (13943 miliardi di importazioni contro 10823 miliardi di esportazioni).

Per reagire a questa situazione venne impostato un programma autarchico su più punti:
– la ricerca di una autonomia alimentare con eliminazione delle onerose importazioni di carne, pesce e cereali;

– l’aumento di un buon 50 % della capacità produttiva industriale finanziata dallo Stato con importazione di macchinari e tecnologie estere per sostituire le importazioni di prodotti finiti con quella meno onerosa di materie prime (obiettivo raggiunto per il 1941 e che fu alla base della ripresa postbellica che poté usufruire di impianti più moderni ed efficienti di quelli anteguerra).

La perdita del 10/20 % della capacità produttiva industriale nel ’45 a seguito della guerra va riferita al picco del ’41. In realtà l’industria italiana a tale data era del 30/40 % superiore a quella del 1938 e poté sfruttare la riapertura dei mercati e la disponibilità di materie prime assicurate dal nuovo ordine mondiale.

In quegli anni venne pianificato:
– il potenziamento della marina mercantile fino a 6500000 tsl (legge Benni che finanziava la costruzione in dieci anni di 3 milioni di tsl);
– la modifica del sistema scolastico per fornire tecnici e operai alle nuove industrie (riforma Bottai);
– lo sfruttamento intensivo delle materie prime nazionali per ridurre le equivalenti importazioni estere (i risultati furono altalenanti passando dal pieno successo a situazioni deficitarie col risultato peggiore proprio nel settore militarmente più rilevante ovvero quello dei carburanti).

Per quanto riguarda i carburanti fu prevista una produzione nel 1941 di carburanti equivalenti a 700000 tonnellate di benzina su un fabbisogno di 3000000 tonnellate (il residuo doveva essere colmato da importazioni da Romania, Messico e Iraq). Tale risparmio doveva essere ottenuto miscelando la benzina al 20% con alcool a 100 gradi con un risparmio di 120000 tonnellate annue di benzina. La capacità produttiva dell’industria italiana era ampiamente sufficiente ma la grave carenza di materie prime, segnatamente barbabietole che non potevano essere distolte dalla produzione di zucchero già grandemente deficitario, e il grande consumo di alcol per varie produzioni industriali, ridusse nel ’39 la produzione di alcool etilico carburante a 20000 tonnellate (dal picco di 60000 t del 1934) integrato da 1250 t di alcool metilico da saccarificazione del legno. Non ho reperito dati sulla produzione successiva tranne che, nel 1941, la produzione di alcool metilico era salita a 16000 tonnellate.

auto a carbonella

L
La conversione di 2.000 autoveicoli a metano avrebbe dovuto permettere il risparmio di 10000 tonnellate di benzina; in questo caso la produzione di metano fu ampiamente superiore a quella prevista e fece ampliare a 12000 gli autoveicoli da convertire. Ne risultano convertiti 9400 nel 1942, con un risparmio in quell’anno di 47000 tonnellate di benzina. L’ulteriore conversione di 6000 autoveicoli a gassogeno (le famose auto a carbonella che, al di la dell’ironia, erano molto diffuse anche all’estero specie in Francia che ne sperimentò applicazioni in campo ferroviario navale e persino aeronautico) permise il risparmio di ulteriori 30000 tonnellate di  benzina annue.

L’elemento portante della pianificazione fu la creazione dell’ANIC (azienda nazionale idrogenazione combustibili) che dopo l’acquisto delle più moderne tecnologie in materia di idrogenazione costruì due modernissime raffinerie a Livorno e Bari con una capacità di lavorazione di 660000 tonnellate di greggio annuo che avrebbero fornito 639000 t di prodotti raffinati (si prevedeva di portare entro il 1942 la capacità di lavorazione a 1150000 t). Per alimentare queste raffinerie si pianificò la produzione in Italia di 15000t di petrolio annue (reale 12000 tonnellate circa) integrate da 300000 tonnellate di petrolio albanese annue entro il 1941 da portare a 500000 nel 1943. La guerra rallentò il completamento degli impianti riducendo la produzione a 150000 tonnellate annue. Essi vennero completati subito prima dell’armistizio e produssero, secondo i Tedeschi un milione di tonnellate in un anno.

Le delusioni peggiori furono:

– la presenza di rilevanti giacimenti di rocce asfaltiche impegnate al 10 % di idrocarburi, specie in Abruzzo e a Ragusa, fece sperare di ottenere dai giacimenti ragusani 100000t di oli greggi (secondo la Treccani la potenzialità era doppia). In realtà nel 1941 non si andò oltre le 4500 tonnellate;

– in Abruzzo nel 1941 (extra piano autarchico) fu costituita la società Alba (azienda lavorazione bitumi e asfalti) che pianificava di riuscire a produrre 100000 tonnellate annue di greggio ma che all’armistizio aveva solo individuato le aree estrattive e iniziato a costruire lo stabilimento.

Infine, il simbolo stesso della benzina sintetica, la produzione da combustibili solidi. L’Italia era gravemente carente anche di essi e, a differenza della Germania che ne abbondava, dovette limitare molto la pianificata produzione per non sottrarre combustibili ad altre lavorazioni. Si sperava di ottenere da essi 185000 tonnellate di benzina annue.

Nello specifico:
– 50.000 tonnellate dall’idrogenazione presso l’ANIC di catrami ottenuti dalla distillazione di ligniti del Valdarno (produzione non effettuata perché gli impianti di distillazione non furono mai costruiti dai proprietari delle miniere che trovavano più conveniente vendere direttamente la lignite di cui c’era comunque disperatamente bisogno);

– 35.000 tonnellate da ottenersi con sintesi fischer tropsch di ligniti presso la ditta SICS (società italiana carburanti sintetici) di San Giovanni Vadarno, ditta che nel 1943 aveva completato solo parzialmente l’impianto;

– 35.000 tonnellate da un impianto similare che la parastatale ALI (azienda ligniti italiana) avrebbe dovuto costruire a Cosenza, per sfruttare le ligniti lucane. Anch’esso non fu  completato.

Oltre a questi impianti extra piano fu progettato un impianto sempre da 35000 tonnellate annue dalla società Carpineto, rimasto poi sulla carta.

Unica realizzazione operativa un impianto di distillazione del carbone Sulcis costruito nel 1939 con soldi pubblici sull’isola di Sant’Antioco che produceva annualmente 10000 tonnellate di catrame che, portato all’ANIC, permetteva di produrre 4000 tonnellate annue di benzina.

Di tutto questo lavoro, apparentemente inutile, rimase comunque l’acquisizione di buone conoscenze tecnologiche nel campo della raffinazione e nella trazione a gas e l’impiego industriale, conoscenze che costituirono alcuni dei punti di forza della ripresa postbellica.

Fine parte II – continua

Gianluca Bertozzi

 

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