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La difficile arte del combattimento navale all’epoca di Azio, si fa presto a dire speronamento di Nicola Zotti

Reading Time: 6 minutes

livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: VII – II SECOLO A.C.
AREA: ROMA
parole chiave: rostri, guerra navale

 

azio02

Potrei raccontarvi, e forse dovrei, lo svolgimento della battaglia di Azio, ma preferisco intrattenervi sulla difficoltà della guerra navale in quell’epoca. I primi rostri navali avevano forma di una punta affusolata. Verso la fine del VII secolo si affermò un nuovo modello che divenne ben presto lo standard di quel periodo; terminante con una testa schiacciata, simile al muso di un cinghiale, era progettato per assestare un colpo dirompente al fasciame dello scafo avversario senza penetrare al suo interno.

asse romano con prora di nave che mostra il rostro

asse romano con prora di nave che mostra il rostro

Durante le Guerre del Peloponneso, il rostro assunse la forma che avrebbe mantenuto nei secoli: una testa composta da tre alette orizzontali incrociate al centro con una solida sezione verticale. Era la forma ideata per sferrare un colpo a martello, capace di concentrare una forza enorme in una zona molto ristretta e, al contempo, di non penetrare nello scafo tanto da non poter più essere estratta.

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Rostro romano della battaglia delle Egadi 241 a.C. conservato al museo Pepoli di Trapani

I rostri “alettati” erano progettati per tagliare il tavolato e le travi longitudinali lungo le loro giunzioni, e di farlo rispetto ampi angoli incidenti allo scafo, in modo che la penetrazione potesse essere realizzata su un’ampia gamma di direzioni di attacco. Gli scafi antichi erano costruiti con fasciame strettamente collegato da perfetti incastri a mortasa e tenone, e un colpo inflitto da un ariete alettato riusciva a sconnettere giunzioni a molti metri di distanza dal punto d’impatto. La struttura in legno a sostegno dello strumento offensivo era altrettanto importante; al momento dell’impatto questa struttura non doveva solo sostenere un’enorme forza di compressione tra la testa del rostro e la massa stessa della nave, equivalente alla massa espressa dall’imbarcazione lanciata a tutta velocità, ma anche sostenere enormi pressioni laterali e verticali. Oltretutto ci sono indizi che suggeriscono che l’ariete fosse una struttura mobile rispetto alla nave stessa, in modo che, nella realistica eventualità che esso potesse essere strappato durante le manovre di sganciamento o di altro tipo, questo non comportasse necessariamente gravi danni strutturali per la nave stessa. I rostri avevano dimensioni notevolmente variabili a seconda della classe della nave da guerra a cui erano destinati.

rostro_haifa

il rostro di Haifa

L’esempio meglio conservato di un ariete alettato è una fusione in bronzo proveniente da una galea del II secolo rinvenuta nel 1980 al largo della costa di Israele ad Athlit e attualmente esposto al museo navale di Haifa. Il suo peso, di poco meno di mezza tonnellata, lo pone vicino alla media di una vasta gamma di rostri da combattimento. Ad esempio, il Deutsches Schiffahrtsmuseum di Bremerhaven, in Germania, è in possesso di un ariete del peso di soli 53 kg, meno di un ottavo del peso dell’ariete di Athlit. Doveva provenire da una classe di navi molto piccole, una “2” o anche una “1” (due o una serie rematori). Gli scavi del monumento eretto a seguito della vittoria di Ottaviano ad Azio hanno rivelato che aveva lo scopo di esporre i rostri, catturati ai vascelli maggiori della flotta di Antonio, che dovevano pesare fino a 2 tonnellate.

Più di recente sono stati rinvenuti e riportati alla luce rostri romani e punici della battaglia delle Egadi, cui si riferiscono i filmati che vedete qui sotto. La chiave del successo di un attacco di speronamento era nella tempistica. Giudicare il momento esatto in cui frenare la barca coi remi per rallentare lo slancio dell’attacco era altrettanto importante che valutare correttamente la velocità e la traiettoria delle rispettive galee una volta che la nave attaccante aveva inquadrato il suo bersaglio.

Polibio racconta che, nella battaglia di Chio (201 a.C.), la più potente nave della flotta di Filippo V di Macedonia, una “10”, speronò accidentalmente una delle sue stesse navi proprio quando questa deviò dal suo cammino, sferrandole un potentissimo colpo in mezzo ai ponti rematori, al di sopra della linea di galleggiamento, e vi rimase incastrata, perché il timoniere non aveva avuto il tempo di controllare o invertire lo slancio della propria nave. Intrappolata, l’ammiraglia fu messa fuori combattimento da due navi nemiche di classe “5”, che la speronarono sotto la linea di galleggiamento su entrambe le fiancate. Se la nave attaccante riusciva a colpire l’avversaria perpendicolarmente, era sufficiente una velocità anche di soli 2 o 3 nodi per provocare gravi danni. La velocità necessaria per effettuare un attacco di speronamento, invece, aumentava al crescere dell’angolo di impatto: dai 4 nodi necessari con un angolo di 60°, ai 5 nodi per i 45° e agli 8 nodi per un angolo di 30°.

Da questi semplici dati si comprende come le navi più agili avessero molte più opzioni di attacco disponibili e che quindi una flotta ideale del periodo di Azio dovesse essere composta da una forza mista, con i grandi vascelli a tenere la linea e quelli più piccoli a cercare fianchi e le spalle del nemico. Gli abitanti di Rodi, veri specialisti nelle tattiche di speronamento, compensavano il peso di una maggiore protezione alla linea di galleggiamento, spostando alcuni uomini in avanti per ottenere l’abbassamento della prua appena prima dell’impatto, e quindi facilitando la penetrazione del rostro al di sotto della linea di galleggiamento. Era una tattica molto efficace perché una falla sotto la linea di galleggiamento avrebbe causato l’allagamento dello scafo più velocemente di una breccia delle stesse dimensioni al di sopra della linea stessa. In realtà, l’affondamento di un vascello era un evento raro, tanto che Tucidide riferisce sempre di navi poste fuori combattimento o allagate, e non semplicemente di navi scomparse tra le onde.

battaglia-navalePossiamo calcolare la quantità di acqua che poteva entrare in uno scafo attraverso un foro rettangolare aperto al di sotto della linea di galleggiamento.  Se poniamo un valore  ‘b’ in metri di larghezza e ‘h’ in metri di altezza, la portata  sarebbe approssimativamente di 100 b (3/2h) tonnellate al minuto. Ad esempio, se la falla sotto il galleggiamento è di 1 metro per 1 metro, l’acqua entrerebbe nell’imbarcazione alla velocità di circa 150 tonnellate al minuto. Questo afflusso si stabilizzerebbe ben presto ad un livello insufficiente a superare la galleggiabilità naturale dello scafo, calcolabile in circa il 40% del suo peso.

In pratica, più acqua penetrava nello scafo, più la nave colpita si abbassava nell’acqua, rendendo meno efficaci i remi e la nave meno maneggevole e più instabile, sbandando notevolmente ad ogni spostamento dell’equipaggio a bordo. Alla fine sarebbe stata praticamente immobilizzata ed esposta ad ogni minima bizzarria delle onde. Catturarla come bottino prima che un’onda un po’ più forte completasse quello che il rostro aveva cominciato era quindi un imperativo.

Dispiegare a bordo sufficienti fanti di marina per abbordare una nave nemica era molto problematico perché questa massa di uomini riuniti in un qualsiasi lato dello scafo avrebbe causato un’inclinazione della nave tale da ostacolare l’azione dei rematori nel momento più critico. La pratica standard doveva quindi essere quella di tenere le truppe il più possibile centrate lungo la linea mediana della nave fino a quando, giusto un istante prima del contatto, potevano finalmente trasferirsi sull’obiettivo. È noto che i romani ricorrevano al “Corvo”, per abbordare le navi avversarie fin dai tempi delle guerre puniche. Era un sistema ideale per le navi maggiori, ma poco pratico per quelle più piccole.

harpax system Agrippa

L’Harpax impiegato da Agrippa era composto da una grande balestra che lanciava l’arpione verso la nave nemica. Dopo l’aggancio, tramite dei verricelli, il malcapitato, ormai solidale con l’attaccante, non poteva più sfuggire.

Viene attribuita a Marco Vipsanio Agrippa l’invenzione dell’Harpax, un uncino che vedete qui rappresentato che veniva lanciato tramite un’apposita catapulta per tirare a sé l’avversario; un arma molto difficile da rompere o da sganciare.

Il problema degli equilibri interni delle navi dell’epoca era tale da rendere necessaria una disciplina assoluta: ogni uomo doveva conoscere alla perfezione il proprio posto sulla nave e non doveva abbandonarlo mai senza un preciso ordine, pena la compromissione dell’equilibrio generale del mezzo. Questo valeva anche se non soprattutto in combattimento, perché era necessario ridistribuire i pesi per rimediare alle perdite da tiro o ad altre emergenze come gli incendi. Acquisire questa pratica richiedeva un lungo addestramento e un’altrettanto considerevole esperienza di combattimento: due qualità difficilissime da ottenere.

Nicola Zotti

 

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