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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: X SECOLO
AREA: SECONDA GUERRA MONDIALE
parole chiave: Regia Marina italiana
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Con l’arrivo a Malta delle Forze Navali da Battaglia del Tirreno e della 5a Divisione di Taranto, si concluse con la più grande amarezza l’atto che gli alleati avevano sempre preteso e che i Capi della Regia Marina avevano tentato di evitare con tutti i mezzi: la consegna delle navi all’ex nemico. Un dramma che lo storico britannico capitano di vascello RN Stephen Roskill ha descritto nelle sue tragiche dimensioni, nel volume III del suo monumentale The War at Sea, con le seguenti parole [34]: “In tutti gli annali della storia militare possono esservi pochi drammatici eventi come la resa di una Marina da guerra nemica. Per i vincitori essa è il culmine dell’intero ciclo operativo in applicazione del potere marittimo, il raggiungimento di tutti gli scopi. Per i vinti essa significava, per la sua completezza, l’abbandono di tutte le loro ambizioni.
Per la nazione britannica e specialmente per la Royal Navy il significato del dramma del 10 settembre 1943 fu accresciuto dal fatto che la flotta italiana incontrò le nostre forze nelle stesse acque, in cui, in tante guerre, e particolarmente dal 1940 al 1943, aveva lottato così strenuamente per il loro controllo. Sull’importanza della consegna della flotta italiana agli alleati anche lo storico statunitense ammiraglio Morison fu molto esplicito, scrivendo in Sicily, Salerno, Anzio [35]: “La Marina italiana fu, infatti, la sola branca delle forze armate che eseguì le condizioni di Armistizio. Badoglio, fu impotente a fare di più e l’Esercito e l’Aviazione italiana scomparvero semplicemente.“

Stabilito, senza più ombra di dubbio, che i ministri delle Forze Armate erano al corrente sulle trattative dell’armistizio in corso con gli alleati e che la loro opposizione era soprattutto di ordine morale, ossia basata sull’interpretazione da dare all’accettazione delle dure clausole imposte dagli anglo-americani, che indubbiamente penalizzavano ed umiliavano la Regia Marina più di ogni altra forza armata, occorre ribadire che anche negli ambienti navali si determinò una grave perdita di tempo per reagire alla nuova situazione che si era venuta a creare. Ciò anche perché il Governo e i Capi militari erano impegnati in un’azione collettiva, tendente a ottenere dagli alleati appoggio militare e condizioni di pace più vantaggiose rispetto a quelle che venivano offerte, e che avevano accettato richieste che poi portarono ad una condizione di sfiducia da parte degli angloamericani, che non fecero altre concessioni all’Italia oltre quelle discusse durante le trattative dell’armistizio [36].

Quando la sera del 5 settembre l’ammiraglio de Courten ricevette dal generale Ambrosio il promemoria Dick, che stabiliva le modalità e le rotte da far seguire alle navi italiane per raggiungere i porti alleati, il Ministro della Marina, non rendendosi pienamente conto che le disposizioni di Eisenhower erano di carattere tassativo, chiese al Comando Supremo a fare nuove proposte al Comandante in Capo Alleato; prima fra tutte quella di mandare le navi principali della flotta del Tirreno alla Maddalena, o in alternativa, almeno riguardo al naviglio leggero, nei porti dell’Italia meridionale. Nello stesso tempo, adeguandosi a istruzioni che venivano direttamente da Vittorio Emanuele III, con vari espedienti si cercava di non far comprendere ai tedeschi il cambio di rotta. In questo gioco disperato, ma anche ambiguo, SUPERAEREO dispose che la maggior parte degli aerei efficienti, che secondo il promemoria Cannon dovevano raggiungere gli aeroporti degli Alleati dell’Africa Settentrionale francese passando nel Tirreno molto al largo delle coste dell’Italia meridionale e della Sicilia, si portassero invece nelle basi della Sardegna.
Il Comandante in Capo delle Forze Armate alleate, chiedendo al Governo italiano il pieno rispetto dei patti firmati da Castellano a nome del maresciallo Badoglio, rifiutò le richieste avanzate dal Comando Supremo con il promemoria fatto pervenire al generale Castellano il 7 settembre, perché avrebbero fatto della Sardegna un territorio libero, al di fuori del controllo degli anglo-americani, con tutte le conseguenze di smobilitazione della flotta italiana, fissata dall’armistizio lungo fatto arrivare ad Ambrosio la sera del 5 settembre. Tale dura imposizione, arrivando il mattino dell’8 dopo molte speranze, generò a Roma un’ondata di panico e di recriminazioni che si ripercossero in periferia. Nel pomeriggio, dopo che le radio di Algeri e di Londra avevano dato notizia del concluso armistizio, nell’ambito della Marina si ebbero anche dure reazioni, in particolare quella dell’ammiraglio Bergamini che minacciò di affondare le sue navi per non consegnarle agli inglesi, e che fu convinto, a stento, dall’ammiraglio Sansonetti e poi dal Ministro della Marina, a rispettare le clausole dell’armistizio, per non rendere le condizioni di pace più dure nei confronti dell’Italia. Purtroppo, nella confusa situazione che seguì, deleterio risultò il ritardo con cui le Forze Navali da Battaglia ricevettero l’ordine di prendere il mare, autorizzato dal generale Ambrosio dopo che, nella serata, ebbe discusso con i tre Ministri Militari sulle clausole dell’armistizio, che i generali Sorice e Sandalli e l’ammiraglio de Courten vedevano per la prima volta.
Purtroppo, a contribuire al ritardo nella partenza della Flotta dalla Spezia e Genova influì l’iniziale rifiuto opposto dall’ammiraglio Bergamini a portare le sue navi nella zona di Bona, per consegnarle agli anglo-americani. Ciò determinò l’inopportuno cambiamento di destinazione della Squadra Navale da Battaglia alla Maddalena, anche perché a Roma permase fino all’ultimo l’incrollabile speranza di ottenere dagli alleati almeno il permesso di fare approdare la flotta in un porto nazionale, ritenuto abbastanza sicuro. Ma l’inaspettato colpo di mano tedesco in quella base della Sardegna, effettuato con forze quasi insignificanti, ma motivate, determinò gravi conseguenze, perché le navi, ricevuto l’ordine di invertire la rotta, furono sorprese a manovrare in pieno giorno a ponente dello Stretto di Bonifacio dagli aerei, tedeschi, i cui attacchi con bombe radiocomandate determinarono l’affondamento della corazzata Roma e del cacciatorpediniere Vivaldi e il danneggiamento della corazzata Italia. Poiché gli Alleati pretesero, senza ripensamenti, la smobilitazione di gran parte della flotta, non vi è quindi da meravigliarci se poi il Ministro della Marina, rendendosi conto delle proprie responsabilità, abbia tentato di dissociarsi dagli errori del Governo, e soprattutto del Comando Supremo (che gestì nel modo più desolante tutta la questione di carattere militare); salvo poi ad assumere un atteggiamento di piena protesta quando lo stesso de Courten fu messo di fronte al fatto compiuto.

Negli episodi dell’8 settembre 1943 il pavido Governo italiano, mostrando due facce, cercò da una parte di guadagnarsi, senza riuscirvi, la stima degli Alleati, e dall’altra parte, ingannando i tedeschi, nascose a Berlino le proprie intenzioni di abbandono unilaterale dell’Alleanza, schierandosi per di più con gli anglo-americani, meritandosi l’infamante accusa di “tradimento”. Il gioco di tutta quest’ambigua manovra, non era soltanto quello di liberarsi dei tedeschi, che nei momenti di difficoltà militare erano stati chiamati a difendere il suolo italiano, ma soprattutto quello di cercare di mantenere i privilegi della Monarchia, che nella nuova Italia, con il beneplacito degli Alleati, avrebbe dovuto restare saldamente al potere.
Fine I parte – continua
Francesco Mattesini
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estratto (testo, disegni ed immagini) da “8 settembre, il dramma della Flotta italiana“, Francesco Mattesini, 2015. Per ulteriori approfondimenti si consiglia la lettura del saggio dello stesso autore: “La Marina e l’8 Settembre”, edito in due tomi dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, gennaio 2003.
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Note (numerazione dall’originale)
[34] S.W. Roskill, The War at Sea, Volume III, Parte I, The offensive, H.M.S.O., 1960, p. 168 sg.
[35] La Marina italiana fu, infatti, la sola branca delle forze armate che eseguì le condizioni di Armistizio. Badoglio, fu impotente a fare di più e l’Esercito e l’Aviazione italiana scomparvero semplicemente.
[35] S.E. Morison, Sicily, Salerno, Anzio, Vol IX, cit., p. 242.
[36] In riferimento a quanto il ministro britannico Maurice Harold Macmillan ha scritto in una sua relazione sulla missione in Italia dal 14 al 17 settembre 1943, che gli Alleati non avevano quasi alcuna fiducia nel Sovrano e nei principali Capi Militari italiani rifugiatisi in Puglia, tranne forse Badoglio e de Courten. Il primo era considerato da Macmillan “probo, di larghe vedute, arguto”, oltre che “astuto” e “fedele servitore del Re e del suo Paese”, militare che possedeva “grande percezione politica”, il quale riteneva di avere “l’appoggio del popolo”, che intendeva utilizzare dalla sua parte “in una iniziativa militare senza colorazione politica”. De Courten, passava per “una buona forchetta”, ma appariva anche come “una persona amabile e assennata” che fino a quel momento aveva “svolto chiaramente, con lealtà i suoi doveri nel quadro delle condizioni create dall’armistizio”. Invece, Vittorio Emanuele III era considerato “inefficiente e inetto”, che appariva non “in grado di prendere una iniziativa politica”, a meno che non fosse stato “sottoposto a pressioni fortissime”, del tipo degli avvenimenti della marcia su Roma, del 25 luglio e dell’8 settembre 1943, iniziativa, quest’ultima, specificò Macmillan, da indurlo poi a “fuggire dalla Capitale”. Ambrosio, pur avendo “mente lucida” non sembrava uomo di “intelligenza straordinaria”. Infine Roatta, era considerato un uomo intelligente e un conoscitore di lingue, ma nel contempo “un codardo nato”, del quale non vi era da giurare “sulla sua fedeltà ad una qualsiasi causa”. Complessivamente, concluse, Macmillan, si trattava di “persone molto anziane e senza slancio immaginativo”, quasi tutte di “mediocre qualità”, il cui odio sincero per i tedeschi “era pari alla paura” che ne avevano. Crf., M.H. Macmillan, Diari di guerra 1943-1945, Bologna, il Mulino, 1987, p. 322 sg. Vedi anche Francesco Mattesini, La Marina del Regno del Sud, Parte Prima, in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, settembre 1994, p. 49.
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