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ARGOMENTO: STORIA CONTEMPORANEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: ESTREMO ORIENTE
parole chiave: Vietnam, fotografia di guerra
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Non credo che i miei colleghi che fanno i fotografi di guerra, lo facciano solo per il guadagno, anzi sicuramente guadagnano molto meno di un bravo fotografo di matrimoni, che oltre a non rischiare nulla ha anche la possibilità di bere champagne e mangiare la torta nuziale.

Almeno tutti quelli che ho conosciuto, compreso il sottoscritto, l’hanno fatto e lo fanno perché hanno altre motivazioni: chi pensa che con il suo lavoro possa smuovere le coscienze dei leader (mai successo), chi vuole provare l’emozione di un’esplosione da quasi vicino (una forte emozione) e via dicendo. Personalmente ho fatto questo tipo di reportage, perché avevo bisogno d’avventura e negli anni ’60 c’era il Vietnam e la Cambogia che riempievano molte pagine di tutti i giornali del mondo quindi, se volevi fare questo lavoro, era d’obbligo andarci anche perché se lavoravi bene salivi velocemente l’immaginaria scala dei bravi.
Oggi è uguale ma devi andare in Ucraina. Prima di partire per Saigon avevo parlato a lungo con il grande Gianfranco Moroldo, che era un grande in tutto, compreso nel dare giusti consigli ai giovani che volevano scimmiottarlo. Lui era già stato in Vietnam un paio di volte ed era sempre tornato a casa pieno di rullini che poi diventavano dei magnifici reportage per L’Europeo, indimenticabile quello dell’assedio di Khe Sanh dove i Marines hanno perso oltre 1.000 uomini e Gianfranco era riuscito a immortalare tutto, compresa la paura sulla faccia di quei ragazzi nelle trincee. Ovviamente il mio sogno era riuscire a fare qualcosa di simile e quindi dovevo darmi da fare come un matto, semplicemente dovevo solo andare dove poteva succedere qualcosa o stava succedendo qualcosa e qui. devo dire. che gli americani erano unici.

I vari addetti stampa delle varie armi (aviazione, esercito, marina e marines) svolgevano il loro compito esattamente come i loro colleghi delle agenzie pubblicitarie che, per far parlare del loro prodotto, si facevano in quattro per aiutarti. E fu così che dalla spiaggia della base dei Marines di Da Nang, un mattino dei primi di dicembre del 1968, mi trovai con due giornalisti americani su un elicottero Chinook in volo per seguire l’operazione Meade River a circa 20 chilometri a Sud di Da Nang, in una zona chiamata Dodge City … un nome un programma.
Che non fosse un posto molto sicuro lo capimmo dall’atterraggio che praticamente durò come un cambio gomme della Ferrari.
Il nostro accompagnatore durante il volo ci aveva istruito sul da farsi: appena l’elicottero toccava terra, sarebbe scesa del tutto la rampa di poppa; noi quattro dovevamo slacciarci velocemente la cintura di sicurezza e, in coda agli altri marines che erano a bordo, correre fuori velocemente. Di fatto appena l’ultimo della fila, un grosso sergente, che forse aveva anche il compito di “sollecitarci” ad uscire in caso di ripensamenti, si lanciò fuori, l’elicottero ripartì a tutto gas.
Eravamo atterrati nei pressi di uno dei posti di comando avanzati, dove c’era una quantità di materiale e molti Marines, dalla faccia esausta per la notte passata tra una bomba l’altra. Mentre due giornalisti di rivolsero ad intervistare un ufficiale, io ero ovviamente interessato a fare foto; mi affidarono come un trovatello a due grossi ragazzi del Midwest del 2° battaglione della Prima Divisione U.S. Marines che mi portarono in gita turistica in un perimetro ritenuto abbastanza sicuro. Qui i soggetti non mancavano: tra marines impegnati a bonificare l’area con gli esplosivi, si scorgevano diversi cadaveri di soldati Nordvietnamiti e body bag dei Marines caduti; tragiche immagini che non scattai perché non volevo sembrare irrispettoso e non sapevo come l’avrebbero presa i compagni che stavano intorno.

Per non smentire il nome di Dodge City1, vedo uscire “da non so dove” un piccolo soldato NVA (Nord Vietnamese Army, l’esercito dei soldati del Nord Vietnam), scalzo, mal ridotto e fuori di sé, che impugna una pistola Colt 45, presa chissà da chi, che incomincia a sparare verso di noi, fortunatamente non colpendo nessuno. Quasi simultaneamente uno dei Marines, che era nei pressi dei caduti, scatta verso di lui, lo disarma e lo controlla; in tempo record viene legato e bendato. Sarà uno dei 123 soldati di Hanoi presi prigionieri nei diciannove giorni dell’operazione Meade River, che in tutto costò la vita a 108 Marines e poco più di mille morti tra NVA e Viet Cong della zona, senza contare i feriti delle tre parti.

Nel tardo pomeriggio un altro elicottero arriva con altri Marines e altri materiali. Non spegne neanche i motori e corriamo a bordo, imbarcando con noi anche il prigioniero con destinazione Da Nang. Sono al settimo cielo, avevo scattato tutto quello che potevo (credetti di essere salito di un paio di gradini nell’immaginaria scala dei bravi) e non vedevo l’ora di far giudicare le mie foto dal mitico Moro.

Tempo un mese dopo che i Marines hanno ripulito la zona e sono andati via, tutto ritornò come prima con gli NVA e Viet Cong, che ritornarono a Dodge City a fare le stesse cose che facevano tre mesi prima ma io ero tornato a Milano con i miei preziosi rullini.
Guido Alberto Rossi
1 Dodge city potrebbe essere tradotta come città da evitare
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