Il pesce pegaso

Emilia Fulgido

26 Settembre 2020
tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: BIOLOGIA MARINA
PERIODO: NA
AREA: INDO-PACIFICO
parole chiave: Pesce pegaso

 

L’Oceano non smetterà mai di meravigliarci e ogni giorno ci da la possibilità di scoprire nuove affascinanti creature. Basti pensare che si conoscono solo circa il 10% di tutte le specie marine e che la porzione di oceano che gli scienziati sono riusciti ad esplorare finora è una percentuale addirittura inferiore.

Pesce pegaso, disegno di scuola tedesca, XIX secolo

Da appassionata del mare e da biologa, vorrei avere la fortuna di osservare durante i miei viaggi e nel corso della mia carriera professionale le sue molte meraviglie ed avere poi il piacere di condividere con voi dettagli ed impressioni delle mie avventure. Oggi voglio raccontarvi uno degli organismi marini più curiosi che io abbia mai visto finora e che ha catturato da sempre la mia attenzione. Si tratta di un pesce, noto per gli anglofoni con il nome di Seamoth (Falena di mare), il Pesce Pegaso, che ho avuto la fortuna di osservare circa un anno fa nell’Oceano Indiano, più precisamente nelle acque di Zanzibar.

Pesce Pegaso da me avvistato e fotografato circa un anno fa nelle acque di Zanzibar  Fig. 1
Eurypegasus draconis della Tanzania Fig. 2
Eurypegasus dragonis della Tanzania Fig. 3

Tassonomia
Secondo l’attuale classificazione i Pesci Pegaso non sono più inclusi nello stesso gruppo tassonomico dei cavallucci marini, dei pesci trombetta e delle gallinelle volanti, pur essendogli strettamente affini. Essi appartengono alla famiglia dei Pegasidi che comprende a sua volta due generi, Eurypegasus e Pegasus, rispettivamente con 2 e 4 specie riconosciute finora dai specialisti. I due generi sono facilmente distinguibili (si vedano le fotografie 1, 2, 3 del Eurypegasus draconis) in quanto i P. volitans presentano un corpo ed un rostro più affusolato rispetto agli Eurypegasus.

Pterois volitans del Queensland Fig. 4

Descrizione e Biologia
E’ affascinante come la mitologia greca si intersechi con le scienze naturali, influenzando la nascita di storie e di nomi delle specie. Ne è un esempio questo piccolo pesce osseo marino che viene associato a Pegaso, il cavallo alato figlio di Poseidone e di Medusa, per la peculiare somiglianza delle pinne pettorali così sviluppate sul piano orizzontale tanto da sembrare due grandi ali. (Fig. 3).

Queste vengono utilizzate come stabilizzatori quando il Pegaso deve muoversi su distanze un pò più lunghe (parliamo di qualche metro) per sfuggire a un pericolo che lo incalza troppo da vicino. Diversamente dal nome che gli viene attribuito, il Pesce Pegaso se ne sta quasi sempre sul fondo, spostandosi lentamente grazie all’uso delle pinne ventrali come se fossero delle zampe. Peraltro è privo di vescica natatoria. La pinna caudale si sviluppa al termine del corpo piatto, tozzo e ricoperto di placche osse, come il pesce pipa; sull’altro estremo, il rostro porta inferiormente la bocca sprovvista di denti. Insomma, a me dà l’idea di un piccolo volatile con il musetto di un ornitorinco (o un formichiere, dipendendo del genere)!

Si nutre di piccoli invertebrati marini che trova sul fondo, come vermi e crostacei, che risucchia grazie alle mascelle protrusibili. Le dimensioni dell’adulto possono arrivare anche a 13-20 cm. Durante l’accrescimento la piccola “corazza” viene periodicamente persa per intero in un solo colpo (addirittura sembra che faccia una muta ogni 5 giorni) per permetterne la crescita e garantire l’assenza di parassiti o altri organismi incrostanti dalla superficie corporea.

esemplari dal Giappone  Fig. 5

Distribuzione e Habitat
La distribuzione geografica dei Pesci Pegaso è limitata all’Oceano Indiano e Pacifico. Si incontrano nelle zone lagunari e baie del Mar Rosso, dell’Australia e dell’Africa orientale, della Papua Nuova Guinea, delle Maldive, del Giappone o delle Hawaii, dipendendo dal genere e dalla specie. I fondali che prediligono sono quelli sabbiosi, anche se si possono rinvenire in praterie di fanerogame o tra le alghe. L’esemplare (Fig. 3) da me fotografato è un Eurypegasus draconis o volgarmente chiamato in inglese, Little Dragonfish (da non confondersi con il Seadragon, ovvero il Dragone Foglia, una sorta di cavalluccio marino gigante).

Ad ogni immersione, avevo il piacere di ritrovare nella stessa zona della laguna, a circa due metri di profondità, un paio di esemplari e per di più anche una coppia. Naturalmente è necessaria molta pazienza ed un buon occhio perché vi assicuro che la mimetizzazione di questo curioso pesce ingannerebbe chiunque in quanto possono essere scambiati per frammenti di conchiglie o scheletri di corallo sul fondo.

esemplari dal Giappone Fig. 6

Riproduzione
Così come altre specie in cui la densità di popolazione è molto bassa, gli è difficile incontrare un partner per riprodursi, perciò la struttura sociale dei Pesci Pegaso è rappresentata dalla coppia, monogama, e per lo più duratura. Infatti sembra che il maschio e la femmina si scelgano per il resto della loro vita. Solitamente gli individui di questa specie vengono avvistati accidentalmente in quanto sembra che gli adulti si nascondino ricoprendosi di sabbia. Solamente durante il periodo della riproduzione sono facilmente osservabili, durante il periodo del corteggiamento o quando la femmina è gravida.  L’osservazione in cattività e le catture accidentali durante i campionamenti hanno permesso di ottenere ulteriori dati sul ciclo vitale: le larve sono pelagiche/neustoniche (di superficie) e concludono lo sviluppo entrando in dipendenza sempre più con il fondo. I giovanili possono essere avvistati con più frequenza mentre nuotano in colonna d’acqua (Fig. 5 e 6 dal Giappone).

Stato di conservazione
Sono ancora poche le informazioni circa la biologia e l’ecologia di questi piccoli pesci ossei, un po’ dovute alla scarsa abbondanza, un pò dovute alle piccole dimensioni che li rendono difficilmente individuabili a prima vista. Nonostante la scarsità di dati è chiaro come una specie simile possa essere vulnerabile di fronte alla minaccia rappresentata dalle attività di pesca, sia by-catch sia per la domanda del mercato cinese e dell’acquariologia, e dalla distruzione dell’habitat causato dalla pesca a strascico e da un incontrollato sviluppo costiero. In queste condizioni la monogamia è un fattore che porta a considerare a rischio la specie. Attualmente secondo la IUCN (International Union for Conservation of Nature) è dichiarata nella lista rossa come non classificabile per la mancanza di dati. Ed io? Io spero proprio di incontrarlo anche alle Maldive!

Emilia Fulgido
Biologa Marina 

 

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