Comprendere la Dichiarazione del Summit NATO dell’Aia: oltre le interpretazioni ideologiche o, quanto meno, poco informate

Andrea Mucedola

2 Luglio 2025
tempo di lettura: 9 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: NATO
parole chiave: pianificazione degli armamenti
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Tra le tante polemiche, spesso intrise di ideologismo, che si rincorrono sui media, sono rimasto meravigliato di leggere autorevoli penne, anche di colleghi con un prestigioso passato militare, dissertare sugli esiti, tra l’altro scontati da ormai un decennio, dell’ultimo Summit Nato. Preferisco non scendere nei particolari, anche perché non voglio abusare della vostra pazienza su argomenti che meriterebbero ben più di un breve articolo di commento all’evento conclusosi il 25 giugno all’Aia, Olanda. Mi limito a puntualizzare alcuni punti:
– in ambienti geopolitici caratterizzati da forti contrasti, la deterrenza è fondamentale per poter allontanare crisi che possono sfociare in conflitti aperti;
– per essere credibili gli schieramenti devono avere strumenti adeguati (Si vis pacem para bellum);
– gli strumenti sono decisi al termine di un processo ciclico chiamato Defence Planning che ha, come documento di riferimento, la volontà politica dei Paesi che fanno parte di una certa Alleanza;
– il processo è multidisciplinare, includendo analisi del rischio geopolitico, economiche, tecnologiche e di impiego delle forze;
ogni Paese ha diritto di veto e di astenersi o di proporre varianti alla pianificazione degli armamenti, erroneamente chiamata riarmo dalla classe politica internazionale che ne ha sposato (nei pro e nei contro) il termine;
– il veto è usato più frequentemente di quanto si pensi e questo comporta a volte imbarazzanti decision making stops.

Predetto quanto sopra, al fine di far comprendere cosa sia stato effettivamente deciso, pubblico la traduzione della Dichiarazione pubblicata dai Capi di Stato e di Governo della NATO al termine della riunione del Consiglio Nord Atlantico all’Aia il 25 giugno 2025 seguita da un breve commento nelle varie parti. Per qualsiasi incomprensione rimando alla pagina ufficiale.

Dichiarazione NATO Summit The Hague, The Netherlands
Noi, Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza Nord Atlantica, ci siamo riuniti all’Aia per riaffermare il nostro impegno nei confronti della NATO, l’Alleanza più forte della storia, e del legame transatlantico. Riaffermiamo il nostro ferreo impegno per la difesa collettiva, come sancito dall’Articolo 5 del Trattato di Washington: un attacco a uno è un attacco a tutti . Rimaniamo uniti e risoluti nella nostra determinazione a proteggere il nostro miliardo di cittadini, difendere l’Alleanza e salvaguardare la nostra libertà e democrazia.
Commento: Al di là del tono politico, che vuole rafforzare i principi dell’Alleanza Atlantica per la difesa collettiva (come sancito dal noto articolo 5. per cui qualsiasi attacco ad un Paese dell’Alleanza rappresenta un attacco all’Alleanza stessa) si pongono come riferimenti i concetti fondatori dell’Alleanza (libertà e democrazia). Volendo leggere fra le righe, sembra mirato agli Stati Uniti, in particolare a causa di alcune affermazioni dell’intemperante Trump, quasi a voler ricordare il ruolo che gli Stati Uniti scelsero e mantennero fino ad oggi di sostegno al mondo libero in opposizione a quello sovietico. Non voglio aprire nessun vaso di Pandora, ma ritengo che se ancora oggi possiamo opporci a determinate scelte è perché all’epoca sposammo i principi dell’Alleanza. La presunta sudditanza verso il potente alleato statunitense è solo una vecchia arma ideologica usata dalle diverse opposizioni a seconda delle convenienze temporanee che i governi nazionali volevano intrecciare con gli USA. In altre parole, secondo le regole NATO, qualsiasi Paese può opporsi e bloccare provvedimenti collettivi; nel caso non lo faccia è perché ha una sua convenienza legata a fattori politici, economici, industriali, etc. 

Una domanda ricorrente, che molti si pongono, è da chi o da che cosa ci dobbiamo difendere? Una domanda alla quale alcuni rispondono, più o meno veementemente, indicando la Russia. In realtà la questione è molto più complessa, legata alla scelta degli anni ’50 (secondo me corretta) di preferire un mondo capitalista (con tutti i suoi difetti) al regime comunista sovietico. Naturalmente ognuno può vederla come vuole, e intavolare questioni sul senso di giustizia al quale tutti vorremmo aspirare in un mondo ideale basato su principi sempre disattesi dall’Umanità. Purtroppo, voglio essere chiaro, non esistono cose giuste ma solo cose meno sbagliate e tutto ciò che vediamo è frutto degli errori del passato e genererà il futuro.

Per comprendere cosa è cambiato in Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica, andrebbero letti tutti i report analitici politico militari degli ultimi trent’anni, quando l’Alleanza si pose spesso la domanda sulla necessità di mantenere la sua esistenza. Furono effettuati numerosi studi che coinvolsero anche i Paesi Partner for Peace, la Russia e l’Ucraina. Ciò che emerse fu che l’ordine mondiale, come ci eravamo abituati ad accettare nel timore dell’armageddon nucleare, sarebbe stato messo in crisi dallo sviluppo delle nuove superpotenze, sempre più coinvolte nella gestione globale del pianeta. A fronte di queste nuove realtà, la NATO avrebbe dovuto rigenerarsi ed essere pronta a rispondere alle necessità comuni di difesa collettiva. Intraprese quindi nei primi anno del secolo un profondo e combattuto dialogo interno, estremamente complesso che andava ben oltre gli aspetti puramente militari. In primis vi era la questione statunitense: gli Stati Uniti, dal Summit di Praga, avevano sostenuto l’impossibilità a continuare a gestire in gran parte la difesa euro atlantica, rappresentando futuri interessi in altre aree, in particolare nel Pacifico; impegni che avrebbero richiesto la rimodulazione del suo impegno militare nel teatro europeo e nella regione euro atlantica. Una richiesta, più volte prospettata, di fatto ignorata dagli Alleati che, dopo aver goduto dell’appoggio americano per tutta la guerra fredda, speravano in un cambiamento politico della Russia, ipotizzando una sempre più fattiva mutua assistenza (la parola alleanza non piaceva a Mosca). In realtà, dopo un primo periodo di collaborazione con la Russia (in Kossovo), si incominciarono a percepire dei segnali contrastanti. I generali russi scalpitavano e non mancavano a sottolineare che la Russia avrebbe presto ripreso il suo peso globale di superpotenza.

Nelle analisi geopolitiche militari internazionali emerse che la Federazione russa mostrava una certa difficoltà a gestire il suo enorme territorio e rinasceva nella classe politico-militare (se mai era morto) un certo spirito di rivalsa nazionale contro l’Occidente; di fatto in breve questo atteggiamento si sviluppò in comportamenti aggressivi in determinate aree del mare Nero, giustificate dalla necessità storica di mantenere uno sbocco al mare. Il Caso Ucraina è l’ultima, temporalmente, operazione speciale intrapresa dalla Russia per riottenere il controllo politico ed economico inevitabilmente perso in Mar  Nero dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Le presunte azioni provocatorie della NATO, di voler accerchiare la Russia, possono piacere ad alcuni sedicenti “esperti del settore” ma la loro correttezza è stata contraddetta dalle azioni di Putin. In altre parole, andando oltre l’ideologia, certe valutazioni che leggiamo sui media (da destra e da sinistra) non hanno nessun valore da un punto di vista militare strategico, in particolare se raffrontate sotto la lente della realpolitik nel III millennio.

Forse avrebbero avuto senso nel secolo scorso, quando il concetto di stati cuscinetti aveva ancora un peso, ma oggi le tecnologie belliche sono in grado di poter attaccare da ben altre distanze che dai confini dei Paesi confinanti; per cui le Forze NATO e Russe sono in grado di sostenere un eventuale azione offensiva senza bisogno di acquisire altri territori.

La favola dell’accerchiamento alla Russia è quindi ancora una visione ideologica di coloro che sfruttano il ricco vocabolario dei SE per poter riscrivere la storia. Magari fosse così facile. Avendo vissuto il periodo dell’accession dei Paesi ex sovietici alla NATO, posso affermare che si verificò esattamente il contrario: non fu la NATO a cercare quei Paesi ma loro stessi a ricercare un confort state per il futuro. Durante i colloqui di Stato Maggiore non ebbero problemi a mostrarci i segni delle angherie subite durante la guerra fredda dai Sovietici, e chiesero ufficialmente, come lo sta chiedendo l’Ucraina, di poter essere protetti sotto l’ombrello NATO temendo ciò che era successo con le operazioni speciali in Ungheria ed in Cecoslovacchia. Se vogliamo semplificare, vollero sottoscrivere un’assicurazione di difesa collettiva con la NATO, all’inizio di un nuovo millennio in cui la competizione per le risorse si preannunciava come fattore predominante. Detto questo, come mi disse anni fa il compianto Comandante De Michelis di Slonghello, “i Paesi possono essere alleati ma non amici“, ed ognuno guarda (o dovrebbe guardare) i propri interessi al fine di trovare soluzioni condivise.

Uniti di fronte alle profonde minacce e sfide per la sicurezza, in particolare alla minaccia a lungo termine rappresentata dalla Russia per la sicurezza euro-atlantica e alla persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati si impegnano a investire il 5% del PIL all’anno in requisiti fondamentali per la difesa, nonché in spese relative alla difesa e alla sicurezza, entro il 2035, al fine di garantire i nostri obblighi individuali e collettivi, in conformità con l’articolo 3 del Trattato di Washington. I nostri investimenti garantiranno la disponibilità di forze, capacità, risorse, infrastrutture, prontezza operativa e resilienza necessarie per la deterrenza e la difesa, in linea con i nostri tre compiti fondamentali: deterrenza e difesa, prevenzione e gestione delle crisi e sicurezza cooperativa.
Commento:
al di là dei toni protocollari, l’informazione più importante è l’impegno ad investire il 5% del PIL annuo per la difesa e sicurezza. Per comprendere cosa significa bisognerebbe trattare il concetto di pianificazione degli armamenti, un processo ciclico in cui, sulla base delle direttive politiche concordate, si valutano le forze disponibili e la minaccia ipotizzabile e si derivano eventuali nuove necessità in termini di capacità. Il termine chiave è proprio capacità (non armamenti). Le capacità includono i servizi di protezione, i sistemi di difesa e offesa, le risorse, le infrastrutture ed il personale per l’assolvimento dei tre compiti fondamentali: deterrenza e difesa, prevenzione e gestione delle crisi e sicurezza cooperativa. Da soli non si va da nessuna parte, per questo il fattore politico è fondamentale; come sempre la realpolitik fa da padrone.

Gli Alleati concordano che questo impegno del 5% comprenderà due categorie essenziali di investimenti per la difesa. Gli Alleati stanzieranno almeno il 3,5% del PIL all’anno, sulla base della definizione concordata di spesa per la difesa della NATO, entro il 2035, ai requisiti fondamentali per la difesa e al raggiungimento degli obiettivi di capacità della NATO. Gli Alleati concordano di presentare piani annuali che indichino un percorso credibile e progressivo per raggiungere questo obiettivo. Gli Alleati contribuiranno fino all’1,5% del PIL annuo, tra l’altro, a proteggere le nostre infrastrutture critiche, difendere le nostre reti, garantire la nostra preparazione e resilienza civile, stimolare l’innovazione e rafforzare la nostra base industriale di difesa. La traiettoria e l’equilibrio della spesa nell’ambito di questo piano saranno rivisti nel 2029, alla luce del contesto strategico e degli Obiettivi di Capacità aggiornati. Gli Alleati ribadiscono il loro impegno sovrano duraturo a fornire supporto all’Ucraina, la cui sicurezza contribuisce alla nostra, e, a tal fine, includeranno i contributi diretti alla difesa dell’Ucraina e alla sua industria di difesa nel calcolo della spesa per la difesa degli Alleati.
Commento: in questa parte vengo delineate le modalità accettate da tutti (tranne la Spagna che, per motivi di politica interna – il Governo Sanchez non è in buone acque e l’adesione avrebbe comportato nuove rotture interne- si è riservata di rivedere nel tempo l’accettazione. Nel testo va evidenziato che quel 5% si deve leggere in due tranche: la prima del 3,5% è legata alle spese per le capacità necessarie alla mutua difesa della NATO mentre l’altro 1,5 per il rafforzamento delle strutture critiche esistenti nel proprio paese. La percentuale del 5% va quindi saputa leggere non solo quantitativamente, anche considerando che, in guerra fredda, alcuni Paesi andavano ben oltre (compresa l’Italia) quella soglia. La diminuzione dell’impegno statunitense (preannunciato 25 anni fa) verrà quindi compensata da un maggior impegno europeo.

Riaffermiamo il nostro impegno comune a espandere rapidamente la cooperazione transatlantica nel settore della difesa e a sfruttare le tecnologie emergenti e lo spirito di innovazione per promuovere la nostra sicurezza collettiva. Ci impegneremo per eliminare le barriere commerciali nel settore della difesa tra gli Alleati e faremo leva sulle nostre partnership per promuovere la cooperazione industriale di difesa. La soluzione di nuove capacità militari attraverso programmi di cooperazione internazionale resta la più costo efficace ma bisogna investire sia in ambiente militare che industriale in personale preparato sia tecnicamente che in comunicazione efficace (cosa che ahimè non sempre si riscontra) a differenza di altri Paesi (Francia e Germania) che sanno vendersi molto meglio.
Commento: se vogliamo questo paragrafo è il più interessante. Considerato l’impegno preso, ci possiamo domandare se l’industria bellica europea sarà in grado di assorbire totalmente gli ordini equivalenti al 5% del PIL di ciascun paese? Qui entriamo in un livello diverso, legato alle politiche industriali nel settore degli armamenti ed alle capacità di saper far fruttare le risorse. Il nostro Paese è uno dei maggiori produttori che fornisce tecnologie di alto valore agli Alleati (ma anche ad altri) ma manca ancora un gioco di squadra. A parte il settore navale, in cui ogni euro investito rientra raddoppiato, negli altri settori vediamo voragini preoccupanti. Siamo giunti ad un momento storico in cui l’ormai più volte sentito “gioco di squadra” dovrebbe essere convertito in una più ampia armonizzazione delle esigenze, evitando le mentalità, non solo nazionali, dell’orticello sotto casa. Ho assistito durante delle riunioni NATO a presentazioni dei Paesi membri, caratterizzate da dubbia professionalità dei presentatori delle diverse industrie euro atlantiche, che illustravano progetti talvolta non innovativi dal punto di vista tecnologico e che non tenevano conto dei requisiti operativi a medio e lungo termine richiesti dall’analisi militare. Si aveva la sensazione che gli output elaborati con grande professionalità nei centri di ricerca NATO venissero filtrati da setacci politico-militari che non ne comprendevano la valenza ed erano quindi finalizzati agli aspetti puramente economici. Non nascondo che molti di questi progetti, rigettati al mittente definendoli inutili, venivano poi sviluppati nei diversi ambiti nazionali per poi essere rivenduti sul mercato, prendendo come valore aggiunto notizie su nuove capacità offensive dei potenziali avversari.

In sintesi, pur concordando la necessità di investire anche negli ammodernamenti degli strumenti militari, trovo necessario che nasca una nuova mentalità dirigenziale che focalizzi le esigenze comuni per evitare lo sperpero delle risorse. Facile a dirsi ma non a farsi, bisogna crederci.
Andrea Mucedola

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