La guerra dei droni: dalla fantascienza alla realtà

Andrea Mucedola

18 Dicembre 2024
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: INNOVAZIONE MILITARE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Droni
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Nel 2004 in un Gruppo di lavoro tecnico della NATO sullo sviluppo dei primi Droni, i partecipanti si scervellavano sulla tassonomia di quella che sarebbe diventata una nuova specie di mezzi in supporto all’Uomo. Dagli anni ’80 si erano sviluppati sistemi autonomi senza piloti sempre più prestanti e minuscoli con capacità decisionali sempre più spinte e le prospettive di impiego si allargavano giorno per giorno.  Tra i diversi argomenti il più dibattuto, che creò un primo divario fra i presenti, fu se era lecito accettare che mezzi non pilotati dall’Uomo potessero decidere in maniera completamente autonoma l’esecuzione di un compito o si doveva mantenere queste macchine ad un livello di esecuzione codificato all’interno delle regole prestabilite dai gestori.

Lo scontro fu acceso e si distinsero immediatamente le opinioni tra coloro che optavano per la piena autonomia di questi mezzi in grado di interoperare fra loro in sciami autonomamente (ovvero senza alcuna limitazione da parte dell’Uomo) e quelli che ritenevano questo sviluppo un pericolo per l’Umanità. Fu chiamato in ballo anche Asimov con le sue regole della robotica. Ma presto fu chiaro che, al di là delle opinioni degli esperti di settore, esisteva la volontà industriale di realizzare comunque mezzi sempre più indipendenti che sollevassero l’Uomo da rischi diretti. Le prime esperienze belliche di questi droni in Afghanistan portarono ad uno sviluppo tecnologico impensato in pochissimo tempo; di fatto i droni rispondevano perfettamente a due importanti specifiche militari: la precisione nell’impiego delle armi e dei sistemi di sorveglianza e l’impiego robotico grazie ai nuovi programmi di gestione che avrebbero portato all’intelligenza artificiale.

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IAI Heron-1 Maritime patrol UAV Shoval Yam israeliano IAI Heron-1 Maritime patrol UAV Shoval Yam.jpg – Wikimedia Commons

Fu così che i droni aerei vennero integrati sempre più in compiti di supporto nella guerra moderna, troppo vicina ai film di fantascienza per comprenderne la non mutata crudezza. Negli ultimi due decenni, gli Stati Uniti li hanno ampiamente utilizzati nelle operazioni antiterrorismo in regioni come Iraq, Siria, Afghanistan, Pakistan e Yemen, evidenziando la loro capacità di eseguire ricognizioni ed attacchi di precisione con rischi ridotti per il personale amico 1.
In Afghanistan, nel 2012, ebbi modo di assistere a delle missioni (sugli schermi del centro di controllo) di droni UAV in compiti di sorveglianza ma anche di attacco. Quello che mi colpì era l’apprezzamento della confidenza di esecuzione di una missione da parte del pilota in remoto; in pratica il pilota valutava le informazioni dei sensori del drone basate spesso su una sua valutazione personale basata sui sensori del drone. Ciò diventava critico nelle operazioni nei centri abitati dove i terroristi si nascondono tra la popolazione innocente. Se le forze speciali sono addestrate ad operare tra la popolazione, identificando i bersagli reali, questo difficilmente poteva essere fatto usando un’immagine non sempre ottimale su uno schermo. All’epoca mi domandavo se l’uso dell’intelligenza artificiale avrebbe potuto aiutare le scelte decisionali al punto di rendere più precisi e totalmente autonomi questi strumenti. Se da un lato sarebbe stato un vantaggio non indifferente dall’altro quali sarebbero state le conseguenze?

Indubbiamente l’impiego dei droni ha alterato le dinamiche delle operazioni militari, offrendo vantaggi tattici unici e migliorando l’efficienza operativa in vari scenari di combattimento sia in operazioni autonome sia in coordinamento con personale sul terreno. Dai grandi schermi possiamo osservare dal vivo i movimenti sul terreno delle truppe con una buona definizione e individuare le posizioni nemiche per poter meglio concentrare il fuoco. In campo navale venivano impiegati dagli Americani in Somalia per la sorveglianza delle basi dei pirati; vederli muovere inconsapevoli sulle assolate spiagge somale, preparando le loro imbarcazioni prima di raggiungere la nave madre che li avrebbe poi supportati nelle loro incursioni di pirateria era di certo un vantaggio straordinario. Potevamo indirizzare il traffico mercantile nei canali protetti per mantenerlo lontano dalle navi pirata ma anche individuarli e procedere a missioni di dissuasione o di cattura, tutto senza un impiego di uomini e mezzi costosi. Ma non era finita … la ricerca in tutti Paesi progredì e, nel 2020, l’uso di droni nel conflitto del Nagorno-Karabakh, per attacchi di precisione e operazioni sorveglianza, ebbe un impatto significativo sull’esito del conflitto, dimostrando la maturità delle tattiche condivise che si rivelò fondamentale nei conflitti terrestri; un esempio più recente si ebbe nella guerra Russia-Ucraina dove i droni sono diventati in breve strumenti essenziali per ottenere un vantaggio asimmetrico sulle forze in gioco.

Uno sviluppo esponenziale
Nel tempo, la tecnologia ha consentito di ridurne le dimensioni, senza limitare le loro caratteristiche aerodinamiche e di capacità di trasporto dei carichi utili multipli, come sensori elettro-ottici a infrarossi (EOIR), di guerra elettronica (EW) o di intelligence. Le grandi piattaforme impiegate in Afghanistan, come il Global Hawk, Predator e Reaper, continuarono ad essere impiegati per compiti complessi e diversificati, quando la autonomia era necessaria per poter coprire aree maggiori di sorveglianza ma si dimostrarono vulnerabili in presenza di sistemi di difesa aerea moderni e ben equipaggiati. In poco tempo il campo di battaglia incominciò ad essere quindi affollato da droni multiuso, spesso realizzati con tecnologie commerciali e quindi con costi inferiori a quelli con specifiche militari, dimostrando di essere una soluzione costo efficace.

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Un drone aereo statunitense MQ-9 Reaper in atterraggio dopo una missione a sostegno dell’operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Il Reaper ha la capacità di trasportare sia bombe guidate di precisione che missili – Fonte Archivi fotografici USAF – Foto dell’Aeronautica Militare/Sgt. Brian Ferguson MQ-9 Reaper in flight (2007).jpg – Wikimedia Commons

D’altro lato, i grandi droni di sorveglianza e attacco, impiegati per raccogliere informazioni per lunghi periodi di tempo (tra 12 e 40 ore, come il MQ-9 Reaper) con capacità di attacco a distanza, si rivelarono vulnerabili alle difese aeree ed alle contromisure elettroniche, comportando una perdita economica non trascurabile nel caso di abbattimento. Ad esempio, i Bayraktar TB2, droni impiegabili sia in missioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) che di attacco tattico, utilizzati come esche nella missione per affondare l’ammiraglia della flotta russa del Mar Nero, l’incrociatore missilistico Moskva, avevano un costo di circa 5 milioni di dollari.

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Bayraktar TB2, un protagonista della guerra dei droni in Ucraina Bayraktar-TB2-draw.svg – Wikimedia Commons

La vulnerabilità di questi sofisticati droni ne ha nel tempo ridotto la presenza nei teatri con presenza di moderni sistemi di difesa antiaerea e guerra elettronica, al fine di preservarne la sopravvivenza, come confermato dal loro impiego in altri teatri (Libia, Siria e durante la seconda guerra del Nagorno-Karabakh nel 2020) dove le capacità di contrasto superficie-aria erano minori. Al contrario, i droni di minori dimensioni si dimostrarono essenziali nel rilevare i movimenti, le posizioni e le composizioni delle forze nemiche durante le operazioni diurne e notturne, accorciando i cicli di puntamento e fuoco dell’artiglieria da circa 30 minuti a 3-5 minuti 2. Oltre all’impiego massiccio di droni aerei, la guerra in Ucraina ha evidenziato il successo dei droni navali di superficie (USV), estremamente efficaci in compiti asimmetrici. Ad esempio, l’USV “Sea Baby 2024” (vedi filmato) è un drone navale molto manovrabile e riutilizzabile, con un’autonomia di quasi 500 miglia nautiche ed un carico utile notevole (circa una tonnellata di esplosivo) con un sistema di guida sofisticato che include un sonar passivo ed uno attivo, per il tracciamento e identificazione dei bersagli.

Questi USV sono stati dispiegati nella regione del Mar Nero, prendendo di mira posizioni strategiche come Sebastopoli, Crimea, e Novorossijsk, ed hanno dimostrato la loro capacità di eludere le difese russe perpetuando efficaci azioni offensive. L’evoluzione di questi sistemi è passata da droni suicidi singoli (one shot) a sistemi sempre più evoluti che fanno prevedere la possibilità dell’uso di sciami di droni con compiti diversificati e completamente autonomi. In pratica l’Uomo assegnerà la missione e saranno i mezzi a decidere come condurla. Fantascienza? Lo scopriremo tra pochi anni.

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In conclusione, la guerra del futuro è già iniziata e diventerà sempre più sofisticata con l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei campi di battaglia. Se è vero che vince solo chi sconfigge il nemico senza necessariamente combattere, l’impiego della tecnologia AI nei sistemi autonomi (droni) potrà ridurre i danni collaterali e le vittime sul terreno, migliorando i processi di decision making ed ottimizzando le missioni. Questo processo è già in corso e ha comportato, specialmente in campo navale una revisione dei concetti tattici e operativi di impiego delle forze militari, per adattarli all’impiego e contrasto di queste nuove piattaforme.

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In futuro dovremo abituarci ad essere contornati da droni e robot in aria, sul terreno e sottacqua con compiti di supporto, intelligence ma anche operativi in totale sostituzione degli esseri umani. Una visione sotto in un certo modo inquietante. La cieca fiducia verso sistemi sempre più autonomi e indipendenti dall’Uomo fa presagire scenari apocalittici da film di fantascienza come Terminator e Matrix. Un rischio sempre più grande perché l’essere umano, a differenza delle macchine, nella sua imperfezione, ha alla base una coscienza che lo porta in extremis a fermarsi … ma questo non potrà accadere per le macchine. Di certo, il mondo di domani non sarà più lo stesso e oggi è già domani.
Andrea Mucedola
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Note

1. Con il termine fuoco amico si intende un attacco da parte di forze belligeranti o neutrali contro truppe amiche nel tentativo di attaccare obiettivi nemici o ostili. Incidenti causati da fuoco amico sono un problema da non trascurare in zone di guerra, spesso non resi noti e inclusi nelle war casualties.

2. Watling, J., and N. Reynolds. ‘Ukraine at War Paving the Road from Survival to Victory.’ Royal United Services Institute. Special Report, July 2022. Fonte https://static.rusi.org/special-report-202207-ukraine-final-web_0.pdf.
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