Una giornata da non dimenticare: il Giorno del Ricordo

Redazione OCEAN4FUTURE

10 Febbraio 2024
tempo di lettura: 6 minuti

 

livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA CONTEMPORANEA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: foibe, Tito, dopo guerra

 

Sono passati 77 anni da quel 10 febbraio del 1947, quando il trattato di pace tra l’Italia e e le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, che mise formalmente fine alle ostilità dopo i lavori della conferenza di pace, svoltasi parimenti a Parigi, tra il 29 luglio e il 15 ottobre 1946. Il trattato sanciva, tra le varie imposizioni all’Italia, anche l’inspiegabile cessione alla Jugoslavia di diversi territori che l’Italia aveva ottenuto in seguito al trattato di Rapallo nel 1920 e al trattato di Roma nel 1924 (misura contro la quale protestò Alcide De Gasperi durante il suo discorso alla conferenza). In particolare, fu disposta la cessione alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia di parte del territorio ottenuto in base al trattato di Rapallo del 1920 (Alta valle dell’Isonzo, Valle del Vipacco, parte dell’Altipiano carsico, buona parte dell’Istria comprese le isole adriatiche di Cherso e Lussino, Lagosta e Pelagosa, la città di Zara), nonché la città di Fiume ottenuta nel 1924 in base al trattato di Roma. Inoltre, la perdita del territorio necessario alla costituzione del Territorio Libero di Trieste, formato temporaneamente da una “zona A” e una “zona B”. La zona A, di 222,5 km² e circa 310.000 abitanti (di cui, solo 63.000 sloveni) partiva da San Giovanni di Duino, comprendeva la città di Trieste, terminava presso Muggia e sarebbe stata temporaneamente amministrata da un Governo Militare Alleato (Allied Military Government – Free Territory of Trieste – British U.S. Zone) mentre la zona B (515,5 km² e circa 68.000 abitanti di cui 51.000 italiani, 8.000 sloveni e 9.000 croati1). Quest’ultima zona sarebbe stata temporaneamente amministrata dall’esercito jugoslavo (S.T.T. – V.U.J.A). Solo nel 1954, in base al Memorandum di Londra, l’amministrazione civile della zona A fu riaffidata all’Italia mentre quella della zona B alla Jugoslavia. La delimitazione definitiva dei confini tra i due Stati venne sancita solo anni dopo, con il trattato di Osimo del 10 novembre 1975.

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in giallo i siti riportati delle foibe. Tra di essi la tragicamente nota foiba di Basovizza Foibe seats.png – Wikimedia Commons

Una pagina nera della nostra storia
L’8 settembre 1943, con l’armistizio tra Italia e Alleati, si verificò il collasso del Regie forze italiane, avvisate all’ultimo momento della situazione e di fatto sottoposte all’ira dell’ex alleato tedesco. Fin dal 9 settembre le truppe tedesche assunsero il controllo di Trieste e successivamente di Pola e di Fiume, lasciando momentaneamente sguarnito il resto del territorio della Venezia Giulia. Questo comportò che buona parte della regione fu occupata dai partigiani titini che, il 13 settembre 1943, a Pisino, proclamarono unilateralmente l’annessione dell’Istria alla Croazia da parte del Consiglio di liberazione popolare per l’Istria, e istituirono, il 29 settembre 1943, il Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell’Istria. Immediatamente vennero improvvisati tribunali che emisero centinaia di condanne a morte non solo per elementi legati al precedente regime fascista ma che erano considerate “eminenti” nella comunità italiana e quindi scomode per il futuro Stato comunista jugoslavo. Iniziò così una pulizia etnica di migliaia di persone innocenti, giustificata come regolamenti di conti con le precedenti autorità fasciste, che furono orrendamente uccise e gettate nelle foibe, grandi spaccature carsiche tipiche della Regione Giulia, alcune mentre erano ancora in vita.

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Pubblicazione CNL Istria Foibe, la tragedia dell’Istria Schema foiba.jpg – Wikipedia

Senza voler riportare le migliaia di testimonianze scritte di quei crimini contro l’umanità, il Governo De Gasperi, nel maggio 1945, chiese ragione a Tito di 2.500 morti e 7.500 scomparsi solo nella Venezia Giulia. La cosa scandalosa fu la reazione negazionista con cui alcuni personaggi della sinistra (tra cui Togliatti che in qualche modo favorì quegli eventi1) che respinsero in seguito per molto tempo la fondatezza di questi crimini. Le ragioni di questo assurdo negazionismo furono molte, non ultimo il fatto che nel corso del conflitto la sinistra italiana avevano acconsentito a lasciare la Venezia Giulia e il Friuli orientale sotto il controllo militare dei partigiani di Tito, avallando così la successiva occupazione jugoslava che, con l’aiuto delle formazioni partigiane comuniste italiane, poste sotto il controllo del comando jugoslavo, effettuarono eccidi come quello di Porzus (che riguardò diciassette partigiani italiani delle Brigate Osoppo di orientamento cattolico e laico-socialista). Non ultimo, va ricordato che la pratica jugoslava dell’infoibamento era ben nota nella sede del Partito Comunista Italiano di Trieste, come si evince da un’istruzione destinata al Battaglione “Trieste” del dicembre 1943, in cui si invitava, tra l’altro, ad utilizzarela tattica delle foibe“.

Una pagina oscura della nostra storia che solo nei primi anni novanta, con la fine della guerra fredda, riemerse in tutta la sua drammaticità. Fu così che, con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, finalmente in Italia fu istituito, dopo tanti anni di lungo e colpevole silenzio, il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio di ogni anno sia in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata (stimato tra le 250.000 e le 350.000 persone) per conservare e rinnovare il ricordo della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe. Questo giorno segue di poco il Giorno della Memoria che invece è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto.

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la scoperta dell’ingresso di una fossa comune in Friuli (Italia) – archivio ANSA
File:Foibe massacres – Discovery of a mass grave in postwar.jpg – Wikimedia Commons

Ieri il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante la celebrazione al Quirinale del “Giorno del Ricordo”, ha voluto ricordare come “un muro di silenzio e di oblio – un misto di imbarazzo, di opportunismo politico e talvolta di grave superficialità – si formò intorno alle terribili sofferenze di migliaia di italiani, massacrati nelle foibe o inghiottiti nei campi di concentramento, sospinti in massa ad abbandonare le loro case, i loro averi, i loro ricordi, le loro speranze, le terre dove avevano vissuto, di fronte alla minaccia dell’imprigionamento se non dell’eliminazione fisica“… “Negare o minimizzare è un affronto alle vittime. Fu un trauma doloroso per la nascente Repubblica“.

Questi eventi, come tutti quelli frutto delle folli teorie propagandate dai regimi totalitari, ci ricordano come la disumanità sia purtroppo frutto della nostra specie, basti pensare a distanza di tanti anni dal dopoguerra gli ultimi orrendi eccidi in Ucraina e in Medio Oriente. Il male purtroppo fa parte delle caratteristiche umane e può essere combattuto solo cercando di superare le differenze … questo non significa abbandonarci ad utopiche speranze, l’esperienza di questi ultimi anni ha dimostrato che  il “lupus est homo homini” plautiano è una triste realtà. Abbassare la guardia in un mondo che cambia continuamente significa abbandonarci nelle mani del male … bisogna operare per costruire i caposaldi di una nuova Umanità anche perché la storia, purtroppo, non ha memoria. 

Andrea Mucedola

 

1 Togliatti scriveva a Vincenzo Bianco, «[…] 3. – L’altra questione sulla quale sono in disaccordo con te, è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te, o quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso la Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi e ti spiego il perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantista del fascismo. Non nella stessa misura che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali. È penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti. Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia. I massacri di Dogali e Adua furono uno dei freni più potenti allo sviluppo dell’imperialismo italiano e uno dei più potenti stimoli allo sviluppo del movimento socialista. Dobbiamo ottenere che la distruzione dell’Armata italiana in Russia abbia la stessa funzione oggi. […]»
Ci sarebbe da domandarsi perché, nonostante il revisionismo della Sinistra, in Italia esistano ancora strade e piazze intitolate a Togliatti che fu responsabile della morte di tanti innocenti che nulla avevano a che fare con il fascismo, ma si è negato a Luigi Ferraro, medaglia d’oro al valor militare, l’intitolazione di un molo in Liguria. Misteri italiani.

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in anteprima la scoperta dell’ingresso di una fossa comune in Friuli (Italia) – archivio ANSA

 

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