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Arabia saudita e Iran: la strana coppia

Reading Time: 10 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: INDOPACIFICO
parole chiave: Medioriente

 

L’equilibrio di potenza non è elemento geopolitico compatibile con l’area del Golfo Persico; quelli che furono i due pilastri mediorientali di contenimento sovietico di Nixon, Arabia Saudita ed Iran, ormai da tempo tendono alla destabilizzazione dell’area conducendo un conflitto ad intensità variabile e centrato sulle proxy wars in Yemen, Siria, Iraq.

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Se da un lato Teheran continua a perseguire dal 1979 una politica di espansione che alimenta i settarismi, peraltro correttamente stigmatizzata già nel 2004 da re Abdallah II di Giordania¹ e fedele al velayat-e-faqih², dall’altro Riyadh, che ha finanziato diffusamente scuole coraniche di impronta conservatrice, tenta di guardare ad un futuro denso di incognite e legato alle performance di un management condizionato da sviste o interpretazioni difficilmente gestibili, come nel caso delle controverse vicende che hanno avvicinato il Siraq al wahhabismo saudita. Le defaillance di Riyadh non devono comunque far dimenticare le impasse iraniane con le deludenti elezioni irachene e le difficoltà di Hezbollah in un Libano ormai pronto ad esplodere.

L’aspetto religioso, politicamente parlando, è deflagrato all’inizio del 2016 con le manifestazioni iraniane conseguenti all’esecuzione di Nimr al Nimr, importante religioso sciita, accusato dai sauditi di incitamento alla sovversione. L’Iran ha ripetutamente imputato all’Arabia Saudita di sostenere gruppi jihadisti per promuovere una visione sunnita conservatrice; Riyadh ha stigmatizzato le politiche espansionistiche iraniane indirizzate a sostenere le milizie armate Houthi in Yemen, un rischio inaccettabile per il Regno.

Nonostante l’avvicendamento presidenziale di Washington l’Arabia Saudita rimane strategicamente vincolata agli USA, benché sussista sia una certa riluttanza nel subire forme di ingerenza negli affari interni, secondo un’alleanza fondata su rapporti clientelari, visto anche il processo di normalizzazione con Israele, utile sia a rendere fattibile l’incremento dell’influenza politica regionale, sia ad accentuare la percezione del rischio esistenziale rappresentato dall’Iran presente a sud in Yemen e lungo il corridoio che giunge al Mediterraneo passando per Iraq, Siria e Libano, culla di Hezbollah, il partito di Dio plasmato dai pasdaran per traslare il focus del confronto con USA, Israele e Arabia Saudita nel Levante arabo. Geopoliticamente si può affermare che degli accordi Sykes-Picot del 1916 sia rimasto ben poco; in quest’ottica la mezzaluna sciita è una semplificazione della realtà, visto che le alleanze iraniane rientrano nella logica della realpolitik. Interessante la postura tenuta dagli Emiratini in merito all’acquisizione del 22% del giacimento offshore israeliano Tamar; per gli EAU Israele è un concreto attore geopolitico capace di un’influenza infinitamente superiore alle sue dimensioni, tanto da rendere possibili i contatti tra il Mossad ed i servizi segreti Sauditi.

Nel frattempo la politica iraniana segue nella stessa area due direttrici; la prima, come visto, terrestre, la seconda marittima che dal Golfo Persico congiunge il Mediterraneo attraverso Mar Arabico, Golfo di Aden, Mar Rosso e Canale di Suez, un contesto di cui Israele deve assicurarsi il controllo della profondità strategica. I segnali che provengono dai punti di crisi esistenti tra Arabia Saudita ed Iran, tra Turchia-Qatar e EAU-Egitto-Arabia Saudita, sembrano evidenziare un orientamento politico mosso da un concreto realismo pragmatista che sembra aver fatto intendere quali siano i conflitti impossibili da vincere, al netto delle posizioni di principio pro Fratellanza Musulmana: la politica di potenza esiste ancora, ma in questo momento economicamente non conviene. Realisticamente il tema del rispetto dei diritti umani non sembra poter costituire un serio sbilanciamento nella definizione dei rapporti tra i sauditi ed americani, malgrado le esigenze di scena impongano atteggiamenti e politiche apparentemente fondate sulla discontinuità: gli USA assicurano, per quanto a loro adesso possibile, una protezione geografica estesa anche sugli Stretti e su diversi piani³, e nel contempo si assicurano una generosa porzione di risorse energetiche.

Il presidente Biden, che deve inviare segnali rassicuranti alle lobby interne americane avverse a Bin Salman paventando la diffusione di documenti riguardanti il coinvolgimento di Riyadh nell’11 settembre, non ha interloquito direttamente con il principe Mohammed, ma direttamente con il re, stanti anche i tentativi cinesi di intaccare nella penisola arabica l’egemonia a stelle e strisce, secondo un paradigma prevalentemente economico. Il sistema difensivo saudita, dopo gli attacchi condotti contro le infrastrutture petrolifere saudite del 2019⁴, è stato rafforzato con lo schieramento di ulteriori batterie di missili Patriot, gestiti da un hardware controllato dagli USA; questo, tuttavia, non può far dimenticare a nessuna delle parti in causa come il pivot americano sia ormai rivolto molto più ad est.

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Nell’area, la normalizzazione delle relazioni tra Paesi arabi ed Israele è il frutto di una preparazione gestita dai sauditi in concorso con gli EAU, con cui i rapporti sono altalenanti specie per la determinazione dei quantitativi di greggio da estrarre, secondo i dettami di un’alleanza strategica che ha sconsigliato a Riyadh, per gli Accordi di Abramo, di esporsi formalmente. Basti pensare all’opportunità per Israele di condurre attività diplomatiche riservate con i paesi aderenti agli accordi di Abramo per evitare apparenti appoggi all’uno o all’altro contendente nelle varie controversie.

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gli accordi di Abramo

Un altro punto di faglia della politica saudita è rappresentato dal Libano, a lungo nell’orbita di Riyadh; la differenza con Teheran risiede proprio nella differente politica adottata: mentre gli iraniani per ogni investimento effettuato chiedono sempre una concreta contropartita, ai sauditi riesce finanche difficile ottenere un rendiconto di quanto elargito. Niente di più comprensibile dunque che ipotizzare una difficile de-escalation tra i due Paesi, visto che anche Ankara risulta essere sempre più pericolosamente pervasiva, e che in molte aree è sempre più palese la contrapposizione settaria e religiosa tra il sunnismo del Golfo e lo sciismo iraniano, favorito da una radicalizzazione che ha agevolato la percezione degli sciiti come agenti infiltrati da Teheran o da Hezbollah; una visione invasiva presente dal 1982, quando Khomeini decise di respingere il cessate il fuoco continuando la guerra contro l’Iraq, inducendo i Paesi del Golfo a sostenere Saddam Hussein, trasformando la sacra difesa in lotta per la sopravvivenza accompagnata dal perenne senso sciita di solitudine strategica. In questo ambito la prospettiva di un’unione confederale del Golfo⁵ a guida saudita, osteggiata però da Kuwait, Oman di essenziale importanza per la sua capacità diplomatica e mediatrice, Qatar pragmaticamente riconciliato con gli altri paesi del GCC⁶, ed EAU, successiva al Consiglio di Cooperazione, consentirebbe una più efficiente reticolarità difensiva ed economica capace di assicurare una maggiore protezione agli appartenenti alla Penisola Arabica, attenti sia a prevenire l’accrescimento dell’influenza iraniana sia a contenere gli strascichi delle Primavere Arabe, trasformando le monarchie regionali in valide attrici economico strategiche ma sotto il controllo saudita.

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Va comunque rammentato che la stabilità saudita dipende sia dall’Amministrazione USA in carica⁷, sia da Vision 2030, il progetto del principe Bin Salman che, se fallisse, potrebbe innescare un conflitto tribale atto a rinfocolare il jihadismo sconvolgendo l’economia globale. Un eventuale collasso saudita alimenterebbe l’influenza iraniana nell’area: dall’Iraq al Libano, dalla Siria allo Yemen; se è vero che l’Iran potrebbe tentare di sfruttare la debolezza saudita in Bahrain, esso stesso sarebbe posto a rischio dall’instabilità che renderebbe incerte le vie marittime e commerciali.

Il confronto arabo-iranico deve tuttavia essere considerato anche alla luce delle condizioni in cui Teheran e Riyadh si trovano a fronteggiare situazioni legate agli effetti della pandemia, alla crisi economica ed ai troppi fronti regionali aperti e che ora richiedono più di un impegno formale in Yemen ed in Iraq con il supporto diplomatico di Oman e Qatar. In questo contesto si collocano le iniziative multilateraliste statunitensi della diplomacy first relativamente al JCPOA iraniano, con prescrizioni più restrittive rispetto al 2015 e con i gravami imposti dalle sanzioni americane, vista la volontà saudita di considerare un bando totale sui progetti missilistici di Teheran, ed alla luce del fatto che un accordo nucleare flessibile legittimerebbe le aspirazioni regionali iraniane. Israele, EAU ed Arabia Saudita, di fatto, non accetteranno la riedizione del precedente accordo nucleare così spesso violato da Teheran. Tenuto conto che un accordo con l’Iran incentiverebbe Arabia Saudita ed EAU a curare ulteriormente il loro programma nucleare, cui non è estraneo il supporto cinese, nemmeno per quanto riguarda il rifornimento di greggio iraniano, va comunque considerato che Riyadh, potenziale produttore di uranio da risorse non convenzionali⁸, valuterebbe attentamente un nulla di fatto a Vienna, dato che la fine delle negoziazioni avvicinerebbe il perseguimento di opzioni militari contro Teheran, che dovrebbe cooperare con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, presupponendo il sostegno americano ai paesi del Golfo. Insomma, per Riyadh l’atomo degli Ayatollah è inevitabile.

Un ipotetico Iran nucleare rilancia l’atomo israeliano funzionale quale deterrente, ed alimenta il timore di Riyadh di ritrovarsi vaso di coccio contornata da vasi di ferro. Sotto l’ottica di un pragmatico do ut des, ha cominciato a prendere forma l’ipotesi di una coesistenza competitiva sorretta da equilibrio di potenza, deterrenza e mutua convinzione che i reciproci sforzi nell’area mediorientale abbiano condotto ad un estenuante ed inutile logoramento. Attenzione però, si tratta per entrambe di un bisogno tattico, a medio termine, espressione di un equilibrio ora quanto mai labile, sia per le consistenze numeriche di uomini e mezzi a favore di Teheran, che si percepisce come entità imperiale completamente diversa dall’accezione araba e caratterizzata da una demografia che conta circa il doppio dei soggetti rispetto agli altri Paesi d’area messi insieme⁹, sia dalla geografia che premia l’Iran quale collegamento per Caucaso, Caspio, Russia, Afghanistan, penisola arabica, Cina, India e Sud Est asiatico. Non a caso Saeed Khatibzadeh, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, ha manifestato la disponibilità di Teheran a dialogare con Riyadh da dove Bin Salman ha mostrato toni conciliatori.

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Da un lato i sauditi temono che una relativa normalizzazione dei rapporti irano-americani possa avvantaggiare Teheran depotenziando la liaison tra Riyadh e Washington, dall’altro per gli iraniani la ripresa delle relazioni con i sauditi è considerato come un dazio inevitabile per contenere gli effetti degli Accordi di Abramo e per prevenire un accerchiamento strategico nel Golfo. Un progresso nel dialogo tra sauditi e iraniani diventa così significativo anche per gli USA, che cercheranno di capitalizzare ogni possibile vantaggio strategico sia nei dialoghi viennesi, a cui è direttamente interessato anche Israele, sia nei processi di distensione in atto, ma senza abbassare la guardia nel controllo del rispetto delle sanzioni riguardanti l’esportazione del greggio: nel Golfo continuano ad essere frequenti sia attentati alla navigazione di navi israeliane, sia velleitari atti di forza iraniani frustrati dal potere navale americano.

Ma gli USA non sono l’unico attore di rilievo: le dinamiche internazionali hanno avvicinato Russia e Iran, ma non tanto da rendere l’uno per l’altro un reale alleato strategico; se Mosca da un lato guarda con interesse al JCPOA al momento in una fase di stallo, e lancia messaggi moderatori a Gerusalemme perché non divampi un’escalation tra Israele ed Iran, dall’altro non intende rinunciare al controllo delle azioni di Teheran in Siria.

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Il Piano d’azione congiunto globale, in inglese Joint Comprehensive Plan of Action, acronimo JCPOA, comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano, è un accordo internazionale sull’energia nucleare in Iran che è stato raggiunto a Vienna il 14 luglio 2015 tra l’Iran, il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania) e l’Unione europea.

In sintesi, la condivisione russo-iranica di interessi regionali ed internazionali, in primis il contenimento di presenza ed influenza USA in MO, non evita limitazioni alla profondità delle relazioni, in un contesto che costringe la Teheran di Raisi, e segnatamente di Khamenei, ad intrattenere rapporti con Mosca e Pechino ed a voler migliorare i legami con i Paesi del Golfo. Se il JCPOA verrà davvero rinnovato, l’Iran potrà tornare a competere sul mercato petrolifero dove la Russia è attore di peso nella regolazione dei prezzi, e tenendo in considerazione il fatto che il ritiro americano dall’Afghanistan imporrà una politica sinergica atta a prevenire il propagarsi delle minacce islamico radicali. Realisticamente, lo sviluppo di un dialogo russo-americano per ciò che concerne il contesto siriano, sostenuto da un quid pro quo statunitense, agevolerebbe Mosca nello stabilire relazioni più assertive con Teheran.

Conclusioni
È possibile pensare ragionevolmente all’inizio di un periodo di relativa pace? Riteniamo di no. L’accordo, se mai si giungerà ad una liaison di questo tipo, avrà natura tattica e contingente, limitata al momento di crisi che entrambi i Paesi, Iran e Arabia Saudita, a vario titolo, stanno vivendo. Che il ministro di uno Stato formalmente fallito, il Libano, esprima il suo libero pensiero contro l’establishment del Regno Saudita, la dice lunga sulla solidità delle istituzioni e dei convincimenti politici, che hanno dovuto soggiacere all’inevitabile reazione a catena scatenatasi nel Golfo. L’espansione iraniana non può non suscitare timori, come non può evitarli la concreta possibilità che Teheran, presto o tardi, arricchisca il suo arsenale con armamento nucleare; con un canovaccio coì ricco di personaggi contrastanti, quello che oggi manca è probabilmente un autore capace di dare corpo e sostanza razionali ad una situazione altrimenti priva di qualsiasi via d’uscita.

Gino Lanzara

pubblicato originariamente su DIFESAONLINE 

 

Note

1 Secondo Abdallah II il governo iracheno avrebbe collaborato con Teheran e Siria per creare un asse sciita esteso fino al Libano ed in grado di sovvertire l’equilibrio sunnita

2 Governo del Giureconsulto; la responsabilità di governo viene affidata all’esperto della legge religiosa (faqih), che viene presentato alla stregua degli Imam, che per l’Islam sciita sono figure venerabili e infallibili

3 Economico, politico, militare

4 È stato accertato che i droni lanciati contro gli impianti della saudita ARAMCO provenivano dal Nord, e testimonierebbero un coinvolgimento iraniano, dato che il raggio era pari a 700 km, a conferma dell’impossibilità della provenienza yemenita. Gli impianti sono situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita. L’impianto di Abaiq tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura. Tra le armi utilizzate, vi erano anche velivoli di fabbricazione iraniana, nello specifico droni di tipo Delta Wing e missili Ya Ali.

5 Il Consiglio di Cooperazione è nato nel 1981 per fronteggiare la minaccia sovietica in Afghanistan, le Guerre del Golfo, la Guerra Iran Iraq, la Guerra contro l’Iraq del 1990/91

6 summit GCC di Al Ula nel gennaio 2021

7 La nuova amministrazione americana ha determinato cambiamenti nella politica estera saudita: la riconciliazione con il Qatar nel gennaio 2021, l’offerta agli Houthi di un cessate il fuoco a gli Houthi in Yemen a marzo e l’inizio di dialogo con l’Iran.

8 Secondo l’AIEA ci sarebbero circa 283400 tonnellate di minerali contenenti uranio nei depositi di al-Jalamid, al-Khabra, Ghurayyah, Jabal Sayd e Umm Wu’al

9 Ottanta milioni a fronte dei 47 milioni degli altri

Foto: web / Twitter / IRNA / IDF

 

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