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Reti fantasma: un problema che unisce pescatori e subacquei di Argentario Divers

Reading Time: 9 minutes


livello elementare
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ARGOMENTO: EMERGENZE AMBIENTALI
PERIODO: XX-XXI SECOLO
AREA: OVUNQUE
parole chiave: reti abbandonate, plastiche

 

Le reti fantasma sono un danno per la pesca e una minaccia per l’ecosistema. Uccidono milioni di animali marini e sono fonte di rifiuti e inquinamento. Serve un’alleanza tra pescatori, produttori, istituzioni e subacquei.

Ogni anno vengono disperse in mare almeno 640 mila tonnellate di reti ed altri attrezzi da pesca che, se non recuperati, continuano a “pescare” per moltissimi anni, 24 ore su 24. Un danno enorme per le comunità di pescatori, che vedono ridursi fino al 30% lo stock di pesce pescabile, e una spietata minaccia per l’ecosistema marino: le reti disperse infatti uccidono in modo indiscriminato milioni di pesci, mammiferi, tartarughe, grandi cetacei e uccelli, per non parlare dei danni cagionati al coralligeno e agli organismi bentonici. Inoltre rappresentano una delle fonti principali di rifiuti marini e inquinamento da plastica, senza contare che sono tra le cause degli incidenti marittimi.

Un disastro ancora troppo sottovalutato. Ma come si può risolvere o contrastare questo problema? Le strade tentate negli ultimi anni sono molte e tutte richiedono un’alleanza tra pescatori, aziende, istituzioni e subacquei, sia a livello globale che nelle piccole realtà locali.

Per noi subacquei, oltre che un impegno eticamente coinvolgente, l’immersione per il recupero delle reti disperse può diventare anche un motivo in più per immergerci e un modo nuovo di andare in acqua, che richiede abilità specifiche. Ma andiamo per ordine: prima di tutto è necessario comprendere il problema.

Le cause: come e perché avviene la dispersione di reti e attrezzature da pesca?
Ogni volta che una qualsiasi attrezzatura da pesca viene messa in acqua c’è il rischio che possa essere dispersa. Tecnicamente vengono chiamate ALDFG (“Abandoned, Lost or otherwise Discarged Fishing Gear”) o anche solo “Ghost fishing”, in italiano conosciute come “Reti fantasma”. Parliamo non solo delle classiche reti da posta o da strascico, ma anche di palamiti, lenze, nasse e tutti i tipi di trappole per crostacei, polpi ecc.

Le cause sono molteplici, ma quelle primarie sono: ostacoli come rocce, secche o relitti dove le reti si possono incagliare; conflitto/interferenza con altri attrezzi da pesca; mareggiate o forti correnti; distacchi accidentali causati dal passaggio di imbarcazioni; condizioni meteo avverse che richiedono l’abbandono per motivi di sicurezza. Non è un caso se molti relitti (tra le mete preferite delle nostre esplorazioni subacquee) vengono spesso rinvenuti proprio grazie ai pescatori che si annotano – nell’intento di evitarli – le coordinate dei posti in cui perdono le proprie reti.

Al contrario di quello che si potrebbe pensare, l’abbandono intenzionale è un evento raro e minoritario perché le attrezzature da pesca sono costose e nessuno vuole perderle. Quando accade è legato ad attività di pesca illegale oppure alla mancanza di opzioni di smaltimento, come avviene in alcuni paesi in via di sviluppo. È importante comprendere che in questo problema i pescatori non sono “i cattivi”. Anzi, le reti fantasma diventano i principali nemici delle comunità di pescatori: una sorta di “concorrenza sleale” che pesca in modo indiscriminato e per 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza badare nemmeno ai periodi di “fermo pesca”.

operazioni di recupero all’Argentario

L’entità: quante sono le reti fantasma?
Non esiste un censimento, ma nel 2009 il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha stimato che 640 mila tonnellate di reti o altri attrezzi vengano dispersi in mare ogni anno, equivalenti a 90mila autobus a due piani! Una quantità enorme, se consideriamo che si aggiunge a quella dispersa l’anno precedente e l’anno precedente ancora, e così via. E sì, perché i materiali con cui oggi vengono realizzate queste attrezzature, prevalentemente plastica, sono concepiti per essere resistenti e difficilmente degradabili: si calcola che una rete da pesca dispersa possa resistere fino a 600 anni! Per questo la quantità continuerà ad accumularsi e gli impatti sugli ecosistemi marini continueranno a peggiorare. L’Unione Europea stima che il 20% delle attrezzature da pesca usate in Europa vengano disperse in mare: oltre 11 mila tonnellate ogni anno. Nel solo golfo di Venezia la stima è di 60 mila reti finite sui fondali. Altri esempi, solo per dare un’idea: nella baia di Chesapeake, negli Stati Uniti, ogni anno si perdono circa 150.000 trappole per granchio su un totale di 500.000. Nella sola isola caraibica della Guadalupa, ogni anno si perdono circa 20.000 trappole, con un tasso di perdita del 50 percento.

Le conseguenze: quali sono i danni causati dalle reti fantasma? 
La prima conseguenza riguarda la riduzione della quantità di pesce commestibile oggetto di pesca e di commercio. Le stime affermano che le reti fantasma hanno un impatto compreso tra il 5% e il 30% sugli stock ittici in tutto il mondo, con punte che localmente possono anche essere superiori. Le reti fantasma rappresentano quindi una minaccia per la stessa attività di pesca e di conseguenza anche per il sostentamento alimentare mondiale e per la salute umana. Ogni tonnellata di attrezzature da pesca dispersa, ucciderebbe almeno 1,25 tonnellate di pesce. Per questo motivo il tema delle reti disperse è stato ampiamente approfondito dalla FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di cibo e agricoltura, che nel 2009 ha realizzato uno studio per indagare il fenomeno e studiare possibili soluzioni.

L’altra grave conseguenza riguarda l’impatto sull’ecosistema marino. Le reti disperse uccidono in modo indiscriminato milioni di pesci, mammiferi, grandi cetacei, tartarughe marine, uccelli e altri animali protetti. Le specie minacciate sono più di 800, compresi gli organismi bentonici (coralligeno). Si calcola che almeno 136.000 foche, leoni marini e grandi balene vengono uccise ogni anno dalle reti fantasma. Dal 2000 al 2012, il “National Marine Fisheries Service” ha registrato una media di undici grandi balene impigliate in reti fantasma ogni anno, solo lungo la costa occidentale degli Stati Uniti! Dal 2002 al 2010, 870 reti sono state recuperate nello stato di Washington con oltre 32.000 animali marini intrappolati all’interno.

Le reti fantasma diventano anche una delle fonti principali di rifiuti e inquinamento dei mari. Le attrezzature da pesca disperse rappresentano il 10% di tutti i rifiuti marini, secondo quanto stimato da UNEP nel 2009. Tuttavia, studi recenti del 2017 e del 2018 hanno suggerito che potrebbero rappresentare dal 46% al 70% di tutta la macro plastica nei nostri oceani in base al peso.

Inoltre, l’Unione Europea stima che il 27% dei rifiuti che deturpano le spiagge siano riconducibili ad attrezzatura da pesca disperse. Una volta frammentate, le reti diventano  delle micro plastiche che vengono ingerite dagli animali marini. In particolare, mangiando pesci e molluschi, queste microplastiche  entrano nella nostra catena alimentare, con conseguenze per la nostra salute che non sono ancora state del tutto stabilite. Un’altra conseguenza sottovalutata sono i rischi per la navigazione. Molte attrezzature disperse possono aggrovigliarsi e restare in superficie, causando incidenti alle imbarcazioni di passaggio.

Le soluzioni: come si può contrastare il fenomeno?
Tutti noi possiamo fare qualcosa per contrastare questo problema a livello locale. Serve una collaborazione costante tra le comunità di piccoli pescatori, le istituzioni e i subacquei per fare in modo che appena una rete viene perduta, il pescatore possa segnalare subito la posizione GPS alle istituzioni (enti parco, guardia costiera ecc.) in modo da consentire l’avvio delle operazioni di recupero anche con l’aiuto dei diving locali. Tutti abbiamo interesse a preservare il mare e gli animali marini: chi vive di pesca per continuare a trarne un reddito e noi subacquei per continuare ad ammirare le meraviglie del sesto continente. E’ importante anche sostenere progetti locali di ricerca e recupero reti abbandonate, come il progetto “Life-ghost” che ha riguardato la mappatura e il recupero di reti fantasma nel golfo di Venezia, con un approfondito studio sugli impatti.

A livello globale, negli ultimi anni la “Global Ghost Gear Initiative” (GGGI) si è affermata come la principale alleanza mondiale dedicata a risolvere il problema delle reti disperse. Lanciata nel 2015 dalla “World Animal Protection”, oggi raduna 95 organizzazioni in sei continenti tra aziende, compagnie, associazioni e 14 governi anche europei come Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi e Svezia (non ancora l’Italia!). Oltre a molti progetti realizzati in tutto il mondo la GGGI si occupa di studiare le buone pratiche e sperimentare tutte le possibili soluzioni al problema, insieme ai produttori di attrezzature, alle aziende, ai pescatori e ai governi. Anche il rapporto FAO del 2009 ha approfondito possibili soluzioni globali. e l’Unione Europea ha inserito una strategia contro le reti fantasma nella normativa sulla plastica, la stessa che dal 2021 vieterà molti oggetti usa e getta.

In estrema sintesi, le soluzioni al momento studiate o sperimentate riguardano:
prevenzione: innovazioni nella progettazione delle attrezzature; incentivi e facilitazioni per lo smaltimento delle attrezzature vecchie, danneggiate o recuperate; limitazioni nell’uso o nelle dimensioni di reti da posta derivanti (ovvero quelle reti che non vengono ancorate ma si spostano con le correnti, normalmente per catturare pesci pelagici); marcatura delle reti nei paesi in via di sviluppo ecc.
mitigazione dell’impatto: applicazione di tecnologie GPS per favorire il recupero; obbligo di segnalazione e recupero in caso di perdita (in Europa è già obbligatorio); ricerca di nuovi materiali biodegradabili; riciclo delle reti recuperate ecc.
cura, ovvero il recupero delle attrezzature disperse.

Per quanto riguarda il riciclo delle reti recuperate, l’azienda italiana Aquafil utilizza reti abbandonate e altri rifiuti in plastica per produrre costumi da bagno e abbigliamento sportivo. Un’altra azienda spagnola, la Ecoalf, ha realizzato una linea di maglioni realizzati con attrezzatura da pesca recuperata. Per quanto riguarda l’innovazione nei materiali, un team di scienziati coreani ha inventato una rete da pesca biodegradabile, che potrebbe aiutare molto a contrastare il problema del ghost fishing. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Animal Conservation (link in fondo all’articolo).

L’immersione per il recupero di reti fantasma: tecniche e abilità necessarie per i subacquei
Immergersi per difendere il mare dalle reti abbandonate non è solo divertente e tecnicamente stimolante, ma anche eticamente coinvolgente. Per noi subacquei, il recupero delle reti fantasma può infatti diventare anche un motivo in più per fare immersioni e un modo nuovo di andare in acqua, che richiede lo sviluppo di abilità specifiche. Esistono veri e propri team di subacquei che si dedicano solo a questo tipo di immersione, come il gruppo “Ghost Fishing e tanti altri.

Ogni volta che noi (Argentario Divers) abbiamo organizzato immersioni di recupero di reti fantasma a Giannutri o all’Argentario, abbiamo trovato sempre un’ottima risposta da parte di tutti e un grande entusiasmo nel collaborare per aiutare il mare a preservare la sua bellezza e la sua biodiversità. Qui, ad esempio, il video di una giornata organizzata insieme a Clean Sea Life:

Tutti i subacquei dovrebbero segnalare le reti abbandonate quando le avvistano e, soprattutto, tutti i Diving dovrebbero organizzare immersioni per recuperare rifiuti e reti disperse, in coordinamento con le Autorità locali.

Vediamo quali sono le principali abilità che un subacqueo dovrebbe coltivare per partecipare alle immersioni di recupero delle reti fantasma.

Innanzitutto occorre un assetto perfetto e un trim orizzontale: il recupero delle reti disperse richiede di lavorare con le mani, a diverse quote (non solo sul fondo) e possibilmente senza finire impigliati nella rete che stiamo rimuovendo. Per questi motivi è necessario sapere mantenere la quota senza dover pinneggiare e mentre si eseguono operazioni abbastanza complesse.

Uso di palloni di sollevamento: prima di collaborare al recupero di una rete fantasma è opportuno fare un minimo di pratica con i palloni di sollevamento. Il loro utilizzo è abbastanza semplice ma, se impiegato in modo improprio o sbagliato, rischia di portare rapidamente in superficie anche noi, oltre alla rete, con i conseguenti rischi decompressivi.

Inoltre, è importante avere capacità di pianificazione e di lavoro in team. Il recupero di una rete lunga qualche decina (o centinaia) di metri richiede un’attenta pianificazione in superficie e un ottimo coordinamento e lavoro di squadra sott’acqua, così da utilizzare nel modo più efficiente possibile il tempo di fondo disponibile.

È necessario anche saper valutare quando conviene staccare una rete dalla roccia e quando invece è più opportuno lasciarla lì, magari dopo averla messa in sicurezza. A volte infatti la rete è talmente vecchia che, staccandola, rischiamo di peggiorare la situazione e danneggiare gli organismi bentonici (gorgonie, coralli, astrospartus ecc.).

Infine, una notazione sui brevetti: servono tutti. Le reti si trovano a diverse profondità, pertanto possono essere impiegati subacquei brevettati per immersioni in aria entro i 40 metri, subacquei tecnici in circuito aperto o chiuso fino a 60 metri e subacquei tecnici con rebreather per raggiungere quote impegnative anche fino a 100 metri. Ovviamente, dato il lavoro fisico necessario, il consumo di gas potrebbe essere molto superiore a una normale immersione, pertanto è molto utile essere abilitati (e allenati) alla gestione di più bombole ed all’uso di bombole decompressive con miscele iper ossigenate.

Filippo Bargelli
Giornalista di professione e subacqueo per passione, è nato e vive nell’unica regione peninsulare senza mare. All’Argentario ha quindi trovato la sua “seconda casa”, grazie alla grande famiglia di Argentario Divers (Porto Ercole) con cui si immerge dal 2010 nelle splendide acque delle isole di Giannutri e del Giglio

Argentario Divers
Indirizzo: Lungomare Andrea Doria, 103 – 58018 Porto Ercole (GR)
Telefono: 339 1376411

 

Fonti

Reti fantasma, un problema unisce pescatori e subacquei di Argentario divers

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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