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livello medio
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ARGOMENTO: RISORSE SOTTOMARINE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Metalli pesanti
In un precedente articolo abbiamo parlato dei noduli di manganese e delle frontiere minerarie oceaniche che si stanno aprendo grazie allo sviluppo di sempre nuove tecnologie per poter operare a grande profondità. L’oggetto del contendere sono i metalli rari che si stanno esaurendo nelle miniere sulla terra ferma ma sembrano essere largamente disponibili nei fondali profondi del mare.
Primi fra tutti il molibdeno e il litio, essenziali per il funzionamento di molte apparecchiature elettroniche: dai telefonini ai componenti dei satelliti di comunicazione.

Se le difficoltà tecnologiche ad operare in remoto a grandi profondità marine si stanno superando, esistono ancora molti dubbi sull’impatto ambientale che tali lavorazioni possono procurare agli ecosistemi. Una prospettiva lontana? Di fatto circa 1,3 milioni di chilometri quadrati del fondale marino sono già stati assegnati alle nazioni richiedenti per l’esplorazione mineraria e lo sfruttamento vero e proprio inizierà a breve ovvero quando saranno approvate le regole esecutive. Queste dovranno tenere conto dell’impatto ambientale sugli ecosistemi profondi e sulle variazioni chimico fisiche del volume d’acqua legate ai materiali che si solleveranno durante gli scavi. Per quanto riguarda il rischio biologico, le ricerche oceanografiche nelle acque profonde hanno identificato più di 1.000 specie animali. Sebbene questo numero sembra poco significativo bisogna tener conto che i ricercatori hanno analizzato meno dello 0,01% del fondo oceanico.

Ma chi è responsabile della regolamentazione dello sfruttamento delle risorse dei fondali marini?
Tutte le norme, i regolamenti e le procedure inerenti lo sfruttamento delle risorse minerarie sottomarine si riferiscono giuridicamente alla Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 sul diritto del mare ed all’Accordo di attuazione del 1994 relativo all’estrazione di minerali nei fondali marini profondi. Il loro insieme viene definito Codice minerario e avrà, quando completato, lo scopo di regolare la prospezione, l’esplorazione e lo sfruttamento dei minerali marini nell’area internazionale dei fondali e sottosuolo marini oltre i limiti di giurisdizione nazionale.
Ad oggi, l’Autorità Internazionale dei fondali marini (ISA) ha emanato:
– il Regolamento sulla prospezione e l’esplorazione dei noduli polimetallici nell’area (adottata il 13 luglio 2000) che è stato successivamente aggiornato e adottato il 25 luglio 2013;
– il Regolamento sulla prospezione e l’esplorazione dei solfuri polimetallici nell’area (adottato il 7 maggio 2010);
– il Regolamento sulla prospezione e l’esplorazione delle croste ricche di cobalto (adottato il 27 luglio 2012).
Ovviamente non si è che all’inizio di una nuova era dello sfruttamento di queste risorse. Le Nazioni ed i consorzi interessati ad operare nei fondali oceanici stanno richiedendo con una certa insistenza i diritti di esplorazione, nonché la definizione dei contratti di esplorazione. Una situazione delicata sottolineata anche il 25 luglio 2019 a Kingston dove i Capi di Stato e di governo, ministri, ex segretari generali, funzionari delle Nazioni Unite e osservatori hanno partecipato alla sessione commemorativa speciale dell’Assemblea dell’ISA. Oltre agli incontri formali sono stati tenuti pannelli di lavoro di alto livello sul rafforzamento delle iniziative per lo sviluppo delle capacità di sfruttamento minerario anche per gli Stati in via di sviluppo.

Nel pomeriggio, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres presentò il database DeepData, che fungerà da archivio principale per tutti i dati raccolti. Allo stato attuale, il database contiene parametri biologici, fisici e geochimici degli ecosistemi marini dal fondo del mare alla superficie dell’oceano, presentati dai 29 appaltatori dell’ISA. Ma i dati sono insufficienti e coprono solo circa l’uno per cento dell’area totale. Ancora troppo poco … ma è già un passo in avanti per comprendere l’impatto che questo nuovo sfruttamento delle risorse potrebbe avere sugli ecosistemi.
Di fatto ISA ha un compito complesso; da un lato determinare e gestire aree internazionali di importanza strategica per le industrie e dall’altro assicurare la conservazione di un patrimonio comune dell’Umanità, gli ecosistemi profondi degli oceani.


Due fattori che non vanno bene insieme. Tuttavia l’ISA prevede di finalizzare il codice minerario entro il 2020, consentendo alle aziende minerarie di passare alla fase successiva, ovvero l’estrazione commerciale dei materiali presenti sul fondo marino.

Gli scienziati temono che l’ISA, sotto la pressione delle Nazioni più industrializzate, possa dare maggiore enfasi al suo mandato di sviluppo e non abbastanza a quello ambientale. Timore che è stato sottolineato in una lettera aperta redatta da 28 scienziati di tutto il mondo per richiedere una maggiore sinergia con altri organi intergovernativi, come la Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, in modo che la funzione di conservazione e salvaguardia degli oceani sia giustamente considerata nei colloqui con le aziende richiedenti le licenze.
Un impatto ecologico comprovato nei primi test
Il potenziale distruttivo delle lavorazioni sottomarine va oltre l’impatto biologico. Le macchine estrattrici, ciascuna del peso di circa 300 tonnellate, potrebbero favorire nella loro opera di scavo anche il rilascio del carbonio intrappolato nei sedimenti marini profondi, aggravando le emissioni gassose in atmosfera.

L’oceano profondo è così scarsamente conosciuto che i ricercatori non hanno idea quanto potrebbe essere la magnitudine del fenomeno. Sono in corso dei test di monitoraggio del sedimento in dispersione e sul suo potenziale di soffocamento delle forme di vita, utilizzando un prototipo di macchina “raccoglitrice di noduli” da 3,5 tonnellate. Questo mostro strisciante sul fondo degli oceani sta effettuando i primi test di raccolta per valutare l’impatto ambientale.
Questo esperimento è l’ultimo delle attività di verifica che ebbero inizio nel 1989 nell’Oceano Pacifico sud-orientale tropicale. Iniziò allora un esperimento a lungo termine, su larga scala, di disturbo e di ricolonizzazione, denominato DISCOL (DIS-turbance and re-COL-onization) inteso a valutare l’impatto dell’estrazione commerciale sulle comunità bentoniche. L’esperimento fu effettuato in un’area circolare di 10,8 km2, L’area, denominata DEA (DISCOL Experimental Area), era a circa 650 km a sud-est delle Isole Galapagos, ad una profondità compresa tra 4140 e 4160 metri con presenza di noduli di manganese.

Nel 1989 vi fu istituito un intenso programma di campionamento profondo per ottenere informazioni sulle comunità batteriche e faunali, utilizzando uno strumento per grattare il fondale chiamato disturber, il disturbatore. Sebbene si trattasse di una azione di frizione superficiale si creò un pennacchio di sedimenti che ricadde sul fondale soffocando le creature sul fondo del mare. Dopo numerosi esperimenti, nel 1997 il progetto per motivi tecnici e di costo non fu più finanziato.

Negli ultimi cinque anni, a causa della necessità di valutare più compiutamente il possibile impatto delle attività di estrazione in acque profonde da parte dell’ISA, il Ministero tedesco della scienza e della tecnologia ha deciso di finanziare ulteriori studi sull’area sperimentale DISCOL (DEA). Questi studi sono condotti nell’ambito del quadro europeo degli oceani JPI nell’ambito dell’azione pilota “Aspetti ecologici delle miniere di acque profonde“. Nel corso di questo progetto, i dati raccolti dalle precedenti crociere DISCOL, digitalizzati e caricati in database scientifici, sono stati resi disponibili sia alla comunità scientifica che al pubblico per supportare le future sperimentazioni scientifiche.

Il 14 gennaio 2013, l’International Seabed Authority (ISA) e Global Sea Mineral Resources (GSR) hanno firmato un contratto di 15 anni per l’esplorazione dei noduli polimetallici su 76.728 chilometri quadrati del fondale marino nella parte orientale della zona di frattura Clarion-Clipperton (CCFZ) dell’Oceano Pacifico centro-orientale (l’area del contratto esclusivo per la GSR si trova ad una profondità media di circa 4.500 metri).
Dopo il successo della sperimentazione del Track Soil Testing Device (TSTD), GSR ha sviluppato il “Patania II“, un prototipo di uno scavatore minerario su fondali profondi. Il robot doveva essere testato per la prima volta in situ ad aprile 2019 ma la prova stata annullata a causa di problemi tecnici.

Oltre agli aspetti tecnologici, ci sono aspetti giuridici
Quando nei documenti si parla di evitare un serio impatto ambientale non è chiaro cosa si intenda per quantificazione di “danno grave“. La definizione di “danno grave“, per la Convenzione sul diritto del mare, non è stato ancora del tutto definito legalmente per ovvie remore delle Nazioni più industrializzate. Un cavillo da chiarire alla luce delle implicazioni biologiche, ecologiche e climatologiche derivanti da futuri scavi sottomarini. La proposta del GSR è di seguire il suggerimento di raccomandazione presentato da Levin et al (2016) ovvero di utilizzare nel campo minerario subacqueo la “definizione FAO” relativa alla pesca in acque profonde. Ne deriverebbe che l’analisi degli “impatti negativi significativi” dovrebbe riferirsi a quelli che compromettono l’integrità dell’ecosistema.
Essi però dipendono da molteplici fattori:
– l’intensità e gravità dell’impatto;
– l’estensione spaziale dell’impatto rispetto alla disponibilità dell’habitat;
– sensibilità e vulnerabilità dell’ecosistema all’impatto;
– capacità di recupero dell’ecosistema;
– entità dell’alterazione dell’ecosistema;
– tempi e durata dell’impatto rispetto alle specie e alle esigenze dell’habitat (FAO, 2009, paragrafo 17).
Tutti fattori, per essere sviscerati, necessitano molte sperimentazioni in situ e quindi molto tempo. Di fatto la GRS tornerà al più presto sul sito utilizzando il Patania II. Per otto giorni, risucchierà i noduli da un’area di 300 metri per 300 metri. Nello stesso tempo, gli scienziati della nave da ricerca tedesca RV Sonne impiegheranno telecamere e sensori di acque profonde per monitorare gli effetti di questo dragaggio sulla parte sedimentaria del fondo marino che circonda questi noduli.
Ci si domanda se il grido di allarme degli scienziati lanciato a Kingston verrà veramente ascoltato o le Nazioni propenderanno ancora una volta per il profitto.
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