Reportage: alla scoperta del fiume Galeso

Vincenzo Popio

28 Febbraio 2025
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ITALIA
parole chiave: Galeso

Una caratteristica del mar Piccolo di Taranto è di ricevere le acque di un certo numero di piccoli fiumi chiamati citri. Oggi Vincenzo Popio ci parla del Galeso, una perla dimenticata di quella splendida area marina costiera pugliese.
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Oggi parliamo del Galeso, un piccolo fiume della lunghezza di soli 900 metri, con una larghezza media di una decina di metri ed una profondità oscillante dai 0.30 ai 2,80 metri che sorge da un laghetto tra Cavello e Statte in località Citrezze (Taranto) e riversa, con una portata media giornaliera di circa 30-40 tonnellate nelle 24 ore, le sue acque nel Mar Piccolo, proprio nei pressi dove erano presenti i noti allevamenti delle cozze tarantine. Vi domanderete perché vi parlo di questo tutto sommato insignificante rivo d’acqua. In realtà il Galeso, come altri citri, riversa una gran quantità d’acqua dolce in punti circoscritti del Mar Piccolo comportando una costante diluizione della salinità delle acque marine circostanti, soprattutto in profondità, unita ad un raffreddamento, talvolta vorticoso, delle acque stesse. Un’occasione per poter quindi parlare di questo interessante ecosistema acquatico. La foce del Galeso, vista dal mare, appare incorniciata da un bosco. A destra si stende un bosco di Eucalipti, e lungo la strada costiera c’è una rada siepe di Tamarici. A sinistra, il bosco di alti eucalipti è preceduta dalla fascia di verde più chiaro di una pineta. Il letto del corso d’acqua è invaso da chiazze di Cymodocea nodosa e di Caulerpa prolifera miste a Cloroficee e Ulva lactuca.

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La polla sorgiva, sempre ornata da fragmiti0 di crescione e di cloroficee (sono piccole canne e alghe), ha una ampiezza di circa 20-25 m., e da dove è possibile avvicinarsi maggiormente, si scorge, attraverso l’acqua limpida profonda dai 4 ai 5 metri, un fondo sabbioso cinereo.
Insieme ai citri (sorgenti di acque dolci) e all’altro fiume Cervaro, il Galeso versa acque dolci nel Mar Piccolo, contribuendo ad abbassare significativamente la salinità di questo mare interno e favorendo il ricambio delle sue acque che assumono cosi caratteristiche peculiari e differenti da quelle del Mar Ionio.
Caratteristiche, tra l’altro, che rendevano il Mar Piccolo luogo ideale per la coltivazione dei mitili, almeno fino a quando attività cantieristiche e industriali hanno purtroppo provocato aumenti significativi di alcuni inquinanti (diossine, PCB, IPA, benzo(a)pirene, metalli pesanti) tali da rendere addirittura vietato l’intero ciclo biologico di allevamento dei molluschi eduli nel primo seno.

Un pò di storia

Questo piccolo angolo di paradiso veniva decantato fin dai tempi antichi per la sua bellezza, per la ricchezza di ulivi e alberi da frutto che sorgevano intorno alle sue sponde, gli ottimi vitigni e il miele. Taranto dovrebbe fare della zona intorno al fiume Galeso un parco nazionale dedicato alla grande poesia latina. Il poeta Virgilio, mantovano, proprio su queste sponde pare abbia composto le Egloghe, e tratto anche ispirazione per comporre le Georgiche e descriveva le sue acque di un colore blu scuro, niger, per la presenza di una particolare alga e ombroso, un riferimento legato alla fitta vegetazione che lo cingeva. Virgilio fu attratto da quel luogo circondato dal verde delle colline, dal profumo della salsedine del Mar Piccolo, dai mirti, dai lauri e dalle numerose erbe medicinali. Il luogo perfetto per la cura della mente e del corpo. Virgilio, nelle sue Georgiche (IV,116-148) parla di un vecchio di Corico (il Pascoli lo chiamò “il vecchio di Taranto”), confinato, dopo la guerra pompeiana ai pirati (67 a.C.), sulle sponde del Mar Piccolo di Taranto e presso il Galeso, che, con la pazienza e duro lavoro, seppe trasformare l’arida terra sabbiosa in campi fertili di verdure, di frutta e pieni di fiori del cui polline venivano a nutrirsi le api industriose da cui ricavare il miele.

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Il poeta Virgilio e le Muse – Mosaico, III sec. d.C. – Museo Nazionale del Bardo, Tunisi

Il primo a citare il Galeso fu lo storico greco Polibio, il quale narra che in occasione della seconda guerra punica tra Roma e Cartagine, a sostegno della potente Taras, giunse nell’anno 207 a.C. il generale Annibale che, avendo “lasciato sufficiente numero di soldati e i necessari cavalli a guardia della città e a difesa del mare, pose gli accampamenti in un luogo discosto dalla città quaranta stadi, presso il fiume che alcuni chiamano Galeso, ma dalla maggior parte Eurota 1, fiume che in realtà bagna la Laconia e scorre presso Sparta: ed ha molta somiglianza la campagna e la città dei lacedemoni, con quella dei tarantini, perciocché questi sono, a detta di tutti, coloni ed anche congiunti di sangue dei primi.

Dal tempo di Virgilio in poi, il Galeso divenne famoso per via della purezza delle sue acque e per le terre fertili. Vi erano alberi alti e ombrosi, folte pinete che davano fresco e aria buona per chi sostava dopo lunghi viaggi. Di fronte a questa oasi si ergeva come diceva Orazio “ molle et imbelle Tarentum”, una città in posizione strategica militarmente e con una forte economia. Ad inaugurare l’epoca romana è il poeta venosino Quinto Orazio Flacco, il quale dedica splendide parole al suo amico Settimio, confidandogli il timore che se non fosse riuscito a tornare in patria, avrebbe desiderato che la morte lo sopraffacesse sulle rive del Galeso. Le parole di Orazio che quel flumen definì dulce, lo descrivono così “E se il destino avverso mi terrà lontano [da Tivoli – NdR] , allora cercherò le dolci acque del Galeso caro alle pecore avvolte nelle pelli [l’autore si riferisce qui alla tradizione di rivestire ciascuna pecora con pelli di altri animali, a mo’ di cappottino, per preservarne l’integrità della lana], e gli ubertosi campi che un dì furono di Falanto lo Spartano”… Presso il Galeso si sono fermati i più grandi poeti, latini, da Virgilio ad Orazio, da Properzio a Marziale, e poi il Pascoli, il Gaudiglio e i tarantini Raffaele Carrieri ed Angelo Lippo. In età classica vi sorgeva un quartiere detto Ebalia, che lo utilizzava come risorsa idrica ed economica: nelle sue acque venivano lavati i velli delle pecore che risultavano di un biancore particolare, dovuto alla durezza dell’acqua. Verso la metà del XII secolo il barone Riccardo decise di far costruire una piccola chiesa intitolata alla Madonna, che fu consacrata nel 1169 dal vescovo Gerardo.

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facciata della chiesa cistercense di Galeso da https://www.cistercensi.info/abbazie/abbazie.php?ab=1032

Alcuni anni più tardi, l’arcivescovo Angelo cedette la chiesa, con alcuni terreni, ai Cistercensi perché vi fondassero un’abbazia e quindi bonificassero anche le zone adiacenti. Nel 1195 una colonia di monaci bianchi provenienti da Sambucina diede vita all’abbazia di Santa Maria del Galeso, che in poco tempo, grazie sia al lavoro dei religiosi sia alle ricche donazioni, poté ingrandirsi divenendo un importante complesso monastico. Accanto alla sua foce nel 1915, prima della guerra, furono installati i Cantieri Navali, oggi purtroppo in uno stato di abbandono.

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Quel “fiume dei poeti” è oggi ridotto a una vergognosa discarica a cielo aperto, rappresentando un simbolo di degrado che non può più essere ignorato ed è l’emblema della gestione delle nostre risorse naturali e storiche. Urgerebbe un intervento di bonifica per non cancellare dalla memoria un posto così particolare da cui grandi poeti e scrittori hanno tratto ispirazione per le loro opere immortali, una perla del nostro territorio da salvare.

Enzo Popio

Note
0 Fragmiti: grandi erbe perenni con rizoma lungo e strisciante

1. Eurota, dal greco “εύρoέω” ovvero “che scorre bene”.
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