Quale sarà il futuro della Siria?

Andrea Mucedola

11 Dicembre 2024
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDIORIENTE
parole chiave: Siria, Turchia, Russia, Israele
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La difficoltà maggiore è sempre comprendere a cosa si riferisce un termine geografico: un’entità indefinita, un’espressione geografica o uno Stato in grado di esercitare la sua sovranità. In Europa, secoli di guerre hanno creato situazioni più o meno assestate ma, guardando altre zone del mondo, ci si rende conto che i confini di uno Stato non sono così chiari e accettati. Parliamo oggi di Siria, storicamente riferita ad una grande regione orientale che vide sorgere sul suo territorio numerosi regni e civiltà. La regione subì numerose invasioni e dominazioni: prima dagli Egiziani, poi da Babilonesi, Persiani, e Macedoni con Alessandro Magno che, a partire dalla fine del IV secolo a.C., iniziò un profondo processo di ellenizzazione della Regione. Dopo la conquista romana nel 64 a.C. da parte di Pompeo, la Siria divenne Provincia romana per circa sette secoli, fino alla caduta dell’Impero e poi nel periodo bizantino quando Antiochia si trasformò in un fiorente centro di commercio internazionale. Parliamo naturalmente di un territorio più vasto di quello attuale che includeva anche l’attuale Libano.
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Quante meraviglie della storia dell’umanità saranno distrutte in Siria? Questo era il Tetrapylon di Palmyra, vandalizzato dalle milizie dello Stato islamico nel 2017
Tetrapylon Palmyra.jpg – Wikimedia Commons

Nel VII secolo dopo Cristo la Siria venne conquistata dagli Arabi e fu amministrata dal califfato omayyade che eresse a sua capitale Damasco, in seguito capitale provinciale del sultanato mamelucco. Il territorio siriano fu quindi inglobato nell’Impero ottomano e per un periodo breve nel mandato francese. Con il termine della seconda guerra mondiale, nel maggio 1945, scoppiarono dieci giorni di manifestazioni ininterrotte ma, grazie alle pressioni del Regno Unito e della neonata organizzazione della Lega araba, a luglio il comando delle forze armate passò in mani siriane e l’indipendenza venne ottenuta il 1º gennaio 1946 con l’elezione del suo primo Presidente, il veterano nazionalista Shukri al-Quwwatli. Le ultime truppe straniere lasciarono il Paese il 17 aprile 1946 e la Repubblica di Siria divenne membro fondatore delle Nazioni Unite. La vita del nuovo Stato non fu da subito facile; seguì un periodo d’instabilità, con tredici colpi di Stato. Durante la crisi di Suez del 1956 le truppe siriane si schierarono in Giordania per prevenire un’invasione israeliana, firmando, nel novembre dello stesso anno, un primo trattato con l’Unione Sovietica dal quale ottenne ampi rifornimenti militari. In quel periodo crebbe in forte orientamento nazionalista e panarabo che portò la Siria, tra il 1958 e il 1961, ad unirsi all’Egitto nella debole Repubblica Araba Unita. Caduta l’unione nel 1961, l’8 marzo 1963 il partito panarabo Baʿth s’impadronì del potere; ma non era finita, dopo il nuovo golpe militare del 23 febbraio 1966, guidato dal leader dell’ala sinistra del partito Salah Jadid, il Ba’th abbandonò la linea panaraba per una socialista e filo-sovietica e, dal 1970, la presidenza venne mantenuta fino ad oggi dalla famiglia al-Asad.

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il presidente Bashar al-Asad, ultimo della dinastia degli Asad ora rifugiato a Mosca
Bashar al Assad (2018-05-17) 02 (cropped).jpg – Wikimedia Commons

Un governo non facile, tra fazioni che si combatterono sanguinosamente nella guerra civile del 2011, le cui conseguenze politiche e umanitarie si estero ai Paesi vicini e che abbiamo descritto in altri articoli. Un punto cardine del conflitto fu l’attacco ad Aleppo, circa un decennio fa, con l’aiuto della potenza aerea russa e del gruppo militante Hezbollah con sede in Libano. Il regime del presidente Bashar al-Asad fu in grado di riprendere il controllo dell’intera città usando anche gas tossici sulla popolazione inerme. La pace non arrivò e il conflitto in Siria restò “freddo”, con i diversi gruppi ribelli in gran parte confinati nel governatorato di Idlib, adiacente al governatorato di Aleppo, e supportati da Turchia e Stati Uniti, combattuti da miliziani di Hezbollah e siriani fedeli ad Asad a loro volta aiutati dai russi.

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Le complicate relazioni degli interessi in Siria … da notare il Fronte Al Nusra, fondata dal saudita Abu Muhammad al Jolani, confluito nel 2017 nell’attuale formazione Hayat Tahrir al-Sham, che in arabo significa “Organizzazione per la liberazione del Levante”, legato all’ISIL (Stato islamico dell’Iraq e del Levante)
Syrian-War main Participants.png – Wikimedia Commons

Questo fino al recente attacco di Israele in Libano che, di fatto, ha indebolito i proxy iraniani, in particolare gli Hezbollah, in un momento in cui le truppe russe erano più impegnate nella guerra in Ucraina. La rapida caduta della capitale siriana, Damasco, nelle mani delle forze di opposizione sunnite assume ora un’importanza inaspettata che di fatto va a rimescolare le dinamiche geopolitiche della Regione siriana.

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Vittime dell’attacco con gas chimici. Nel settembre del 2013, a seguito di un attacco chimico nell’area ribelle di Ghūṭa e delle conseguenti accuse nei confronti del governo di avere utilizzato armi chimiche, la crisi siriana diventò internazionale accentuando le divergenze tra i sostenitori delle diverse fazioni.
Ghūṭa massacre1.JPG – Wikimedia Commons

Ci potremo domandare che cosa ne sarà di questo tormentato Paese?
Sicuramente stiamo assistendo ad un cambio dell’ordine politico regionale in cui il braccio filo-iraniano viene indebolito, la Russia, che aveva da pochi anni creato una base sul Mediterraneo per la sua Flotta, potrebbe essere costretta ad abbandonarla ricercando altri Paesi nord africani dove ricollocarsi. Di fatto con il crollo del regime di Asad, fuggito a Mosca, la Siria si ritrova ora frammentata tra tre fazioni dominanti i cui obiettivi sono ben diversi.
Abbiamo le Forze di opposizione sunnite, guidate da Hayat Tahrir al-Sham, sostenute dalla Turchia, che ora controllano fermamente la Siria centrale, un territorio che si estende dal confine settentrionale con la Turchia al confine meridionale con la Giordania. Tra di essi miliziani ex jihadisti provenienti dallo Stato islamico e da al-Qaeda ma anche gruppi laici come l’Esercito nazionale siriano, che si era separato dall’esercito di Asad dopo la rivolta del 2011. D’altra parte i gruppi curdi, osteggiati dalla Turchia, che potrebbero mantenere il controllo del territorio nella Siria nord-orientale, al confine con la Turchia a nord e l’Iraq a est, sostenuti militarmente dagli americani. Questo sostegno statunitense rischia di aumentare le tensioni con la Turchia, che vede i curdi come una minaccia alla sua integrità territoriale.
Non ultime le fazioni alawite pro-Assad, situate principalmente nelle regioni costiere della Siria occidentale, che sono sostenute dai gruppi proxy iraniani, in particolare dagli Hezbollah del Libano. In quell’aree potrebbero continuare ad avere un supporto dai Russi che hanno interesse a mantenere le loro basi militari nel Mediterraneo.

La prima valutazione è che ci troviamo di fronte ad una situazione senza soluzione, con territori a macchia di leopardo non sempre ben definiti ed in continuo conflitto; cosa che farebbe prevedere una prolungata instabilità nella regione che favorirebbe la Turchia, potendo così esercitare una maggiore pressione sulle milizie curde in Siria. Di fatto i progressi dei ribelli guidati da Hayat Tahrir al-Sham, con la presa quasi imbelle di Damasco, di fatto rafforzano l’influenza turca in Siria, non trovando né ostacoli significativi da parte dei Russi (indeboliti dalla situazione in Ucraina) né dagli Hezbollah, colpiti nel cuore da Israele nella sua avanzata in Libano. Potremo azzardare a dire che Russia e Iran sono di riflesso i grandi sconfitti in questo pasticciaccio medio-orientale. La prima costretta a rivedere il suo dislocamento navale di Tartus in cui manteneva due fregate classe Gorskhov, una fregata classe Grigorovich, due navi da appoggio e un sottomarino classe Improved-Kilo. Una situazione decisamene imbarazzante per un Paese che aveva appoggiato il regime di Asad con azioni militari sanguinose contro i ribelli e certo non ricerca un nuovo fronte. L’Iran, al centro dell’attenzione mondiale, dopo i rispettivi attacchi con Israele, che ora non potrà più convogliare tramite la Siria i supporti militari ai suoi proxy, in una situazione che forse aveva sottovalutato. Il primo vincitore indiretto appare essere quindi Erdogan che sta già guardando oltre per trovare una conveniente, per lui, soluzione politica che si integri nel suo disegno di estensione dell’influenza turca nel medio oriente e nord africa (in primis in Libia), non a caso tutte regioni un tempo dominate dall’impero ottomano.

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Il lavoro dei genieri presso il Centro internazionale di azione antimine del Ministero della Difesa russo ad Aleppo (Siria) – Fonte Ministero Difesa Russo (Siria)
International Mine Action Center in Syria (Aleppo) 12.jpg – Wikimedia Commons

La caduta del regime di Asad favorirà in qualche modo anche Israele, di fatto spezzando l’”asse della resistenza” composto da Iran, Siria e i proxy di Teheran (come Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e i ribelli Houthi nello Yemen) con l’interruzione delle loro linee di rifornimento militari. Cosa vorrà dire per comprendere la politica israeliana futura è ancora da capire ma potrebbe consentire a Netanyahu di rivedere l’impiego delle sue forze in Libano e nella striscia di Gaza. Ad un “guadagno” politico militare vanno menzionati però altri fattori che appaiono destabilizzanti nella Regione come l’aumento del flusso dei rifugiati che, dopo aver ingolfato per decenni l’economia libanese, potrebbe ora dirigersi in altri Paesi frontalieri come la Giordania, l’Iraq ma anche la stessa Turchia che già ne ospita 3 milioni e 760.000. Un fattore che aumenterebbe la violenza, consolidando divisioni etniche e religiose e prolungando il conflitto in tutta la regione. In sintesi, stiamo assistendo ad un cambio di regime pieni di lati oscuri che probabilmente non sarà in grado di risolvere in breve tempo i problemi di questo martoriato Paese, un tempo chiamato Siria.

Andrea Mucedola
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in anteprima vignetta di Carlos Latuff: un vulcano chiamato Syria – A volcano called Syria.png – Wikimedia Commons

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