Usciremo da questa pandemia o dovremo imparare a conviverci?

Redazione OCEAN4FUTURE

29 Gennaio 2022
tempo di lettura: 9 minuti

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livello medio

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ARGOMENTO: EMERGENZE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDICINA
parole chiave: Covid 19, varianti, vaccinazioni

 

Non ci sono giorni in cui i telegiornali non parlino delle varianti del SARS-CoV-2. Le mutazioni, dalla Delta in poi, rappresentano la stragrande maggioranza dei casi di COVID 19 in tutto il mondo. A sorpresa, ma nemmeno tanto, è apparsa in Sud Africa la variante Omicron, identificata alla fine di novembre in un focolaio nella provincia di Gauteng. La nuova variante contiene circa trenta modifiche, molte condivise con le varianti precedenti, e gli scienziati di tutto il mondo stanno ora valutando gli effetti di questa nuova minaccia in termini di velocità di diffusione e letalità. Quello che sembra essere una sua caratteristica è la notevole capacità di diffusione unita ad alcune delle mutazioni associate alla variante Delta. Omicron alla fine di gennaio è ormai predominante, circa al 95% rispetto alla Delta e già si affaccia una sua ulteriore variante, la Omicron 2.

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ecco come avviene la replicazione del virus

In un articolo pubblicato su Nature, viene affrontato un tema che sta a cuore di tutti, ovvero, quanto durerà questa pandemia? Riusciremo mai ad eradicarla o dovremo conviverci, come suggeriscono molti dei virologi italiani?  

L’idea non è nuova; all’inizio del 2020, un biologo evoluzionista, Jesse Bloom, del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, Washington, ipotizzò che quel nuovo virus non sarebbe stato eradicato, e sarebbe diventato il quinto coronavirus a stabilirsi permanentemente negli esseri umani, insieme ai quattro coronavirus “stagionali” che buona parte di noi abbiamo conosciuto negli ultimi decenni subendo per lo più fastidiosi raffreddori e mal di gola. Niente a che fare con i virus influenzali … ma non meno fastidiosi.

Cosa sono i coronavirus?
I coronavirus (CoV) sono una famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie più gravi. I coronavirus umani conosciuti ad oggi, endemici in tutto il mondo, sono sette, alcuni identificati diversi anni fa (i primi a metà degli anni Sessanta) ed alcuni identificati nel nuovo millennio.

I più comuni sono quattro:

229E (coronavirus alpha)
un virus associato a una serie di sintomi respiratori, che vanno dal comune raffreddore agli esiti ad alta morbilità come la polmonite e la bronchiolite. E’ stato rilevato in diverse parti del mondo in differenti periodi dell’anno. 
NL63 (coronavirus alpha)
è anch’esso associato con molti sintomi e malattie comuni tra cui  lievi a moderate infezioni delle alte vie respiratorie, grave infezione delle basse vie respiratorie, e bronchiolite, principalmente nei bambini, negli anziani e nei pazienti immunocompromessi con malattie respiratorie acute. Ha un’associazione stagionale nei climi temperati.
OC43 (coronavirus beta)
insieme al coronavirus umano 229E, è uno dei virus responsabili del raffreddore comune e causa il 10-15% dei casi di raffreddore. Le infezioni mostrano uno schema stagionale con la maggior parte dei casi che si verificano nei mesi invernali
HKU1 (coronavirus beta)
provoca una malattia respiratoria superiore con i sintomi del raffreddore comune, ma può progredire fino a polmonite e bronchiolite. E’ stato identificato per la prima volta nel gennaio 2005 in due pazienti a Hong Kong; ricerche successive hanno rivelato che ha una distribuzione globale ed una genesi precedente

Gli altri tre, più perniciosi, sono:

MERS-CoV coronavirus beta che causa la Middle East respiratory syndrome
SARS-CoV coronavirus beta che causa la Severe acute respiratory syndrome
SARS-CoV-2 coronavirus che causa il COVID-19 in tutte le sue varianti

Quello che preoccupa tutti sono le mutazioni che sembrano rendere vani i nostri sforzi di contrasto. I virologi ritengono che una mutazione, o un insieme di mutazioni, dimezzi la capacità di un vaccino di bloccare la trasmissione, aumentando notevolmente il contagio di una popolazione. Un percorso evolutivo che teoricamente porterà verso l’immunità, come succede per i virus influenzali. In pratica, i virus mutano, cercando di aggirare le immunità che abbiamo ottenuto o dopo un contagio o dopo la vaccinazione. La ragione delle mutazioni è molto semplice: la necessità di sopravvivere in un ospite (nel caso specifico l’Uomo) dotato di un sistema immunitario che lo fronteggia.

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Il virus si “fonde” con la cellula e, una volta all’interno, rilascia un filamento di RNA. L’RNA è la stringa di codice genetico che contiene le istruzioni necessarie per replicare copie esatte del virus da link 

Secondo gli esperimenti effettuati in laboratorio, compreso il sequenziamento delle varianti attualmente circolanti, questo provoca mutazioni che rendono meno effettivi gli effetti degli anticorpi umani, che sono innescati sia dall’infezione sia, e soprattutto, dalla vaccinazione. Questo non vuol dire che una mutazione renda vana la protezione acquisita, che comunque ci protegge contro sviluppi più gravi della malattia. In estrema sintesi, ci possiamo comunque ammalare, anche se vaccinati, ma i sintomi sono più lievi. 

Da una prima analisi, rispetto alle varianti precedenti, Omicron contiene molte più mutazioni, in particolare nella regione del picco che riconosce le cellule ospiti, cosa che potrebbe rendere alcune porzioni di spike irriconoscibili per gli anticorpi generati dai vaccini. Di contro, una mutazione degli spike potrebbe però ridurre la capacità del virus di riconoscere e legarsi alle cellule ospiti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 1280px-3D_medical_animation_coronavirus_structure-1024x576.jpgChe cosa sono gli Spike (S)? 
Gli Spike sono proteine che si trovano sulla superficie del virus, formando delle protuberanze caratteristiche (facendolo sembrare una corona da cui il nome che  viene comunemente usato di “Coronavirus”).
La proteina S si suddivide in due parti:
S1, che contiene una regione che serve a legarsi alla cellula bersaglio aderendo al recettore ACE2;

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S2 che, in una seconda fase, consente l’ingresso del virus nella cellula.

La regione di legame del recettore dello spike, il principale obiettivo per la neutralizzazione degli anticorpi, è relativamente piccola, secondo Jason McLellan, un biologo strutturale dell’Università del Texas, Austin. È anche possibile che l’esposizione ripetuta a diverse versioni di spike – attraverso l’infezione con diversi ceppi virali, aggiornamenti del vaccino o di entrambi – possa creare in futuro un’immunità tale da sbarrare l’accesso del SARS-CoV-2.

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Struttura della proteina Spike da SARS-CoV-2. Due catene sono rappresentate attraverso la superficie molecolare che evidenzia la forma generale della molecola. La catena S1 è colorata in verde, con la porzione che serve ad interagire con il recettore ACE2 per infettare le cellule (in rosso). La catena S2 (evidenziata ingiallo) contiene invece la parte della molecola necessaria all’ingresso del virus nella cellula –  Gentile cortesia del Dott. Degano.

Questo però non potrà impedire al virus di continuare ad evolversi come d’altronde fanno tutti gli altri virus con cui conviviamo.

SARS-CoV-2: Un virus in transizione
Secondo l’articolo, il sequenziamento del genoma dall’inizio della pandemia ha mostrato che il COVID 19 subisce circa due mutazioni al mese. Secondo i virologi, questo tasso di cambiamento è però circa la metà di quello dell’influenza ed un quarto di quello dell’HIV, grazie a un enzima di correzione degli errori che i coronavirus possiedono, raro tra gli altri virus a RNA. Studiare il modo in cui SARS-CoV-2 si evolve, in risposta all’immunità, ha ovviamente delle implicazioni per la sua transizione verso un virus endemico.

Che cosa avverrà in un prossimo futuro non è ancora prevedibile
Secondo i ricercatori internazionali, potrebbe seguire il percorso del morbillo ovvero, nonostante l’immunità sia stata acquisita tramite la vaccinazione o un contagio, il virus continuerà a circolare colpendo le nuove generazioni non vaccinate o precedentemente contagiate. Oppure avere un comportamento simile a quello del virus respiratorio sinciziale (RSV), citato recentemente anche dai telegiornali, che colpisce prevalentemente i bambini nei primi due anni di vita ed è una delle principali cause di ospedalizzazione dei bambini, per fortuna con esiti lievi. Normalmente il calo dell’immunità e l’evoluzione virale comportano che nuovi ceppi di RSV si diffondano ogni anno, infettando un gran numero di adulti che però superano facilmente la malattia grazie all’esposizione infantile. Se SARS-CoV-2 seguirà questa strada, in un futuro prossimo, si spera, si potrebbe trasformare in una fastidiosa malattia stagionale.

Un’altra ipotesi è che l’evoluzione sarà più simile a quella di un’influenza. In questo caso, secondo Nature, va fatto un distinguo. Nel caso del virus dell’influenza A, che si presenta ogni anno portando le epidemie globali di influenza stagionale, con rapida evoluzione e diffusione di nuove varianti che sfuggono all’immunità ottenuta da ceppi passati, si hanno rapide e perniciose diffusioni negli adulti, che possono ancora sviluppare sintomi gravi. Grazie ai vaccini influenzali è possibile comunque ridurre la gravità della malattia e la trasmissione. Ad esempio, nel caso di influenza di tipo B, il tasso di cambiamento è più lento, rispetto all’influenza di tipo A, e avviene principalmente a causa dei bambini, che hanno meno immunità rispetto agli adulti. Anche in questo caso, la vaccinazione diventa un’arma di protezione efficace.

L’influenza
La comune influenza è una malattia infettiva respiratoria acuta causata dal virus dell’influenza, un virus a RNA della famiglia degli Orthomyxoviridae. Sebbene considerata una malattia stagionale non va sottovalutata. I sintomi possono essere da lievi a severi con febbre, mal di gola, rinorrea (naso che cola), dolori ai muscoli e alle articolazioni, mal di testa, tosse e malessere generale. Tipicamente i sintomi iniziano due giorni dopo l’esposizione al virus e generalmente durano meno di una settimana (a meno della tosse che può durare anche più di due settimane). Nei bambini ci può essere nausea e vomito, che in realtà non sono comuni nell’adulto. Complicanze dell’influenza includono la polmonite virale, la polmonite batterica secondaria, l’infezione dei seni paranasali, il peggioramento di problemi di salute preesistenti, come l’asma e lo scompenso cardiaco. Se ne conoscono tre tipi chiamati Tipo A, Tipo B e Tipo C che hanno sintomi e gravità differenti.

Per comprendere le dinamiche future è quindi importante monitorare la rapidità con cui il SARS-CoV-2 si evolve, al fine di determinare la frequenza con cui i vaccini (eventuali booster) devono essere effettuati.

La rapida diffusione della variante Delta e, ancora maggiore, di Omicron, aiutata dall’ineguaglianza delle somministrazioni nei paesi a basso reddito (non a caso il ceppo sembra si sia originato in Sud Africa) e dalle discutibili misure di sottovalutazione della gravità in altri Paesi, come negli Stati Uniti e nel Regno Unito, hanno consentito al coronavirus SARS-CoV-2 di compiere ulteriori balzi evolutivi che si sarebbero ridotti con una vaccinazione di massa di tutta la popolazione.

Secondo l’articolo citato, vaccinare quante più persone possibile potrebbe di fatto impedire al virus di arginare il pericolo delle nuove varianti che potrebbero portarci a nuove ondate.
Alla vaccinazione, che bisogna comprendere non impedisce il contagio ma riduce l’entità dei sintomi, vanno unite serie misure di contenimento e di comportamento. L’uso di mascherine e l’applicazione delle normali norme igieniche (lavaggio delle mani, igiene personale) deve diventare una norma per tutti, ricordando che le mascherine FPP2  vanno cambiate dopo poche ore di utilizzo (circa 8 ore in ambiente contaminato) e non utilizzate per giorni.

Come usarle
–   Lavarsi bene le mani prima di maneggiare la mascherina;
– Indossare la mascherina tendendola per gli elastici, evitando di toccarne la parte interna;
–  Far aderire bene la mascherina al viso e stringere la clip di fissaggio al naso per assicurarne il posizionamento;
– Evitare di spostare, toccare e soprattutto togliere e rimettere la mascherina durante l’utilizzo.
–  A fine utilizzo, rimuoverla sempre con l’aiuto degli elastici evitando di toccare la parte esterna che è quella che potrebbe essere stata a contatto con i virus;
– Smaltirla sempre nell’indifferenziata e, dopo, rilavarsi le mani.

Una altra cosa da sapere è che le mascherine FPP2 sono testate per proteggere l’utilizzatore anche in presenza di elevati numeri di particolato PM 10 e PM 2,5, tra gli agenti atmosferici inquinanti peggiori, che a loro volta possono causare diversi problemi a livello dell’apparato circolatorio e respiratorio.

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un pò di chiarezza sui famosi tamponi e test sierologici

In sintesi, sebbene l’evoluzione del COVID 19 sia ancora non prevedibile la nostra unica difesa per ridurre la sua letalità è la vaccinazione. I vaccini attualmente in uso sono stati sperimentati ormai su milioni di persone con esiti negativi trascurabili. La tecnologia mRNA, che tanto spaventa l’opinione pubblica, è usata da decenni con i farmaci antitumorali.

NOTA BENE
Una volta portato a termine il suo compito, l’mRNA non resta dell’organismo ma va a degradarsi (cosa che avviene dopo pochi giorni) e non c’è alcun rischio che questo vada a modificare il nostro DNA.

La periodicità delle dosi di richiamo è quindi ancora in discussione in quanto dipenderà dall’andamento futuro della pandemia. Il monitoraggio delle varianti ci farà comprendere come convivere questa pandemia, studiandone l’evoluzione ed ottimizzando le nostre difese. 

 

 

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