{"id":83628,"date":"2025-08-24T00:06:59","date_gmt":"2025-08-23T22:06:59","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/?p=83628"},"modified":"2026-07-19T18:02:55","modified_gmt":"2026-07-19T16:02:55","slug":"deceres-liburnicae-le-colossali-navi-imperiali-della-flotta-di-ravenna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/83628","title":{"rendered":"Deceres Liburnicae: le colossali navi imperiali della flotta di Ravenna di Domenico Carro"},"content":{"rendered":"<span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 8<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span><p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<a class=\"maxbutton-4 maxbutton maxbutton-livello-di-comprensione\" href=\"javascript:void(0);\"><span class='mb-text'>livello elementare<\/span><\/a>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\">ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">PERIODO: I SECOLO<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">AREA: DIDATTICA<\/span><\/strong><br \/>\nparole chiave: Caligola, Gaio Giulio Cesare Germanico<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra le pi\u00f9 suggestive stravaganze che Svetonio si \u00e8 compiaciuto di includere nella biografia di <strong><span style=\"color: #008000;\">Gaio Giulio Cesare Germanico<\/span><\/strong> \u2013 pi\u00f9 noto con il nomignolo infantile di \u201cCaligola\u201d \u2013 spiccano le gigantesche navi di lusso a bordo delle quali il giovane imperatore ebbe occasione di navigare lungo le coste della Campania, banchettando spensieratamente fra danze e soavi melodie.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/Caligola-Gaio-Germanicus-674x1024.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 Caligola-Gaio-Germanicus-674x1024.jpg\" width=\"453\" height=\"688\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Busto di Gaio Giulio Cesare Germanico, detto Caligola per il tipo di calzari preferiti da adolescente (<cite class=\"citation cita\">Aurelio Vittore,\u00a0<i>De Caesaribus<\/i>, III)<\/cite>, (Museo nazionale romano di palazzo Massimo, Roma)<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella succinta notizia, racchiusa in sole trentatr\u00e9 parole <strong><span style=\"color: #008000;\">[2]<\/span><\/strong>, vi \u00e8 una sommaria descrizione di questi bastimenti, definiti <em><strong><span style=\"color: #008000;\">deceres Liburnicae<\/span><\/strong><\/em>, che avevano \u201c<strong><em><span style=\"color: #008000;\">le poppe ornate di gemme, le vele dai molti colori, un\u2019abbondanza di terme, portici e triclini di vasta ampiezza, oltre ad una grande variet\u00e0 di vigne ed alberi da frutta<\/span><\/em><\/strong>\u201d. Non abbiamo purtroppo alcun\u2019altra informazione specificamente riferita a questi eccezionali colossi costruiti per ordine dello stesso Gaio. \u00c8 quindi comprensibile che tali navi vengano ricordate solo raramente, e comunque senza mai discostarsi dalla mera parafrasi della scarna notiziola svetoniana.\u00a0Volendo tuttavia meglio comprendere di che tipo di navi si sia trattato, ci si imbatte fin dall\u2019inizio nella difficolt\u00e0 di interpretare il significato dell\u2019espressione <strong><em><span style=\"color: #008000;\">deceres Liburnicae<\/span><\/em><\/strong>, apparentemente caratterizzata da una stridente contraddizione di termini.\u00a0<strong><span style=\"color: #008000;\">Le deceri o deceremi erano infatti delle mastodontiche poliremi, mentre quelle che i Romani chiamavano liburne o liburniche erano unit\u00e0 sottili, leggere e veloci.<\/span> <\/strong>Non essendovi motivo di supporre che Svetonio abbia deliberatamente scelto di ricorrere ad un ossimoro, e dando per scontato che la parola <strong><em><span style=\"color: #008000;\">deceris<\/span> <\/em><\/strong>abbia sempre avuto un\u2019accezione univoca, i dubbi debbono necessariamente concentrarsi sul significato da attribuire, in questo particolare caso, al termine liburnica <strong><span style=\"color: #008000;\">[3]<\/span><\/strong>. Secondo una delle interpretazioni pi\u00f9 diffuse, il sostantivo <span style=\"color: #008000;\"><strong>liburnica<\/strong><\/span> potrebbe essere stato usato quale sinonimo di nave da guerra. In effetti con il trascorrere dei secoli le denominazioni dei tipi di navi hanno progressivamente mutato il proprio significato originario <strong><span style=\"color: #008000;\">[4]<\/span><\/strong>, tanto che nel tardo impero vennero chiamate liburne anche le unit\u00e0 maggiori, fino al livello delle quadriremi e delle quinqueremi <strong><span style=\"color: #008000;\">[5]<\/span><\/strong>. \u00c8 tuttavia escluso che tale fenomeno si sia verificato nel periodo dell\u2019alto impero, come si pu\u00f2 agevolmente vedere sia dalle fonti letterarie <strong><span style=\"color: #008000;\">[6]<\/span><\/strong> che da quelle epigrafiche <strong><span style=\"color: #008000;\">[7]<\/span><\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altronde proprio <strong><span style=\"color: #008000;\">Svetonio<\/span><\/strong>, oltre a parlarci delle<strong><span style=\"color: #008000;\"> deceres Liburnicae<\/span><\/strong>, in tutte le sue opere usa la parola liburnica solo altre due volte, sempre per indicare lo specifico tipo di unit\u00e0 leggera e veloce ideata dai Liburni ed adottata nella flotta romana <strong><span style=\"color: #008000;\">[8]<\/span><\/strong>. <strong><span style=\"color: #008000;\">Vi \u00e8 anche stato chi ha supposto che <em>liburnicae<\/em> indicasse solo la presenza di un<\/span><\/strong> <strong><span style=\"color: #008000;\">duplice livello di remi<\/span><\/strong> <strong><span style=\"color: #008000;\">[9]<\/span><\/strong>, lasciando alla parola <strong><span style=\"color: #008000;\">deceres<\/span><\/strong> la normale funzione di specificare la tipologia di impiego dei rematori. Sarebbe quindi equivalso a dire che si trattava di \u201c<strong><span style=\"color: #008000;\">deceremi biremi<\/span><\/strong>\u201d, con una precisazione del tutto inusuale e, a prima vista, pi\u00f9 oscura che chiarificatrice <strong><span style=\"color: #008000;\">[10]<\/span><\/strong>. <strong><span style=\"color: #008000;\">Rimane, in definitiva, solo la pi\u00f9 logica possibilit\u00e0 che Liburnicae sia un aggettivo aggiunto al sostantivo deceres per indicare che quelle navi erano state realizzate secondo la tecnica di costruzione liburnica. <\/span><\/strong>Per cercare di far luce in tale direzione, occorre verificare come si collocarono le <strong><span style=\"color: #008000;\">deceremi di Caligola<\/span><\/strong> nel contesto navale, tecnologico e politico della loro epoca. A tal fine, esamineremo in sequenza: le esperienze navali liburniche e la loro influenza sui cantieri navali dell\u2019alto Adriatico, le caratteristiche delle maggiori costruzioni navali allora conosciute, la politica navale nel breve principato di Caligola e negli anni immediatamente successivi.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/Liburnia-1024x498.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo aNel I secolo d.C. quando fu scritto &quot;Do re coquinaria&quot;, Plinio il Vecchio classific\u00f2 solo l'arcipelago di Sebenico e Zara, Collentum (Murter), Gisu (Pag), Sisu (Sestrunj), Scardagissa (\u0160karda) nel gruppo delle isole Liburne (Liburnicae). , Lissa (Ugljan e Pa\u0161man), i gruppi di isole Celadussae (Dugi Otok), Crateae e molte altre pi\u00f9 piccole. La capitale della Liburnia era Scardona (Skradin). Qui possiamo supporre che la produzione di olio d'oliva fosse in pieno svolgimento su queste isole in epoca romana, e che l'olio d'oliva di questa zona dell'antica Liburnia fosse valutato a quel tempo come il migliore, migliore degli oli spagnoli, greci e italiani, che \u00e8 confermato da Apicio.lt vuoto; il nome del file \u00e8 Liburnia-1024x498.jpg\" width=\"1110\" height=\"540\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Nel I secolo d.C., quando fu scritto &#8220;Do re coquinaria&#8221; di Apicio, Plinio il Vecchio classific\u00f2 solo l&#8217;arcipelago di Sebenico e Zara, Collentum (Murter), Gisu (Pag), Sisu (Sestrunj), Scardagissa (\u0160karda) nel gruppo delle isole Liburne (Liburnicae), Lissa (Ugljan e Pa\u0161man), i gruppi di isole Celadussae (Dugi Otok), Crateae e molte altre pi\u00f9 piccole. La capitale della Liburnia era Scardona (Skradin). Una zona ricca, famosa per la produzione di olio d&#8217;oliva valutato a quel tempo come il migliore, migliore degli oli spagnoli, greci e italiani, come confermava Apicio.<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 20px;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Le navi liburniche<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nPur avendo lasciato il proprio nome alla sola breve riviera che conduce alla citt\u00e0 di Fiume <strong><span style=\"color: #008000;\">[11]<\/span><\/strong>, l\u2019antichissimo popolo dei <strong><span style=\"color: #008000;\">Liburni<\/span> <\/strong><span style=\"color: #008000;\">[12]<\/span> si estese in epoca romana dal Carnaro fino al fiume Cherca <strong><span style=\"color: #008000;\">[13]<\/span><\/strong> (che sfocia all\u2019altezza di Scardona e Sebenico), ovvero su tutto il frastagliato lato balcanico dell\u2019alto Adriatico, a nord del parallelo di Ancona. I <strong><span style=\"color: #008000;\">Liburni,<\/span> d<\/strong>otati di una spiccata abilit\u00e0 marinara \u2013 acuita dalle necessit\u00e0 legate alla sofferta conformazione delle proprie coste \u2013 mantennero per molti secoli un\u2019assidua presenza navale nelle acque dell\u2019Adriatico <strong><span style=\"color: #008000;\">[14]<\/span><\/strong>, stabilendo relazioni commerciali ed anche numerosi insediamenti lungo il versante orientale della nostra Penisola fino al canale d\u2019Otranto <strong><span style=\"color: #008000;\">[15]<\/span><\/strong>.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/adriatico-liburni-1024x670.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 adriatico-liburni-1024x670.jpg\" width=\"1107\" height=\"724\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">La Liburnia integrata in una visione di insieme, in una carta della Norica, una provincia romana situata tra le Alpi Orientali e la riva destra del Danubio, che corrispondeva alla maggior parte dell&#8217;Austria e ad un lembo di terra slovena. Nella carta viene identificata la regione della Liburnia.<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Degli scambi pi\u00f9 diretti ed intensi debbono essersi verificati, come vedremo, con la pi\u00f9 vicina fascia lagunare ai due lati del delta del Po, grazie alla presenza di una lunga serie di ancoraggi protetti <strong><span style=\"color: #008000;\">[16]<\/span><\/strong>, essendo forse anche agevolati da una certa affinit\u00e0 linguistica con i Veneti <strong><span style=\"color: #008000;\">[17]<\/span><\/strong>. Per le esigenze delle loro navigazioni, i Liburni ebbero una particolare cura delle proprie costruzioni navali, che si distinsero dalle altre per alcune soluzioni del tutto originali.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/scafi-cuciti.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 scafi-cuciti.jpg\" width=\"503\" height=\"654\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">le tavole del fasciame delle navi dei Liburni erano costruite con la tecnica della\u00a0 cosiddetta \u201ccucitura\u201d [18], tecnica successivamente abbandonata a favore della giunzione con biette e cavicchi [19]<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel merito va tenuto presente che le navi dell\u2019antichit\u00e0 vennero inizialmente costruite unendo le tavole del fasciame con la cosiddetta \u201ccucitura\u201d <strong><span style=\"color: #008000;\">[18]<\/span><\/strong>, tecnica successivamente abbandonata a favore della giunzione con <strong><span style=\"color: #008000;\">biette e cavicchi<\/span><\/strong> <strong><span style=\"color: #008000;\">[19]<\/span><\/strong>, il raffinato incastro <strong><span style=\"color: #008000;\">[20]<\/span><\/strong> che rese possibile anche la realizzazione di scafi di grandi dimensioni.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2022\/08\/Mortasa_tenone-scafo-1024x772.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 Mortasa_tenone-scafo-1024x772.jpg\" width=\"501\" height=\"378\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">tecnica di costruzione con biette e cavicchia (spesso citati con mortasa e tenone)<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel secolo di Augusto, pertanto, doveva suscitare un certo stupore la perdurante sopravvivenza delle <strong><span style=\"color: #008000;\">seriliae<\/span><\/strong>, le tipiche navi \u201ccucite\u201d dei <strong><span style=\"color: #008000;\">Liburni<\/span><\/strong> di cui scrissero <strong><span style=\"color: #008000;\">Varrone<\/span><\/strong> e <strong><span style=\"color: #008000;\">Verrio Flacco<\/span><\/strong> <strong><span style=\"color: #008000;\">[21]<\/span><\/strong>. Ai nostri fini interessa rimarcare che delle navi di questo tipo \u2013 del tutto scomparse nell\u2019intero Mediterraneo \u2013 continuarono ad essere costruite ed utilizzate in epoca imperiale, non solo sulle coste liburniche ed istriane <strong><span style=\"color: #008000;\">[22]<\/span><\/strong>, ma anche sulle sponde lagunari del delta del Po, laddove l\u2019ambiente protetto rendeva idonea la tecnica della cucitura, pi\u00f9 semplice ed economica <strong><span style=\"color: #008000;\">[23]<\/span><\/strong>. In ogni caso, l\u2019unicit\u00e0 del fenomeno della sopravvivenza di tale tecnica, concentrata esclusivamente nell\u2019alto Adriatico, \u00e8 un chiaro indizio della sensibile influenza della cultura marinara dei Liburni sui carpentieri navali dell\u2019opposto litorale italico.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/liburna.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 liburna.jpg\" width=\"538\" height=\"285\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">liburna<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel campo del naviglio militare, l\u2019abilit\u00e0 costruttiva dei cantieri dei Liburni ebbe notoriamente la sua pi\u00f9 ammirata espressione nella liburna (o liburnica) <strong><span style=\"color: #008000;\">[24]<\/span><\/strong>, un tipo di nave che i Romani iniziarono ad apprezzare all\u2019epoca di Pompeo e di Cesare, quando la <strong><span style=\"color: #008000;\">Liburnia<\/span><\/strong> faceva gi\u00e0 parte della provincia romana dell\u2019Illirico. Fu tuttavia per merito di <strong><span style=\"color: #008000;\">Marco Agrippa<\/span><\/strong> che le <strong><span style=\"color: #008000;\">liburne<\/span><\/strong>, catturate in gran numero durante la guerra Dalmatica ed immesse nella flotta romana per la guerra Aziaca, poterono contribuire alla vittoria navale che cambi\u00f2 la storia. Esse furono anche esaltate dai poeti \u2013 con qualche esagerazione di maniera \u2013 quali artefici di quel successo <strong><span style=\"color: #008000;\">[25]<\/span><\/strong>. In realt\u00e0 nelle maggiori flotte imperiali istituite da Augusto, le <strong><span style=\"color: #008000;\">liburne<\/span><\/strong> soppiantarono solo le <strong><span style=\"color: #008000;\">biremi<\/span><\/strong> (di cui rimase comunque qualche raro esemplare), senza tuttavia nulla togliere all\u2019importanza delle unit\u00e0 maggiori. Esse ebbero peraltro un ruolo pi\u00f9 visibile nelle flotte periferiche, prevalentemente costituite da unit\u00e0 leggere <strong><span style=\"color: #008000;\">[26]<\/span><\/strong>. Purtroppo non abbiamo elementi per capire quali fossero esattamente le superiori peculiarit\u00e0 costruttive che convinsero i Romani ad adottare quelle navi cos\u00ec com\u2019erano, non come biremi pi\u00f9 avanzate, ma come nuovo tipo a s\u00e9 stante, contraddistinto per sempre dal nome dei Liburni. Possiamo solo arguire che, pur adottando la normale tecnica delle biette e cavicchi <strong><span style=\"color: #008000;\">[27]<\/span><\/strong>, gli scafi fossero progettati in modo tale da assicurare alla nave una leggerezza, una velocit\u00e0 ed una manovrabilit\u00e0 di gran lunga superiori alle precedenti unit\u00e0 delle stesse dimensioni <strong><span style=\"color: #008000;\">[28]<\/span><\/strong>.<\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\">Fine parte I\u00a0 &#8211; continua<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\">Domenico Carro<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\">articolo parte del saggio dell&#8217;autore\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.romaeterna.org\/roma\/deceres.html\">DECERES LIBURNICAE (romaeterna.org)<\/a><\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">in anteprima copia di un mosaico che mostra l&#8217;approdo di un grande nave, da Museo di Nemi &#8211; originale conservato all&#8217;antiquarium del Celio, Roma.<br \/>\n<\/span><strong><span style=\"color: #008000;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000; font-size: 18pt;\">Note<br \/>\n<\/span><\/strong><span style=\"color: #000000;\"><b>[1]<\/b>\u00a0<\/span>Il sottotitolo riflette parte delle conclusioni di questo studio, da intendersi come indagine storica sui presunti mega-yacht marittimi di Caligola e sulle loro relazioni con la base navale di Ravenna.<br \/>\n<b>[2]<\/b>\u00a0Suet.\u00a0<i>Cal.<\/i>\u00a037,3.<br \/>\n<b>[3]<\/b>\u00a0<i>\u201c<strong><span style=\"color: #008000;\">Il est clair, en tout cas, que le mot<\/span><\/strong><\/i><strong><span style=\"color: #008000;\">\u00a0liburnicae\u00a0<\/span><\/strong><i><strong><span style=\"color: #008000;\">n&#8217;est pas pris ici au sens propre.<\/span><\/strong>\u201d<\/i>\u00a0(Redd\u00e9 1986, p. 107, nota 332).<br \/>\n<b>[4]<\/b>\u00a0Medas 2004, p. 130.<br \/>\n<b>[5]<\/b>\u00a0Veg.\u00a0<i>mil.<\/i>\u00a037. D\u2019altronde Vegezio usa normalmente la parola liburna per indicare le navi combattenti della flotta romana (Veg.\u00a0<i>mil.<\/i>\u00a032-39 e 43-46).<br \/>\n<b>[6]<\/b>\u00a0Nei primi tre secoli per indicare una nave da guerra si ricorreva talvolta alla parola trireme, come accade, ad esempio, nei libri di Tacito (contemporaneo di Svetonio, ancorch\u00e9 pi\u00f9 anziano). Ma questo stesso storico usa le parole liburnica (12 volte) e liburna (una volta) sempre riferendosi alla specifica unit\u00e0 leggera (Tac.\u00a0<i>ann.<\/i>\u00a016,14;\u00a0<i>hist.<\/i>\u00a02,16 e 35; 3,12; 14; 42; 43; 47; 48; 77; 5, 23;\u00a0<i>Agr.<\/i>\u00a028;\u00a0<i>Germ.<\/i>\u00a09).<br \/>\n<b>[7]<\/b>\u00a0Panciera 1956, pp. 151-153.<br \/>\n<b>[8]<\/b>\u00a0Suet.\u00a0<i>Nero<\/i>\u00a034,3 e Suet.\u00a0<i>Plin.<br \/>\n<\/i><b>[9]<\/b>\u00a0Avilia 2013, p. 121.<br \/>\n<b>[10]<\/b>\u00a0Gli antichi non potevano avere dubbi sul significato di deceris. Per le grandi poliremi vedi successivo paragrafo 4.<br \/>\n<b>[11]<\/b>\u00a0\u201c<strong><em><span style=\"color: #008000;\">A ponente l&#8217;incantevole riviera liburnica, verde di lauri, candida di cittadine, come Laurana, Ica, Abbazia, Volosca, che, sorgendo come per incanto dalle acque, s&#8217;accampano bianche e ridenti tra cielo e mare.<\/span><\/em><\/strong>\u201d (Susmel 1919, pp. 1-2).<br \/>\n<b>[12]<\/b>\u00a0Migrati nell\u2019area adriatica probabilmente sul finire del secondo millennio a.C., provenendo dall\u2019Asia (Solin. 2,51), forse dalla regione in cui si reputava fossero una volta vissute le mitiche Amazzoni (Serv.\u00a0<i>Aen.<\/i>\u00a01,243; cfr. Hor.\u00a0<i>carm.<\/i>\u00a04,4,20).<br \/>\n<b>[13]<\/b>\u00a0Plin.\u00a0<i>nat.<\/i>\u00a03,38; Flor.\u00a0<i>epit.<\/i>\u00a01,21,1; il Cherca (in croato\u00a0<i>Krka<\/i>) corrisponde al fiume Titius dei Romani.<br \/>\n<b>[14]<\/b>\u00a0Nel periodo della loro massima espansione, i Liburni ebbero il controllo di tutte le isole dell\u2019Adriatico, che venne anche chiamato \u201c<strong><span style=\"color: #008000;\">mare Liburnico<\/span><\/strong>\u201d (Kreglianovich Albinoni 1809, pp. 26-27; Cattalinich 1834, p. 48; Anonimo 1863, p. 29).<br \/>\n<b>[15]<\/b>\u00a0Plin.\u00a0<i>nat.<\/i>\u00a03,110 e 112; Kreglianovich Albinoni 1809, p. 24; Cattalinich 1834, p. 52.<br \/>\n<b>[16]<\/b>\u00a0Sulla possibile funzione delle numerose stazioni portuali disseminate fra Aquileia e Ravenna in epoca protostorica, vedi Ferri 1962, pp. 473-475.<br \/>\n<b>[17]<\/b>\u00a0Kreglianovich Albinoni 1809, pp. 8 e 77-98; Dzino 2003, p. 20.<br \/>\n<b>[18]<\/b>\u00a0La legatura delle tavole era realizzata con delle sagole passate a spirale nella serie di fori obliqui praticati su entrambi i bordi contigui (Dell\u2019Amico 2010, p. 42). Plinio il Vecchio precisa che per queste arcaiche navi \u201ccucite\u201d, chiamate\u00a0<strong><span style=\"color: #008000;\"><i>sutiles naves<\/i><\/span><\/strong>, le sagole della cucitura erano realizzate in lino (Plin.\u00a0<i>nat.<\/i>\u00a024,40).<br \/>\n<b>[19]<\/b>\u00a0Questo sistema, con biette infilate negli appositi incassi e fermate da una coppia di cavicchi, viene spesso indicato con l\u2019espressione \u201c<strong><span style=\"color: #008000;\">mortase e tenoni<\/span><\/strong>&#8220;, barbarismo poco rispettoso della nostra terminologia marinaresca (cfr. Ingravalle 2000, p. 121, e Bonino 2003, p. 64).<br \/>\n<b>[20]<\/b>\u00a0Lo stesso incastro, utilizzato per i frantoi oleari, \u00e8 stato descritto da Catone il Censore, che lo chiama\u00a0<i>poenicanum coagmentum<\/i>\u00a0(Cato\u00a0<i>agr.<\/i>\u00a018,9).<br \/>\n<b>[21]<\/b>\u00a0Rispettivamente citati da Aulo Gellio e Festo (Gell. 17,3,4; Fest. p.343 M).<br \/>\n<b>[2<\/b><b>2<\/b><b>]<\/b>\u00a0Come confermato dal ritrovamento di relitti in Istria (Boetto 2014a, p. 23) e nell\u2019isola di Nona, a nord di Zara (Boetto 2014b, p. 52).<br \/>\n<b>[23]<\/b>\u00a0I relitti \u201ccuciti\u201d finora ritrovati in Italia sono quasi tutti relativi a piccoli natanti lagunari di uso locale (Bonino 1968, p. 214), tranne almeno tre idonei alla navigazione marittima, di cui uno a Cervia (Bonino 1978, pp. 40-42) e due \u2013 di dimensioni maggiori \u2013 a Comacchio e Lido di Venezia (Beltrame 2002, pp. 374-376).<br \/>\n<b>[24]<\/b>\u00a0App.\u00a0<i>Ill.<\/i>\u00a03.<br \/>\n<b>[25]<\/b>\u00a0Ad Azio il loro contributo fu prezioso, ma certamente non determinante. Per le due guerre citate, vedi Carro 2014, pp. 129-136.<br \/>\n<b>[26]<\/b> L\u2019articolazione delle flotte imperiali pu\u00f2 essere desunta, a grandi linee, dai dati finora conosciuti dalle fonti letterarie, epigrafiche e papiracee (Carro 2002, pp. 186-215).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcune delle immagini possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e\/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l\u2019autore o rimuoverle, pu\u00f2 scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell\u2019articolo<\/p>\n<a class=\"maxbutton-3 maxbutton maxbutton-pagina-principale\" target=\"_blank\" title=\"tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"http:\/\/www.ocean4future.org\"><span class='mb-text'>PAGINA PRINCIPALE<\/span><\/a>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<br \/>\n<\/span><\/p>\n<p><a class=\"maxbutton-13 maxbutton maxbutton-parte-i\" target=\"_blank\" title=\" tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/83628\"><span class='mb-text'>PARTE I<\/span><\/a> <a class=\"maxbutton-14 maxbutton maxbutton-parte-ii\" target=\"_blank\" title=\" tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/83630\"><span class='mb-text'>PARTE II<\/span><\/a> <a class=\"maxbutton-15 maxbutton maxbutton-parte-iii\" target=\"_blank\" title=\" tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/83633\"><span class='mb-text'>PARTE III<\/span><\/a> <a class=\"maxbutton-16 maxbutton maxbutton-parte-iv\" target=\"_blank\" title=\" tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/83696\"><span class='mb-text'>PARTE IV<\/span><\/a> <a class=\"maxbutton-17 maxbutton maxbutton-parte-v\" target=\"_blank\" title=\" tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/83919\"><span class='mb-text'>PARTE V<\/span><\/a><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 8<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span>. . 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