{"id":58553,"date":"2021-04-29T00:10:27","date_gmt":"2021-04-28T22:10:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/?p=58553"},"modified":"2023-05-30T13:46:49","modified_gmt":"2023-05-30T11:46:49","slug":"george-bass-e-i-relitti-di-yassi-ada-le-prime-sperimentazioni-di-archeologia-subacquea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/58553","title":{"rendered":"George Bass e i relitti di Yassi Ada: le prime sperimentazioni di archeologia subacquea"},"content":{"rendered":"<span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 9<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span><p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<a class=\"maxbutton-4 maxbutton maxbutton-livello-di-comprensione\" href=\"javascript:void(0);\"><span class='mb-text'>livello elementare<\/span><\/a><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">PERIODO: XX SECOLO<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">AREA: MAR EGEO<\/span><\/strong><br \/>\nparole chiave: Yassi Ada, relitti, George Bass<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella primavera del 1960, sette uomini e donne arrivarono in Turchia per scavare un naufragio dell&#8217;et\u00e0 del bronzo profondo novantacinque piedi. Tra di loro solo quattro si erano immersi prima. Questi pionieri dell\u2019archeologia subacquea erano guidati da <strong><span style=\"color: #008000;\">George Bas<\/span><\/strong>s, un archeologo statunitense, in seguito Tridente d\u2019oro dell\u2019Accademia di Scienze e Tecniche subacquee in riconoscimento delle sue ricerche archeologiche subacquee.<\/p>\n<figure style=\"width: 645px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/1977-George-Bass-by-Jonathan-Blair-.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 1977-George-Bass-by-Jonathan-Blair-.jpg\" width=\"645\" height=\"949\"><figcaption class=\"wp-caption-text\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Dr. George Bass circa 1977 (Photo: Courtesy of the Institute of Nautical Archaeology\/Jonathan Blair)<\/span><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">George F. Bass<\/span><\/strong> era laureato in archeologia classica alla <strong><span style=\"color: #008000;\"><em>Penn University<\/em><\/span><\/strong>&nbsp;e specializzato in Archeologia del Vicino Oriente presso la <em><strong><span style=\"color: #008000;\">J<\/span><span style=\"color: #008000;\">ohns Hopkins University<\/span><\/strong>. <\/em>Fondatore dell\u2019<strong><span style=\"color: #008000;\"><em>Institute for Nautical Archaeology, Bass<\/em><\/span><\/strong> dimostr\u00f2 come fosse possibile applicare il rigore scientifico delle tecniche archeologiche \u201cterrestri\u201d anche in ambienti sottomarini impegnativi. Questo breve articolo, basato su un suo <a href=\"https:\/\/www.penn.museum\/sites\/expedition\/the-turkish-aegean\/\"><strong><span style=\"color: #008000;\">scritto<\/span><\/strong><\/a><strong>&nbsp;<\/strong>sulle ricerche subacquee a <strong><span style=\"color: #008000;\">Yassi Ada<\/span><\/strong>, descrive le prime sperimentazioni delle attrezzature subacquee che fecero da battistrada all&#8217;archeologia marina moderna.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/underwater-archaeology-bass-yassi-ada.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 underwater-archaeology-bass-yassi-ada.jpg\" width=\"900\" height=\"422\"><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Il diagramma sopra mostra alcune delle attrezzature utilizzate nel 1965, quando iniziarono la ricerca dei relitti profondi, e nel 1967, nello scavo di una nave romana, ad una profondit\u00e0 tra i 40 e 45 metri, appena fuori Yassi Ada &#8211; disegno dall&#8217;articolo originale di Bass<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A quell\u2019epoca le dotazioni erano decisamente elementari. Bass&nbsp;racconta che i loro unici strumenti di lavoro erano matite e cartelline di plastica, cordelle metriche e pali per geometri, tre telecamere subacquee, due palloni di sollevamento, un piede di porco e un tubo di aspirazione per i sedimenti (sorbona).<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/yassi-adA-DIVER-690x1024.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 yassi-adA-DIVER-690x1024.jpg\"><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le ricerche a <strong><span style=\"color: #008000;\">Yassi Ada<\/span><\/strong> possono essere considerate il primo passo nella ricerca archeologica subacquea. Tra il 1961 e il 1964, durante lo scavo di un relitto di una nave bizantina ad una profondit\u00e0 di circa 40 metri, furono sviluppati e sperimentati i primi metodi di mappatura subacquea, utilizzando i migliori strumenti dell&#8217;epoca sia per quanto riguardava l\u2019attrezzatura subacquea individuale (SCUBA) sia per la ricerca e comunicazione subacquea.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/yassi-ada-work-bass.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 yassi-ada-work-bass.jpg\"><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bass si rese subito conto che i metodi di lavoro sott&#8217;acqua erano poco efficaci, con tempi da dieci a quindici volte maggiori che a terra. Il problema immediato era lo scavo subacqueo che, necessitando di lunghi periodi di lavoro sul fondo, abbisognava di tempi di decompressione maggiori per evitare di incorrere nella malattia di decompressione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Perch\u00e8 a Yassi Ada?<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nBass era a conoscenza della possibile presenza in quella zona di relitti potenzialmente importanti e di statue di bronzo intrappolate nel sedimento, ma non esistevano mezzi per localizzarli e recuperarli in cento metri d\u2019acqua. I reperti noti erano stati ritrovati da subacquei turchi ed erano stati mostrati a <strong><span style=\"color: #008000;\">Peter Throckmorton<\/span><\/strong> alla fine degli anni &#8217;50.&nbsp;<\/p>\n<figure style=\"width: 602px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/diving-telephone-booth-yassi-ada.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 diving-telephone-booth-yassi-ada.jpg\" width=\"602\" height=\"894\"><figcaption class=\"wp-caption-text\"><strong><span style=\"color: #008000;\">disegno dall\u2019articolo originale di Bass &nbsp;<a href=\"https:\/\/www.penn.museum\/sites\/expedition\/the-turkish-aegean\/\">articolo originale<\/a><\/span><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Una curiosa stazione sul fondo<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nLa cabina telefonica subacquea era un emisfero di plexiglass, di quattro piedi di diametro, con un collare in acciaio attorno al bordo inferiore per aumentare il suo volume. Al suo interno arrivava aria fresca da un compressore posto sulla chiatta che era ancorata al di sopra; gambe angolate in ferro, imbullonate a 1.500 libbre di zavorra, impedivano alla cupola piena d&#8217;aria di sollevarsi dal fondo del mare. Questa struttura fu posizionata nel 1967 a meno di 5 piedi dal relitto romano e poteva accogliere fino a 4&nbsp; sommozzatori che potevano stare all&#8217;interno all\u2019asciutto e discutere su come effettuare lo scavo, affacciandosi direttamente sul sito e comunicare con la chiatta. La &#8220;cabina telefonica&#8221; fu concepita da <strong><span style=\"color: #008000;\">Michael e Susan Katzev<\/span> <\/strong>e fu costruita da Farquhar Transparent Globes di Filadelfia. Si rivel\u00f2 il sistema pi\u00f9 economico e affidabile della maggior parte dei sistemi di comunicazione subacquei testati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Il problema dell&#8217;ottimizzazione dei tempi di immersione<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nPer ottimizzare i tempi di lavoro sul relitto romano fu necessario aumentare i tempi di lavoro e quindi di decompressione. Per decompressioni cos\u00ec lunghe fu progettata una <strong><span style=\"color: #008000;\">campana da immersione (SDC)<\/span><\/strong> che fu costruita dalla <a href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/11085\"><strong><span style=\"color: #008000;\">ditta<\/span><\/strong> <strong><span style=\"color: #008000;\">Galeazzi<\/span><\/strong><\/a> di La Spezia, Italia.<\/p>\n<figure style=\"width: 599px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/submersible-decompression-chamber-galeazzi-yassi-ada.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 submersible-decompression-chamber-galeazzi-yassi-ada.jpg\" width=\"599\" height=\"890\"><figcaption class=\"wp-caption-text\"><strong><span style=\"color: #008000;\">disegno dall\u2019articolo originale di Bass<\/span><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">In pratica, la <strong><span style=\"color: #008000;\">SDC<\/span><\/strong> era una sfera d&#8217;acciaio, di pi\u00f9 di sei piedi di diametro, alimentata dalla superficie con aria attraverso un tubo flessibile. La camera alloggiava fino a quattro subacquei che potevano entrare attraverso un portello inferiore. Una volta al suo interno i subacquei potevano riposare, scambiarsi informazioni e conversare telefonicamente con i colleghi in superficie.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/YassiAda-SDC.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 YassiAda-SDC.jpg\" width=\"593\" height=\"874\"><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Venne utilizzata una camera di decompressione sommergibile (SDC) in modo da facilitare la decompressione degli operatori subacquei , che avevano lavorato lungamente a 40 metri di profondit\u00e0,&nbsp; alla profondit\u00e0 di&nbsp; circa 10 metri.&nbsp; Photo credit Sam Low <\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sfera, essendo piena d\u2019aria, era trattenuta sott&#8217;acqua da un cavo collegato ad una zavorra di 5 tonnellate posta sul fondo del mare. Il cavo passava attraverso una puleggia, fissata alla zavorra, e proseguiva su un paranco a catena fino alla superficie. La campana risaliva, nelle varie fasi di decompressione, dieci piedi alla volta, fino alla camera di decompressione in superficie alla quale i subacquei potevano accedere attraverso un portello laterale posto sulla SDC.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/Ann-Bass-cristening-the-Ashera-Photo-INA-Slide-ya7-121-1024x676.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 Ann-Bass-cristening-the-Ashera-Photo-INA-Slide-ya7-121-1024x676.jpg\" width=\"1024\" height=\"676\"><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Ann Bass battezza il minisommergibile Ashtera<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #008000;\"><span style=\"color: #000000;\">Inoltre il minisommergibile&nbsp;<\/span><b>Ashtera<\/b><\/span> che poteva ospitare due ricercatori e, attraverso una telecamera a circuito chiuso, consentiva di avere una visione di ci\u00f2 che sorvolavano sul fondo. Inoltre, potevano scattare stereofotografie attraverso un sistema stereo-fotografico che era stato appositamente progettato da <strong><span style=\"color: #008000;\">Donald Rosencrantz<\/span><\/strong>. Una curiosit\u00e0, all\u2019interno del minisommergibile, era stata installata una terza fotocamera che fotografava i dati di profondit\u00e0 al fine di aiutare il fotointerprete a realizzare dei piani tridimensionali dalle fotografie scattate.<\/p>\n<figure style=\"width: 1024px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/yassi-ada-ashera-1024x690.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 yassi-ada-ashera-1024x690.jpg\" width=\"1024\" height=\"690\"><figcaption class=\"wp-caption-text\"><strong><span style=\"color: #008000;\">l&#8217;Ashtera in immersione &#8211; notare sul davanti la struttura per la stereofotografia<\/span><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1967, l&#8217;<strong><span style=\"color: #008000;\">Asherah<\/span><\/strong> indag\u00f2 un contatto sonar di un sospetto naufragio a quasi 300 piedi di profondit\u00e0. Ad una profondit\u00e0 di circa 87 metri, troppo profonda per la ricerca da parte di subacquei con attrezzature SCUBA, il sottomarino avvist\u00f2 e fotograf\u00f2 il carico di un&#8217;antica nave.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Il riporto fotografico<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nI rilievi fotografici ebbero un\u2019importanza notevole nello scavo e decine di immagini vennero scattate semplicemente dalla cima di una torre in ferro alta circa 5 metri e tenuta in posizione verticale da quattro contenitori pieni d&#8217;aria negli angoli superiori. La fotocamera era posizionata al centro di una cornice a croce che poteva essere spostata su e gi\u00f9 per scattare fotografie da diverse distanze.<\/p>\n<figure style=\"width: 612px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/diving-photo-tower.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 diving-photo-tower.jpg\" width=\"612\" height=\"909\"><figcaption class=\"wp-caption-text\"><strong><span style=\"color: #008000;\">disegno dall&#8217;articolo originale di Bass<\/span><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">La torre poteva scorrere su un&#8217;impalcatura di telai orizzontali, appoggiati su gambe realizzate con dei tubi. In questo caso le stereofotografie erano scattate spostando la fotocamera tra posizioni fisse sulla sua barra trasversale lungo l&#8217;intera torre mantenendo una distanza fissa tra le fotografie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Robert Hodgson<\/span><\/strong>, un fisico della <strong><span style=\"color: #008000;\">Naval Ordnance Test Station<\/span><\/strong> di Pasadena, in California, effettu\u00f2 una serie di test dettagliati a Yassi Ada nel 1967 e prepar\u00f2 un rapporto che raccomandava quali pellicole e materiali di sviluppo da impiegare per ottenere risultati ottimali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Metal detector<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nPer la ricerca degli artefatti metallici, fu impiegato un metal detector modificato, che fu portato a Cape Gelidonya nel 1960 da <strong><span style=\"color: #008000;\">Luis Marden<\/span><\/strong> della National Geographic Society. Il sistema permise di localizzare depositi di rame e bronzo sotto le concrezioni di sedimento sabbioso. In seguito, nel 1967, <strong><span style=\"color: #008000;\">Bass<\/span><\/strong> utilizz\u00f2 sul relitto romano un nuovo metal detector, progettato e costruito da <strong><span style=\"color: #008000;\">Jeremy Green <\/span><\/strong><span style=\"color: #000000;\">del<\/span><strong><span style=\"color: #008000;\"> Research Laboratory for Archaeology and the History of Art di<\/span><\/strong>&nbsp;<strong><span style=\"color: #008000;\">Oxford<\/span><\/strong> che consentiva di scoprire la presenza di metalli, incluso ferro e piombo, dall&#8217;intensit\u00e0 del suono nella cuffia indossata dal ricercatore.<\/p>\n<figure style=\"width: 589px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/Diving-metal-detector.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 Diving-metal-detector.jpg\" width=\"589\" height=\"875\"><figcaption class=\"wp-caption-text\"><strong><span style=\"color: #008000;\">disegno dall&#8217;articolo originale di Bass<\/span><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo stesso metal detector fu in seguito utilizzato da <strong><span style=\"color: #008000;\">Michael Katzev<\/span><\/strong> durante altre indagini subacquee al largo di Cipro ma fu sostituita la cuffia di ascolto dei segnali con un indicatore posto tra le maniglie, in modo da avere un allarme visivo piuttosto che sonoro.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/yassi-ada-sul-fondo-1024x686.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 yassi-ada-sul-fondo-1024x686.jpg\"><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Lo scavo<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nIl lavoro sul cantiere fu effettuato grazie all&#8217;impiego di una <strong><span style=\"color: #008000;\">sorbona<\/span><\/strong>. Il materiale risucchiato dal fondo veniva filtrato eliminando il sedimento e mantenendo il contenuto. Un procedimento tecnicamente semplice che fu poi automatizzato per accelerare i tempi con l&#8217;impiego di un sistema a binario dove scorreva un tubo di alluminio di dieci pollici di diametro, della lunghezza di oltre 30 metri, fissato a carrelli con ruote che scorrevano su ciascuna rotaia; un fusto pieno d&#8217;aria sosteneva l&#8217;estremit\u00e0 superiore del tubo. In pratica, un subacqueo poteva spostare, senza fatica, questa grande sorbona lungo il lato del relitto per rimuovere la sabbia.<\/p>\n<figure style=\"width: 876px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/diver-water-jet-roman-wreck.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 diver-water-jet-roman-wreck.jpg\" width=\"876\" height=\"1174\"><figcaption class=\"wp-caption-text\"><strong><span style=\"color: #008000;\">il lavoro con la sorbona sul cantiere subacqueo<\/span><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">Essendo il relitto parzialmente ricoperto (a volte completamente) da diversi centimetri di sabbia, per accelerare il lavoro della sorbona fu utilizzato un getto d&#8217;acqua ad alta pressione che riusciva a rompere gli strati pi\u00f9 spessi del manto di sabbia per liberare il relitto. Il getto d&#8217;acqua fu realizzato con una manichetta antincendio che partiva da una pompa installata sulla chiatta sovrastante.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/yassi-ada-wreck-bizantine.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 yassi-ada-wreck-bizantine.jpg\" width=\"617\" height=\"427\"><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019inconveniente maggiore fu la necessit\u00e0 di operare in presenza di corrente per portare via immediatamente le dense nubi di sedimento sollevate che avrebbero impedito la scoperta visiva degli artefatti. Bass e i suoi archeologi impararono a modulare il flusso del getto rendendolo sottilissimo, al punto da poterlo usare anche sui resti in legno senza danneggiarli.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/yassi-ada-cestello-678x1024.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 yassi-ada-cestello-678x1024.jpg\"><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019altra innovazione fu l\u2019impiego di un cesto che poteva contenere pi\u00f9 di venti anfore alla volta. Una volta colmo, attraverso un pallone di sollevamento riempito di aria, il cesto veniva portato in superficie dove un gommone lo rimorchiava in acque poco profonde per il successivo recupero tramite una gruetta di bordo. Questo metodo si rivel\u00f2 semplice ed economico per sollevare il carico.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/yassi-ada-recupero-690x1024.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 yassi-ada-recupero-690x1024.jpg\"><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">La Towvane<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nTra le tante sperimentazioni, nel 1965, fu realizzata anche una capsula di osservazione in acciaio che poteva ospitare un uomo insieme ad un sistema di purificazione dell&#8217;aria ed un sistema di ossigeno aggiuntivo. Una finestra in plexiglass forniva al pilota una visuale a 360 gradi intorno a lui. La capsula era trainata da un peschereccio con un cavo di trecento metri di lunghezza. Il pilota, girando dei volantini interni, poteva inclinare le alette esterne poste su entrambi i lati della capsula, facendola planare verso il basso o verso l&#8217;alto. Il sistema chiamato <strong><span style=\"color: #008000;\">Towvane<\/span><\/strong>, fornito da <strong><span style=\"color: #008000;\">Nixon Griffis<\/span><\/strong>, presidente della <strong><span style=\"color: #008000;\">Towvane Co.<\/span> <\/strong>di New York, fu utilizzato fino a cento metri di profondit\u00e0 ma la limitata visibilit\u00e0 esterna nell&#8217;area di ricerca ne imped\u00ec un uso efficace.<\/p>\n<figure style=\"width: 621px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2021\/04\/diving-towvane.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 diving-towvane.jpg\" width=\"621\" height=\"922\"><figcaption class=\"wp-caption-text\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Towvane, disegno dall&#8217;articolo originale di Bass<\/span><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Magnetometro<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nMolte furono le attrezzature elettroniche sperimentate e Bass impieg\u00f2 anche un <strong><span style=\"color: #008000;\">magnetometro a protoni<\/span><\/strong> per rilevare i disturbi nel campo magnetico terrestre causati dalla presenza di materiale magnetico. Essendo particolarmente efficace nel rilevare i materiali ferrosi era stato utilizzato in passato con grande successo per localizzare gli scafi metallici dei relitti. Il dottor <strong><span style=\"color: #008000;\">E. T. Hall<\/span><\/strong>, direttore del <strong><span style=\"color: #008000;\">Laboratorio di Ricerca per l&#8217;archeologia e la storia dell&#8217;arte<\/span><\/strong>, Oxford, scopr\u00ec che il magnetometro a protoni poteva rilevare anche la presenza di ceramica (a distanza ravvicinata) a causa delle piccole quantit\u00e0 di ferro presenti nell&#8217;argilla. Bass immagin\u00f2 che questo metodo avrebbe potuto fornire informazioni preziose per concentrare gli sforzi di ricerca nelle aree con forti segnali a causa della presenza di grandi cumuli di ceramiche (come quelle presenti all\u2019interno degli scafi di un relitto). Il magnetometro a protoni subacqueo, sebbene testato poche volte nella ricerca, consent\u00ec di acquisire molte informazioni sul suo impiego ottimale che furono utilissime negli anni a seguire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un sistema televisivo a circuito chiuso permise agli archeologi in superficie di seguire il lavoro che si svolgeva sott&#8217;acqua. Il primo utilizzo fu effettuato, nel 1965, durante la ricerca di alcune statue di bronzo. A volte la telecamera veniva semplicemente trainata sopra il fondo con il proprio cavo, altre volte veniva trainata su un carrello. Grazie alla migliore capacit\u00e0 discriminativa delle telecamere (5 volte maggiore dell&#8217;occhio umano) il sistema forn\u00ec una visione pi\u00f9 chiara del fondo del mare.&nbsp;Non ultimo, furono sperimentati due <strong><span style=\"color: #008000;\">sonar a scansione laterale<\/span><\/strong>. Il primo, gestito dalla <strong><span style=\"color: #008000;\">Scripps Institution of Oceanography<\/span> <\/strong>dell&#8217;Universit\u00e0 della California, consentiva di esplorare una fascia di 200 metri su entrambi i lati, e permise di individuare 15 possibili contatti nella prima area ed un segnale importante in un secondo sito. Il secondo sonar, della <strong><span style=\"color: #008000;\">Martin Klein di EG&amp;G di Boston<\/span><\/strong>, fu utilizzato per investigare il contatto pi\u00f9 probabile al fine di marcarlo con una boa.&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Risultati<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nIn sintesi, Bass, nelle estati del 1965 e del 1967, fu in grado di sperimentare tutti i sistemi disponibili all\u2019epoca, di fatto aprendo una nuova Era della ricerca archeologica subacquea, individuando e studiando un relitto a 100 metri di profondit\u00e0. Non fu solo una ricerca sul campo, ma la sperimentazione di metodi e tecniche nuove e la possibilit\u00e0 di addestrare&nbsp; studenti e laureati in archeologia ad immergersi ed utilizzare nuove attrezzature. Dopo 50 anni molte delle tecniche impiegate possono sembrare primitive ma all\u2019epoca furono visionarie. George F. Bass fu un pioniere e la sua visione apr\u00ec una nuova Era per la ricerca scientifica archeologica subacquea.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a class=\"maxbutton-27 maxbutton maxbutton-un-regalo-per-te\" href=\"https:\/\/www.primevideo.com\/offers\/ref=atv_nb_lcl_it_IT?tag=amazon0e150-21 Italia\"><span class='mb-text'>Una sorpresa per te su Amazon Music unlimited<\/span><\/a>&nbsp; &nbsp;<a class=\"maxbutton-28 maxbutton maxbutton-amazon-prime\" title=\"Scopri i vantaggi di Amazon Prime\" href=\"javascript:void(0);\"><span class='mb-text'>Scopri i vantaggi di Amazon Prime<\/span><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e\/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l\u2019autore o rimuoverle, pu\u00f2 scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell\u2019articolo<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">,<\/span><\/p>\n<a class=\"maxbutton-3 maxbutton maxbutton-pagina-principale\" target=\"_blank\" title=\"tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"http:\/\/www.ocean4future.org\"><span class='mb-text'>PAGINA PRINCIPALE<\/span><\/a>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 9<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span>. . ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA PERIODO: XX SECOLO AREA: MAR EGEO parole chiave: Yassi Ada, relitti, George Bass . 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