{"id":4953,"date":"2016-10-10T08:00:08","date_gmt":"2016-10-10T08:00:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/?p=4953"},"modified":"2023-05-07T14:20:37","modified_gmt":"2023-05-07T12:20:37","slug":"4953","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/4953","title":{"rendered":"Reportage: Thailandia 1977 &#8211; parte I"},"content":{"rendered":"<span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 11<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span><p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<a class=\"maxbutton-4 maxbutton maxbutton-livello-di-comprensione\" href=\"javascript:void(0);\"><span class='mb-text'>livello elementare<\/span><\/a><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">ARGOMENTO: REPORTAGE<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">PERIODO: XX SECOLO<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">AREA: THAILANDIA<\/span><\/strong><br \/>\nparole chiave: viaggio, mare, immersioni<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #ffff00;\"><strong><span style=\"font-size: 18pt; color: #008000;\">Thailandia: un paradiso da proteggere<\/span><span style=\"font-size: 14pt;\"><br \/>\n<\/span><\/strong><\/span>La costa &nbsp;orientale della Thailandia, che guarda verso le Andamane, offre al viaggiatore un paese marcatamente differente da quello del nord; alimentata dalla pioggia quasi tutto l&#8217;anno, la vegetazione \u00e8 &nbsp;tropicale, con foreste con alberi che raggiungono gli ottanta metri di altezza, e la presenza di piantagioni di caucci\u00f9, di olio di palma e di cocco che sostituiscono i campi di riso e canna da zucchero della Thailandia centrale. Falesie calcaree a strapiombo sprofondano nel Mare delle Andamane che bagna le isole pi\u00f9 belle del paese circondate da splendide &nbsp;barriere coralline. Come ricorderete anche questo mare fu colpito dalle onde terrificanti dello tsunami nel dicembre 2004; il terribile evento uccise migliaia di persone, ferendo profondamente la regione. Lentamente, grazie alla stamina del popolo tailandese, l&#8217;area sta pero&#8217; riprendendo i propri colori, i turisti stanno tornando e gli hotel vengono ricostruiti tornando al loro antico splendore. Un ragione di pi\u00f9 &nbsp;per recarsi a visitare questo splendido paese aiutandolo a risorgere dal terribile evento. L&#8217;articolo che pubblico oggi, in realt\u00e0, fu scritto nel 1997 per una nota rivista per subacquei, ma nonostante fosse stato accettato dal Direttore, seguenti discussioni in ambito editoriale (che si conclusero poi con le sue dimissioni) lo fecero accantonare in attesa di pubblicazione in considerazione della nuova linea editoriale. Tra l&#8217;altro, oltre la delusione, persi anche alcune foto del reportage (tra l&#8217;altro non tutte mie); per fortuna il testo originale rimase in un file del mio vecchio computer e, nonostante siano passati quasi 20 anni, rileggendolo, mi \u00e8 apparso ancora un valido riferimento per coloro che decidono di recarsi in quel paradiso tropicale dove spero di ritornare al pi\u00f9 presto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000;\"><span style=\"font-size: 18pt;\">Thailandia<\/span><\/span><\/strong><br \/>\nFra i magici suoni e profumi dell\u2019Oriente, quelli della Thailandia sono fra i pi\u00f9 vivi e ricchi di suggestione. Ci\u00f2 che colpisce maggiormente il viaggiatore al suo arrivo in Thailandia&nbsp; \u00e8 lo sguardo degli abitanti di questo lontano paese, occhi scuri e penetranti che si perdono nei dolci sorrisi delle ragazze thai che, avvolte nei loro abiti tradizionali, sembrano aver fermato il tempo all&#8217;epoca remota e felice dell\u2019Eden.&nbsp;No, non vi parler\u00f2 della Thailandia turistica, dei locali affollati e fumosi nati intorno alle basi americane della guerra del Vietnam, delle ragazze di Patong road e dei locali di body massage, questo racconto di viaggio vuole essere una testimonianza di una Thailandia non del tutto perduta e delle sue meravigliose bellezze naturali ancora sconosciute ai pi\u00f9.&nbsp;Siamo partiti dall&#8217;Italia (ndr gennaio 1997), per ricercare tra i volti della gente comune le radici di questo antico e civile Paese e per scoprire se le sue meraviglie naturali ed il suo mare sono sopravvissute all&#8217;invadenza consumistica della civilt\u00e0 occidentale.&nbsp;Il popolo tailandese ha costumi molto semplici; la sua societ\u00e0 si basa sulla famiglia, allargata anche ai nonni ed ai parenti pi\u00f9 stretti.&nbsp;C\u2019\u00e8 molto rispetto e l\u2019attitudine mentale \u00e8 quella di vivere in armonia con la natura e gli altri uomini, accettando con filosofia le \u201cintemperie\u201d della vita e predisponendosi sempre in maniera positiva verso ogni problema. E\u2019 la filosofia del Mai Pen Rai, espressione comune thai che si potrebbe tradurre \u201cnon \u00e8 importante\u201d o \u201ccerca di avere pazienza e tutto si risolver\u00e0\u201d.&nbsp;Dopo un breve volo da Bangkok, arriviamo a Phuket, la grande isola meridionale; abbiamo deciso di evitare gli stereotipi delle agenzie, evitando la caotica Patong Beach e la sua vita notturna per raggiungere le isole del piccolo arcipelago delle Pee Pee Islands, prima tappa di questo nostro viaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Volando lungo la costa, a bassa quota, abbiamo intravisto sorgere dal mare grandi piloni di roccia calcarea, erosi alla base dall&#8217;opera incessante dei venti e delle onde; in passato furono resi celebri da un vecchio film di James Bond, \u201dL\u2019uomo dalla pistola d\u2019oro\u201d, e la baia in cui fu girato il film, Phang Nga, \u00e8 tutt&#8217;oggi meta di turisti da tutto il mondo.&nbsp;Queste strutture sono il risultato di sconvolgimenti del fondo del mare di 225 milioni di anni fa; queste montagne, furono spinte verso l\u2019alto quando il subcontinente indiano venne a contatto con l\u2019Asia nel Cenozoico, circa 66 milioni di anni fa.&nbsp;Le formazioni orografiche attuali sono il risultato delle erosioni di queste montagne primordiali causate dalle fluttuazioni del livello del mare e dall&#8217;azione periodica dei venti monsonici.&nbsp;Il mare, visto dall&#8217;alto, con i suoi mille colori, dall&#8217;azzurro ceruleo al blu indaco, al verde smeraldo, sembra non essere da meno. Diretti al porto di Phuket, posto nell&#8217;estremit\u00e0 meridionale dell\u2019isola, chiediamo al tassista di portarci al Wat di Chalong, uno dei templi buddisti pi\u00f9 suggestivi di Phuket.&nbsp;Lo sguardo meravigliato del autista ci fa comprendere che la nostra richiesta non \u00e8&nbsp; usuale e questo ci aiuta a rompere il ghiaccio; ci racconta dell\u2019isola, del turismo e della sua famiglia, dimostrandoci una cordialit\u00e0 ed inaspettata.&nbsp;Arrivati nel grande piazzale esterno, ci accolgono due statue di elefanti, a grandezza naturale, poste a guardia del grande Buddha; sul tetto del tempio dorato,&nbsp; si snoda Naga, il serpente sacro, retaggio della religione ind\u00f9 ed adorato in tutto l\u2019Oriente gi\u00e0 da prima dell\u2019avvento del Buddismo.&nbsp;Fra una folla di fedeli, entriamo all\u2019interno del Wat dove, fra fumi di incenso, in un\u2019atmosfera onirica e sfumata come una foto di Hamilton, sono collocate le statue dei monaci che si sono succeduti nei secoli nel santuario. Rivestite di sottilissime e tenere lamine d\u2019oro, poste dai fedeli prima di ogni preghiera, risplendono di una luce irreale in un silenzio rotto solo dai colpi secchi degli astrologi che riversano sul parquet bastoncini divinatori di legno mentre alcune donne portano alle statue offerte di fiori di loto ed accendono lunghe candeline profumate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi non c\u2019\u00e8 molta gente, ci dice il tassista, ma ci rivela che durante le feste l\u2019immensa piazza pullula di fedeli che provengono da tutta l\u2019isola. Dopo questa breve parentesi, ci rechiamo al porto di Phuket, nei pressi di Cape Pawna, da dove un ferry ci traghetter\u00e0 fino all&#8217;isola di Koh Pee Pee Don. L\u2019attesa \u00e8 scioccante; scaricati dal taxi sulla banchina, marcati con un bollino colorato dal responsabile della TAT (autorit\u00e0 del turismo tailandese), dopo l\u2019esperienza mistica del tempio, ci ritroviamo circondati da un orda di giapponesi che fotografano tutto ci\u00f2 che sta fermo; ci sembra di essere a Roma in Via del Corso il sabato sera. Saliamo sullo shuttle boat che ci porter\u00e0 al traghetto che, per motivi di marea, non \u00e8 potuto entrare in rada. Il viaggio \u00e8 breve e l\u2019isola, in tutta la sua bellezza selvaggia, ci appare all&#8217;orizzonte dopo soli 45 minuti di navigazione. Una long tailed boat, la Suay che in thai significa bella, adornata sulla prua da nastri colorati e coroncine di fiori, ci preleva da sotto bordo e ci trasporta al villaggio di Ban Laem Trong. Lo spettacolo iniziale \u00e8 deludente: piccoli bar, negozietti di abiti usati ed agenzie turistiche si accalcano l\u2019una nussun&#8217;altra fra gli accesi profumi del curry e delle spezie usate dai ristoranti; non contenti di ci\u00f2 che vediamo a prima vista ci rivolgiamo ad un diving per chiedere informazioni sull&#8217;isola. Uno degli istruttori, Andrew, inglese ma di madre italiana, ci rivela che il flusso sproporzionato di turisti sull&#8217;isola ha gi\u00e0 causato sensibili danni all&#8217;ambiente e l\u2019inquinamento di alcune aree marine; nonostante gli sforzi continui del Governo di educare le classi pi\u00f9 povere alla protezione dell\u2019ambiente ed al riciclaggio dei rifiuti, attraverso pubblicit\u00e0 televisive ed i giornali, il vero pericolo per le isole sono gli innumerevoli villeggianti che si aggirano, come in un grande luna park, alla ricerca frenetica di piaceri effimeri, senza una vera e propria coscienza di danni profondi diretti ed indiretti che portano al patrimonio naturale e culturale dell\u2019isola. I diving, preoccupati dei danni alle barriere coralline, hanno quindi iniziato una battaglia personale per la protezione dell\u2019ambiente marino cercando di intervenire dove le Autorit\u00e0 si sono dimostrate carenti per mezzi o iniziativa; ma la soluzione sembra localmente ancora lontana. Il cammino per una maggiore sensibilizzazione non \u00e8 facile; un\u2019altro dei responsabili del diving, visivamente preoccupato dell\u2019approccio consumistico esistente, ci racconta che l\u2019attuale situazione non solo non aiuta la risoluzione del problema ma talvolta si contrappone alle molte iniziative di volontariato pertanto non \u00e8 raro che i ceti pi\u00f9 poveri vedano in questi tentativi di regolamentazione del flusso turistico un freno ai propri guadagni e ne ostacolino di conseguenza le attivit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000; font-size: 18pt;\">Hin Phae<\/span><\/strong><br \/>\nPer verificare lo stato delle madrepore, effettuiamo un\u2019 immersione a Hin Phae, nella baia di Ton Say; lo spettacolo \u00e8 desolante; intorno allo scoglio, poco pi\u00f9 di diecimila metri quadri, contiamo pi\u00f9 di una cinquantina di subacquei; molti sembrano saltare in acqua dalle barche selvaggiamente senza un effettivo controllo da parte dei ship master che assistono impotenti all&#8217;aggressione in massa di quel sito.<br \/>\n<div class=\"lyte-wrapper fourthree\" style=\"width:420px;max-width:100%;margin:5px;\"><div class=\"lyMe\" id=\"WYL_hgRVkM_q4AY\"><div id=\"lyte_hgRVkM_q4AY\" data-src=\"\/\/i.ytimg.com\/vi\/hgRVkM_q4AY\/hqdefault.jpg\" class=\"pL\"><div class=\"tC\"><div class=\"tT\"><\/div><\/div><div class=\"play\"><\/div><div class=\"ctrl\"><div class=\"Lctrl\"><\/div><div class=\"Rctrl\"><\/div><\/div><\/div><noscript><a href=\"https:\/\/youtu.be\/hgRVkM_q4AY\" rel=\"nofollow\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i.ytimg.com\/vi\/hgRVkM_q4AY\/0.jpg\" alt=\"YouTube video thumbnail\" width=\"420\" height=\"295\" \/><br \/>Guarda questo video su YouTube<\/a><\/noscript><\/div><\/div><div class=\"lL\" style=\"max-width:100%;width:420px;margin:5px;\"><\/div><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; color: #ffff00;\"><strong><span style=\"color: #008000;\"><span style=\"font-size: 12pt;\">N.B. il video \u00e8 del 1993<\/span><br \/>\n<\/span><\/strong><br \/>\n<\/span>La formazione corallina in immersione risulta danneggiata in pi\u00f9 punti anche se il pesce \u00e8 ancora abbondante.&nbsp;I siti subacquei di Hin Phae e di Cape Tong, facilmente raggiungibili dall&#8217;isola, sono ormai troppo frequentati: reti da pesca e palamiti abusivi, aprono ferite drammatiche sulle formazioni coralline e la frequenza di migliaia di subacquei comporta un inevitabile impatto ambientale causato spesso dall&#8217;inettitudine dei pi\u00f9 e dall&#8217;ancoraggio senza regola dei battelli appoggio che, non utilizzando le boe appositamente posate dai diving, causano danni irreparabili al delicatissimo ecosistema.&nbsp;Non nascondiamo un senso di sconforto e comprendiamo l\u2019appello che da pi\u00f9 voci ci viene rivolto nel diving: <strong><span style=\"color: #008000;\">\u201caiutateci a porre un limite o almeno una regola a tutto questo; se non saranno presi provvedimenti nel giro di pochi anni questi luoghi saranno devastati irrimediabilmente e questo patrimonio naturale scomparir\u00e0\u201d.<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000; font-size: 18pt;\">Loh Bagao<\/span><span style=\"color: #ffff00;\"><br \/>\n<\/span><\/strong>Nonostante il primo impatto, il giorno dopo decidiamo di proseguire spostandoci nel lato nord orientale dell\u2019isola, nella piccola baia di Loh Bagao.&nbsp;Un\u2019amicizia di viaggio ci ha indicato un villaggio di poche case dove un\u2019intelligente gestione locale ha creato un resort di bungalow su palafitte, armoniosamente integrato nella vita di un vecchio villaggio thai di cui ha conservato i ritmi e le abitudini: il Pee Pee Island Village.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sta scendendo la marea e bisogna fare quasi un centinaio di metri per raggiungere la tradizionale imbarcazione del resort; spoglia, con un vecchio ombrellone a met\u00e0 barca, \u00e8 attrezzata con il classico motore \u201ca gambo lungo\u201d necessario per poter approdare sulle spiagge e risalire i lunghi e stretti canali che penetrano all\u2019interno dell\u2019isola.&nbsp;Tong, il marinaio al timone della barca, \u00e8 di carattere allegro anche se molto riservato; venendo a sapere che siamo dei subacquei ci fa un sorriso misto di approvazione e di complicit\u00e0 e ci invita a visitare il piccolo diving del resort nel quale lavora come dive master.&nbsp;Vive in una semplice palafitta nella prima fascia di giungla, lontana dall&#8217;affollato centro di Baem Long da cui \u00e8 rifuggito da anni.&nbsp;Non possiamo dargli torto; all&#8217;approdo di Ban Laem Trong avevamo notato i cumuli di bottiglie di plastica bianca opaca, ex contenitori di acqua minerale, impietosamente abbandonati o buttati in mare e raccolti pazientemente dai locali in mucchi sulla spiaggia.&nbsp;Ci racconta che, fino a pochi anni prima, le isole erano praticamente disabitate, visitate periodicamente solo dai raccoglitori di nidi di rondine; poi i primi turisti e la conseguente migrazione di circa cinquemila persone, provenienti dalla provincia di Krab\u00ec. Con loro le prime comodit\u00e0, alcuni alberghi di lusso, i diving ed i primi ristoranti tra i quali, ironia della sorte, ce ne segnala uno italiano.&nbsp;Il resort \u00e8 situato lungo una lunga spiaggia dorata, sotto un palmizio di noci di cocco; \u00e8 formato da bungalow semplici ma accoglienti e, cosa che ce lo fa apprezzare maggiormente, \u00e8 immerso nella realt\u00e0 thai che ci integra immediatamente accogliendoci con cordialit\u00e0 ma senza invadenza. E\u2019 facile fare amicizia; viviamo in un contesto internazionale che sembra per\u00f2 aver dimenticato le proprie attitudini nazionali per sposare quelle locali.&nbsp;Questa mattina, in accordo con la ben tristemente nota legge di Murphy (\u201ceverything is not wrong it will be\u201d), la nostra macchina fotografica subacquea incomincia a darci dei problemi. Tong, vedendo la nostra agitazione, ci richiama con un sorriso ironico alla filosofia di vita del Mai Pen Rai e tira fuori dal cassetto delle vecchie fotografie mostrandocele.&nbsp;\u201c<strong><em><span style=\"color: #008000;\">Non preoccupatevi<\/span><\/em><\/strong>\u201d dice \u201c<strong><span style=\"color: #008000;\"><em>c\u2019\u00e8 sempre una soluzione a tutto&#8230;<\/em><\/span><\/strong>\u201d e&nbsp; forse, ha ragione lui.&nbsp;Alla sera, dopo un lauto pasto a base di gamberi tigre e di Tom Yam Pla, una zuppa a base di pesce e peperoncino, ci rechiamo al diving sulla spiaggia.&nbsp;L\u2019istruttore ci confida che nell&#8217;arcipelago delle Pee Pee Island, grazie ad un diretto intervento dei diving, esistono ancora alcune zone con fondali incontaminati.&nbsp;Decidiamo di partire con lui la mattina dopo; ci vorr\u00e0 circa un ora per raggiungere i punti di immersione che dalle descrizioni si preannunciano interessantissimi.&nbsp;Sotto la brezza costante del monsone da Nord Est, la barca si infila agilmente fra le onde dirigendosi verso il mare aperto in direzione dell\u2019isola di Koh Pee Pee Leh, l\u2019isola minore dell\u2019arcipelago.&nbsp;In lontananza le sue scogliere ci ricordano un mostro marino che fuoriesce dagli abissi. Lo spettacolo \u00e8 sicuramente suggestivo; le gigantesche formazioni stalattitiche, che si distaccano dalle pareti come artigli, richiamano alla memoria i draghi della mitologia orientale, i terribili distruttori delle sottili giunche che transitavano nei paraggi. &nbsp;Costeggiamo l\u2019isola e, continuando verso sud, ci dirigiamo verso le Bida. Sono due piccole isole di roccia calcarea ricoperte, sulla sommit\u00e0, da una lussureggiante vegetazione tropicale di un colore verde intenso dalla quale provengono acute le grida degli uccelli marini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Koh Bida Noi<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nLa prima immersione prevista \u00e8 su una parete nella parte sud di Koh Bida Noi, l\u2019isolotto maggiore. Lo spettacolo ci appare subito fantastico: ci immergiamo letteralmente in un enorme branco di centinaia di piccoli barracuda (Sphyraena barracuda) che ci ruotano intorno avvolgendoci lentamente; poco pi\u00f9 in basso, un pesce scatola di un color giallo paglierino (Ostracion cubicus) ci viene curiosamente incontro quasi per avvisarci della presenza di due splendidi esemplari di pesce scorpione (Pterois volitans) che si nascondono fra i rami di una gigantesca gorgonia gialla.&nbsp;Scendiamo lungo la parete tra coralli duri di tutte le forme e colori, abitati da pesci farfalla e balestra che ci volteggiano intorno incuranti della nostra presenza; fra di essi un ormai raro esemplare del clown trigger (Balistoides Conspicillum), un tempo molto comune nel mare delle Andamane ed ora quasi del tutto estinto a causa della caccia indiscriminata dei pescatori rifornitori di acquari.<\/p>\n<div class=\"lyte-wrapper fourthree\" style=\"width:420px;max-width:100%;margin:5px;\"><div class=\"lyMe\" id=\"WYL_UyIOHwMKZdk\"><div id=\"lyte_UyIOHwMKZdk\" data-src=\"\/\/i.ytimg.com\/vi\/UyIOHwMKZdk\/hqdefault.jpg\" class=\"pL\"><div class=\"tC\"><div class=\"tT\"><\/div><\/div><div class=\"play\"><\/div><div class=\"ctrl\"><div class=\"Lctrl\"><\/div><div class=\"Rctrl\"><\/div><\/div><\/div><noscript><a href=\"https:\/\/youtu.be\/UyIOHwMKZdk\" rel=\"nofollow\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i.ytimg.com\/vi\/UyIOHwMKZdk\/0.jpg\" alt=\"YouTube video thumbnail\" width=\"420\" height=\"295\" \/><br \/>Guarda questo video su YouTube<\/a><\/noscript><\/div><\/div><div class=\"lL\" style=\"max-width:100%;width:420px;margin:5px;\"><\/div><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"font-size: 12pt; color: #008000;\">N.B . : video del 2015&nbsp;<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un enorme tridacna (<strong><span style=\"color: #008000;\">T<\/span><span style=\"color: #008000;\">ridacna gigas<\/span><\/strong>) con le sue labbra blu sembra sbarrarci l\u2019accesso in un canalone fra due pareti di anemoni multicolori; in alto una formazione di coralli di fuoco sembra consigliarci un\u2019altra via.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/maximabrid-1-300x225.jpg\" alt=\"maximabrid-1\" width=\"630\" height=\"472\"><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #008000; font-size: 12pt;\"><strong>Tridacna gigas &nbsp;da www.reefbuilders.com<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019immersione \u00e8 veramente fantastica; immersi in un\u2019acqua piacevolmente calda di 28 gradi, a temperatura costante dalla superficie al fondo, ci abbandoniamo alla leggera corrente che ci trasporta intorno all&#8217;isolotto in un susseguirsi di incontri con sempre differenti forme animali.&nbsp;Terminata l\u2019aria rientriamo in barca, per dirigerci sul secondo sito, uno shark point non ancora molto conosciuto, a circa due miglia ad est dalla celebre Viking Cave.&nbsp;La grotta \u00e8 detta \u201cdei Vichinghi\u201d per la presenza sulle pareti di graffiti raffiguranti navi a vela che, in verit\u00e0, queste navi dalla struttura velica ci richiamano alla memoria pi\u00f9 quelle impiegate dalle Compagnie di navigazione occidentali del diciassettesimo secolo che quelle degli audaci navigatori del nord Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La visita, sebbene un classico per i turisti, vale la pena di essere effettuata per osservare dal vivo le estreme condizioni di lavoro dei famosi raccoglitori di nidi di rondine che, dopo aver effettuato una preghiera rituale presso un grande altare naturale formatosi dall&#8217;unione di una enorme stalattite con una stalagmite, si arrampicano per raccoglierli sulle pareti interne dell\u2019antro sfruttando solo delle lunghe canne di bamb\u00f9.&nbsp;I nidi di rondine sono un particolare alimento generato dalle ghiandole di una rondine locale, assai ricercato dai \u201cbuongustai\u201d dell\u2019estremo Oriente che sono disposti a pagarlo fino a 300 dollari al chilogrammo.&nbsp;Dopo circa un\u2019ora di navigazione, arriviamo sul posto della seconda immersione.&nbsp;Tong ci racconta essere un vecchio sito di pesca nel quale i pescatori, quando ancora nella zona era permesso pescare, gettavano le nasse.&nbsp;Un tempo, un pescatore scorse dal bordo della barca, a circa 18 metri di profondit\u00e0, una macchia oscura muoversi sinuosamente sul fondo: era uno squalo leopardo (Stegostoma Varium) che aveva eletto quel posto come sua dimora.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molti anni sono passati da allora e probabilmente molti squali leopardi, ma il luogo non tradisce mai le aspettative dei subacquei che vi si recano e l\u2019incontro con loro \u00e8 assicurato, talvolta anche con qualche sorpresa inaspettata come un incontro ravvicinato con il grande squalo balena (<strong><span style=\"color: #008000;\">Rhincodon Typus<\/span><\/strong>), un tempo assiduo frequentatore dell\u2019area.&nbsp;Giunti sulla verticale del punto, segnalata da una piccola boa, ci immergiamo; sul fondo due squali leopardo di quasi due metri riposano indisturbati cullati dalla corrente.&nbsp;Ci avviciniamo con molta cautela per non infastidirli; appoggiati sul sedimento di conchiglia bianco muovono lentamente la lunga pinna caudale.&nbsp;Non \u00e8 la prima volta che incontriamo questo tipo di squalo ma questa coppia ci sembra diversa o forse \u00e8 l\u2019atmosfera rilassata della situazione che ce la fa sembrare particolare, in piena sintonia con il Mai Pen Rai.&nbsp;Grandi coralli fungiformi, gorgonie ed un infinit\u00e0 di cipree panterine completano il quadro tra nugoli di branchi di pesce che a tratti si spostano velocemente per sfuggire agli attacchi di un barracuda che sinceramente non ci sembra molto convinto della caccia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Scorgiamo anche dei bellissimi nudibranchi (tra cui il caratteristico <strong><span style=\"color: #008000;\">Halgerda willeyi<\/span><\/strong> e la <strong><span style=\"color: #008000;\">Phillidia bourguini<\/span><\/strong>) in prossimit\u00e0 di un picco di roccia che risale fino a dieci metri dalla superficie. Fra un tappeto di anemoni, un numero incredibile&nbsp;di piccoli pesci pagliaccio (<strong><span style=\"color: #008000;\">Anphiprion phrenna<\/span><\/strong>) e di splendidi e veloci pesci angelo imperatore (<strong><span style=\"color: #008000;\">Pomacanthus imperator<\/span><\/strong>) ci gironzolano attorno, anch&#8217;essi per nulla intimoriti della nostra presenza.&nbsp;Un&#8217;esperienza bellissima che ci ricorda la &nbsp;ricchezza di biodiversit\u00e0 dell&#8217;Indo-pacifico.&nbsp;Anche quest\u2019immersione, nonostante tutto, ci appare troppo breve; domani ci sposteremo in battello ad Ao Nang, nella Provincia di Krab\u00ec, trenta miglia ad Est di Phuket.<\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\">fine parte I &#8211; continua<\/span><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, pur rispettando la netiquette, citandone ove possibile gli autori e\/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l\u2019autore o rimuoverle, pu\u00f2 scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell\u2019articolo<\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\">in anteprima Long-tail boats a Maya Beach, Ko Phi Phi Lee,&nbsp;Thailand &#8211; autore Diego Delso, <a style=\"color: #008000;\" href=\"https:\/\/commons.wikimedia.org\/wiki\/File:Playa_Maya,_Ko_Phi_Phi,_Tailandia,_2013-08-19,_DD_13.JPG\">File:Playa Maya, Ko Phi Phi, Tailandia, 2013-08-19, DD 13.JPG &#8211; Wikimedia Commons<\/a>&nbsp;<\/span><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a class=\"maxbutton-3 maxbutton maxbutton-pagina-principale\" target=\"_blank\" title=\"tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"http:\/\/www.ocean4future.org\"><span class='mb-text'>PAGINA PRINCIPALE<\/span><\/a><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><a class=\"maxbutton-13 maxbutton maxbutton-parte-i\" target=\"_blank\" title=\" tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/4953\"><span class='mb-text'>PARTE I<\/span><\/a> <a class=\"maxbutton-14 maxbutton maxbutton-parte-ii\" target=\"_blank\" title=\" tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/4963\"><span class='mb-text'>PARTE II<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 11<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span>. . 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