{"id":4847,"date":"2016-10-17T08:00:06","date_gmt":"2016-10-17T08:00:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/?p=4847"},"modified":"2023-05-07T15:33:43","modified_gmt":"2023-05-07T13:33:43","slug":"rocce-tempeste-e-tsunami-di-aaronne-colagrossi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/4847","title":{"rendered":"Rocce, tempeste e tsunami"},"content":{"rendered":"<span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 5<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span><p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<a class=\"maxbutton-4 maxbutton maxbutton-livello-di-comprensione\" href=\"javascript:void(0);\"><span class='mb-text'>livello elementare<\/span><\/a><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">ARGOMENTO: GEOLOGIA<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">PERIODO: XXI SECOLO<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">AREA: OVUNQUE<\/span><\/strong><br \/>\nparole chiave: tempestiti, tempeste, uragani, sedimentologia, sedimenti<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le <strong><span style=\"color: #008000;\">tempeste oceaniche<\/span><\/strong>, da quelle di minor potenza sino ai potenti uragani tropicali i cui venti ululano letteralmente come lupi in una bufera di neve, flagellano durante tutto l&#8217;anno le distese marine e terrestri del nostro pianeta. Sia che ci si trovi nell&#8217;emisfero boreale (Nord America, Europa e Asia), sia in quello australe (Sudamerica, Africa del sud e Oceania), si generano continuamente aree di bassa pressione, sia estive che invernali, i cui forti venti rendono il mare un nemico insormontabile e le montagne dei luoghi inospitali per la vita dell\u2019<em>Homo sapiens<\/em>.&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nostro pianeta ha una storia geologica vecchia di oltre quattro miliardi e mezzo di anni. Come facilmente dedurrete \u00e8 scientificamente impossibile decifrare ogni singolo evento ciclonico che ha colpito il nostro pianeta; di fatto le tempeste e gli tsunami hanno lasciato e lasciano segni indelebili nelle rocce oltre che nei nostri animi.&nbsp;Gli scienziati, soprattutto a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, hanno effettuato studi di sedimentologia delle zone costiere. Questi studi hanno riguardato sia gli arcipelaghi corallini sia strutture geologiche di epoche passate, come le rocce carbonatiche che sono riconducibili a fasce tidali di paleo barriere coralline e paleo lagune tropicali.&nbsp;Da geologo, mi piace ricordare che la scuola italiana di sedimentologia delle rocce carbonatiche vanta un certo prestigio in ambito mondiale, competendo magistralmente con la scuola olandese, americana, giapponese e australiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma torniamo a noi: le tempeste, specialmente quelle pi\u00f9 potenti come i cicloni, vengono letteralmente raccolte in specifici depositi sedimentari. Un po&#8217; come i modellini di nave intrappolati nelle bottiglie; questi segni rimarranno l\u00ec per migliaia, talvolta milioni di anni.&nbsp;In particolare, le onde causate dai maremoti, come gli <em>tsunami<\/em> (dal giapponese onda di porto), possono lasciare segni molto evidenti nei depositi rocciosi antichi e sabbiosi costieri moderni. Questi resti vengono chiamati tsunamiti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Talvolta i sedimentologi si trovano a dover differenziare minuti strati sabbiosi, di poche decine di centimetri, lasciati sia dagli tsunami sia dalle tempeste tropicali; non \u00e8 affatto facile farlo, specialmente in campo, ma ci\u00f2 \u00e8 molto importante per poter interpretare correttamente la frequenza di questi due fenomeni in una certa area. Questo pu\u00f2 essere un\u2019ottima chiave di lettura per lo studio del presente e, forse, per eventuali eventi futuri.&nbsp;Negli ultimi trentanni autorevoli geologi italiani, americani e giapponesi, cooperando in campo, hanno studiato molte aree del pianeta dove esiste una certa frequenza di questi depositi sabbiosi. In particolare sono state ampiamente studiate zone come i Caraibi, specialmente Puerto Rico e le Bahamas in particolare, dove sono ben riconoscibili strati di tempestiti riguardanti uragani, a partire da cinquecentomila anni fa (Pleistocene medio superiore), sino ai recenti uragani degli anni sessanta. Nello specifico, sull&#8217;isola di Caicos (Bahamas) \u00e8 stato studiato un deposito sabbioso, intervallato da strati di 30 centimetri costituiti da deposizione algale coralligena, in cui si identificano delle tempestiti riconducibili agli uragani Donna (agosto 1960), l\u2019uragano Betsy (agosto 1965) e l\u2019uragano Kate (novembre 1985). Anche l\u2019uragano Carla, del settembre 1961 lasci\u00f2 ampi depositi in varie zone del Golfo del Messico. In ultimo l\u2019uragano Isabel, del settembre 2003, lasci\u00f2 importanti testimonianze geologiche, in particolare per la struttura del deposito sabbioso e per le molto ben conservate caratteristiche granulometriche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Una curiosit\u00e0: Durante la Seconda Guerra Mondiale, agli Uragani vennero dati nomi femminili, principalmente per la comodit\u00e0 dei meteorologi. Per evitare critiche di sessismo, dal 1978, si utilizzano nomi anche maschili.&nbsp;<\/span><\/strong><span style=\"color: #ffff00;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">La credenza che molti dei cicloni&nbsp;pi\u00f9&nbsp;violenti avessero nomi femminili \u00e8 quindi legata solo&nbsp;all&#8217;uso&nbsp;precedente. attualmente i nomi sono predisposti per aree geografiche (atlantiche, pacifiche etc.). Ad esempio per l&#8217;Atlantico:<\/span><\/strong><\/span><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/nomi-uragani--1024x308.png\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 nomi-uragani--1024x308.png\" width=\"907\" height=\"272\"><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altre aree, dove \u00e8 stato possibile ricostruire modelli di questi fenomeni, sono il Per\u00f9, specialmente per le <strong><span style=\"color: #008000;\">tsunamiti<\/span><\/strong>, la grande isola di Papua, il Marocco, lo stato dell\u2019Alberta (Canada) e la Nuova Zelanda dove, nell&#8217;isola del Sud (versante orientale), un recente studio americano-neozelandese ha messo in luce un deposito di tsunamiti riconducibile a un potente terremoto, cui segu\u00ec un\u2019onda di tsunami di proporzioni enormi; i geologi datano l\u2019evento agli inizi del 1900. Inoltre, sono ancora in corso studi sedimentologici sia per il grande maremoto dell\u2019Indonesia (dicembre 2004) sia per l\u2019uragano Katrina dell\u2019agosto 2005.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sia le tempestiti che le tsunamiti di epoca recente, in particolare dal Pleistocene ad oggi (Olocene), si presentano con spessori variabili dai venti ai quaranta centimetri al massimo. L\u2019estensione areale di entrambi i depositi \u00e8 molto alta, raggiungendo parecchi chilometri quadrati di costa. In alcuni casi, come in <strong><span style=\"color: #008000;\">Indonesia<\/span> <\/strong>(2004), a seguito delle tempeste alcuni atolli sono stati completamente sommersi da questi depositi, cancellando ogni forma di vita. Le granulometrie, per entrambi i depositi, sono variabili dal letto al tetto della sequenza sabbiosa; normalmente si hanno clasti di maggiori dimensioni in basso che evolvono verso l\u2019alto a granulometrie di sabbia fine. La presenza di resti organici, in particolare arborei e vegetali, viene spesso attribuita a tsunami, ma molti geologi non concordano con questa teoria, elaborata da alcuni americani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da non dimenticare l\u2019orientazione di questi resti: il ramoscello infatti, si orienta in base alla corrente principale, come nelle <strong><span style=\"color: #008000;\">icniti<\/span><\/strong> (impronte rocciose) dei depositi fluviali: il meccanismo fisico \u00e8 esattamente lo stesso. Le <strong><span style=\"color: #008000;\">tempestiti<\/span><\/strong>, al contrario delle <strong><span style=\"color: #008000;\">tsunamiti<\/span><\/strong>, non sembrano essere molto estese nell&#8217;entroterra; inoltre presentano variazioni granulometriche minori, addirittura alcuni depositi si presentano con un certo grado di laminazione (meno di un centimetro). Queste lamine, nello specifico di analisi al microscopio, sembrano essere costituite prevalentemente da film algale che intrappola letteralmente, come una carta moschicida, il sedimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre, per quanto riguarda le successioni rocciose antiche (dai 3 ai 450 milioni di anni) e l\u2019identificazione al loro interno di tempestiti e tsunamiti (nonch\u00e9 addirittura le rarissime sismiti, dovute a particolari terremoti) un buon indicatore di campo \u00e8 la <strong><em><span style=\"color: #008000;\">Hummocky Cross Stratification<\/span><\/em><\/strong> (<strong><span style=\"color: #008000;\">HCS<\/span><\/strong>), ai geologi italiani meglio nota come stratificazione incrociata gibbosa (o anche monticolare, come pure concavo-convessa).&nbsp;Si tratta di una stratificazione ondulata degli strati di roccia che molti sedimentologi attribuiscono al paleo flusso oscillatorio del moto ondoso a cui va sommata l\u2019azione delle paleo correnti generate dal passaggio di una tempesta molto potente. Inoltre queste particolari stratificazioni hanno la caratteristica di essere lievemente inclinate a formare una convessit\u00e0, appunto, con angoli di circa 10 o 15 gradi, non oltre (eccetto per deformazione post deposizionale).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma la tempestite, <em>stricto sensu,<\/em> raggiunge la sua massima deposizione volumetrica di sedimento quando le onde di tempesta sono in fase calante. Le tsunamiti, al contrario, si distinguono grazie a superfici erosive alla base della HCS, che e\u2019 comune, in definitiva, ad entrambe le tipologie di rocce.&nbsp;Come si evince queste analisi sono relativamente semplici da eseguire su depositi moderni, ma sono molto difficili per depositi antichi, di stampo prettamente roccioso. Talvolta si pu\u00f2 giungere alla soluzione dell\u2019enigma aprendo lo sguardo alle formazioni rocciose in un pi\u00f9 largo areale, studiando fenomeni tettonici (faglie e sequenze di subsidenza) collegati a terremoti passati, che possono far attribuire il deposito in studio a una tsunamite piuttosto che a una tempestite. A ci\u00f2 va naturalmente allegato un attento studio dei fossili e dei microfossili, nonch\u00e9 attente analisi sui pollini e sui paleosuoli della zona (altri indicatori importanti). Ma bisogna essere scientificamente accorti a non commettere errori grossolani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come sempre per tutti i miei articoli, rimando a testi scientificamente pi\u00f9 competenti e completi, in particolare consiglio volumi di sedimentologia, stratigrafia e interpretazione di facies. L\u2019argomento \u00e8 molto complesso e va studiato in concerto con analisi dei depositi costieri, coralligeni e tidali.<\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\">Aaronne Colagrossi<\/span><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #008000;\"><strong>Immagine in anteprima:<\/strong> <strong>la tempesta tropicale <em>Bill<\/em> al largo delle coste del New England e Maritime Canada il 15 giugno 2021. immagine ruotta per esigenze di redazione, pseudo composita di colore vero generato tramite il programma SSEC Geo2Grid, utilizzando le immagini di Goes-16 &#8211; Autore The Austin Man &#8211; <a style=\"color: #008000;\" href=\"https:\/\/commons.wikimedia.org\/wiki\/File:Bill_2021-06-15_1100Z.png\">File:Bill 2021-06-15 1100Z.png &#8211; Wikimedia Commons<\/a><\/strong><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e\/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l\u2019autore o rimuoverle, pu\u00f2 scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell\u2019articolo<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\"><a class=\"maxbutton-3 maxbutton maxbutton-pagina-principale\" target=\"_blank\" title=\"tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"http:\/\/www.ocean4future.org\"><span class='mb-text'>PAGINA PRINCIPALE<\/span><\/a><br \/>\n<\/span><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 5<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span>. . 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