{"id":45963,"date":"2018-06-24T00:03:01","date_gmt":"2018-06-23T22:03:01","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/?p=45963"},"modified":"2026-06-03T07:52:20","modified_gmt":"2026-06-03T05:52:20","slug":"breve-storia-dei-mezzi-subacquei-parte-iii-di-andrea-mucedola","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/45963","title":{"rendered":"Breve storia dei mezzi subacquei &#8211; parte III"},"content":{"rendered":"<span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 5<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span><p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<a class=\"maxbutton-4 maxbutton maxbutton-livello-di-comprensione\" href=\"javascript:void(0);\"><span class='mb-text'>livello elementare<\/span><\/a><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">ARGOMENTO: STORIA NAVALE<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">PERIODO: XX SECOLO<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">AREA: DIDATTICA<\/span><\/strong><br \/>\nparole chiave: sommergibili, sottomarini, batiscafi<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000; font-size: 18pt;\">Impiego dei mezzi subacquei in campo civile<\/span><span style=\"color: #0000ff;\"><br \/>\n<\/span><\/strong>In questa carrellata sulle tipologie dei mezzi subacquei vanno menzionati quelli che furono (e sono tutt&#8217;oggi) impiegati in molti settori della vita civile. Il loro sviluppo \u00e8 stato esponenziale e si \u00e8 assistito, in campo civile, un impiego molto pi\u00f9 ampio dei mezzi subacquei arrivando a soluzioni, come con gli UUV, che non necessitano la presenza fisica dell&#8217;Uomo per la loro guida. \u00a0Ma andiamo per ordine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Storicamente vanno menzionati i <strong><span style=\"color: #008000;\">Batiscafi <\/span><\/strong>o<strong><span style=\"color: #008000;\"> Batisfere<\/span><\/strong>, sommergibili studiati per poter immergersi a grandi profondit\u00e0 ma con limitate capacit\u00e0 di movimento. Le prime batisfere non possedevano una capacit\u00e0 di propulsione autonoma e necessitavano di una nave madre che li guidasse nelle loro missioni.\u00a0 Esse furono utilizzate sia per scopi militari che nel campo civile nella ricerca scientifica. Il primo mezzo studiato per la ricerca fu il <strong><span style=\"color: #008000;\">C3<\/span><\/strong>, un batiscafo artigianale progettato dall&#8217;italiano <strong><span style=\"color: #008000;\">Pietro Vassena<\/span><\/strong> nel 1948. Il mezzo, il 12 marzo 1948, al largo di Argegno, scese alla profondit\u00e0 di 412 metri, stabilendo cos\u00ec il record mondiale di massima profondit\u00e0 raggiunta. Ma non fu utilizzato a lungo: il 20 novembre 1948 il <strong><span style=\"color: #008000;\">C3<\/span><\/strong>, durante un primo tentativo di discesa a 948 metri senza equipaggio, a causa di un guasto al verricello s&#8217;inabiss\u00f2 nelle acque al largo dell&#8217;isola di Capri e non fu mai recuperato.\u00a0Il primo <strong><span style=\"color: #008000;\">batiscafo<\/span><\/strong>, sviluppato per immersioni marine e con una maggiore capacit\u00e0 di propulsione, fu l&#8217;<strong><span style=\"color: #008000;\">FNRS-2<\/span><\/strong>, costruito in Belgio da <strong><span style=\"color: #008000;\">Auguste Piccard<\/span><\/strong>. In seguito venne costruito dai cantieri navali di Monfalcone, dalle acciaierie Terni e infine assemblato a Castellamare di Stabia, il celebre Trieste I.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu\u00a0proprio\u00a0il <strong><span style=\"color: #008000;\">Trieste I<\/span><\/strong>, con a bordo <strong><span style=\"color: #008000;\">Jacques Piccard<\/span><\/strong> (figlio di Auguste), a stabilire il <strong><span style=\"color: #008000;\">record mondiale di profondit\u00e0 in immersione<\/span><\/strong>, ancora oggi imbattuto, raggiungendo <strong><span style=\"color: #008000;\">il fondo del cosiddetto Challenger Deep ovvero\u00a0 a<\/span><\/strong> <strong><span style=\"color: #008000;\">10917\u00a0metri<\/span> <span style=\"color: #008000;\">nel punto pi\u00f9 profondo della fossa delle Marianne<\/span><\/strong>, la maggiore profondit\u00e0 marina esistente. Il batiscafo Trieste misurava 18 metri in lunghezza, 3,50 in larghezza e il suo dislocamento normale era di 150 tonnellate. Lo scafo era di forma cilindrica e conteneva All&#8217;interno del cilindro erano ricavati 6 serbatoi di cui quattro venivano riempiti con benzina avio che fungeva da liquido idrostatico. La benzina, essendo pi\u00f9 leggera dell&#8217;acqua, avrebbe fornito al Trieste una spinta positiva. Per immergersi, poteva invece imbarcare acqua negli altri due serbatoi. All&#8217;interno era ricavato un tunnel che conduceva fino all&#8217;abitacolo sferico sottostante, una sfera di acciaio fusa in un solo pezzo perch\u00e9 doveva essere completamente priva di disomogeneit\u00e0 in quanto una minima falla, alle profondit\u00e0 che dovevano essere raggiunte, avrebbe portato all&#8217;implosione della sfera. <strong><span style=\"color: #008000;\">Alle 13:06 del 23 gennaio 1960<\/span><\/strong>, dopo 4 ore e 48 minuti dall&#8217;immersione, i fari al quarzo del batiscafo illuminarono per la prima volta il fondo marino dell&#8217;abisso. Attraverso l\u2019obl\u00f2 realizzato in un unico blocco conico di plexiglas, i due membri dell\u2019equipaggio (<strong><span style=\"color: #008000;\">Don Walsh<\/span> <\/strong>e <strong><span style=\"color: #008000;\">Jacques Piccard<\/span><\/strong>, figlio del costruttore) scorsero un pesce evidentemente attratto dall&#8217;inusuale sorgente di luce. A quella profondit\u00e0, il <strong><span style=\"color: #008000;\">batiscafo Trieste<\/span><\/strong>, fu sottoposto ad una pressione di 1,17 tonnellate su centimetro quadrato, pari a circa mille volte quella atmosferica. Un impresa eccezionale considerando che, dopo il <em>Trieste,<\/em> solo tre batiscafi hanno raggiunto le profondit\u00e0 della fossa delle Marianne:<\/p>\n<ul>\n<li>il<strong><span style=\"color: #008000;\"> Kaiko<\/span><\/strong> (senza equipaggio), nel 1995 \u00a0(lo scafo si perse in mare durante una missione nel 2003);<\/li>\n<li>il <strong><span class=\"mw-redirect\" style=\"color: #008000;\">Nereus<\/span><\/strong> (senza equipaggio), nel 2009;<\/li>\n<li>il batiscafo <strong><span style=\"color: #008000;\">Deepsea Challenger<\/span><\/strong>\u00a0pilotato da James Cameron nel marzo del 2012.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1984, Piccard si immerse anche in Italia, con un altro batiscafo, il <strong><span style=\"color: #008000;\">Forel<\/span><\/strong>, nelle profondit\u00e0 del lago di Albano. Questo lago, sito a sud di Roma, \u00e8 considerato il lago vulcanico pi\u00f9 profondo d\u2019Europa. Lo scopo fu la ricerca di resti archeologici e la raccolta di dati chimico\u2013fisici sulla distribuzione dei gas disciolti nell&#8217;acqua, in particolare dell&#8217;elio considerato un importante indicatore di eventi sismici. Il Forel raccolse molti dati e fece delle misure di gravit\u00e0 pi\u00f9 precise di quelle effettuabili dalla superficie. Inoltre, i prelievi di sedimenti e di campioni di acqua permisero di conoscere meglio le caratteristiche dei microrganismi e di tutta la flora e la fauna presenti nel lago.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il 2 agosto 2007, due\u00a0batiscafi russi, il <strong><span style=\"color: #008000;\">Mir-1<\/span><\/strong> e il <strong><span style=\"color: #008000;\">Mir -2<\/span><\/strong> sono arrivati a 4.302 metri di profondit\u00e0 toccando il fondo marino del Polo Nord. Tale immersione rientrava nelle campagne di ricerca, attualmente ancora in corso, di nuovi giacimenti di idrocarburi.\u00a0Appena un&#8217;ora pi\u00f9 tardi riaffiorarono in superficie dopo aver piantato sul fondale un vessillo bianco, blu e rosso, con i colori della Russia. In realt\u00e0 lo scopo ultimo dell&#8217;impresa fu di cercare di provare che la superficie sottomarina fosse\u00a0direttamente collegata alla piattaforma continentale russa attraverso la dorsale Lomonov, un&#8217;enorme propaggine rocciosa che si protende\u00a0sul fondo del mar Glaciale Artico\u00a0collegando la Piattaforma di Lincoln, al largo della costa canadese con la Piattaforma siberiana. Il motivo \u00e8 ovviamente politico ed economico. Se fosse dimostrata la tesi russa, Mosca potrebbe rivendicare la piena sovranit\u00e0 su un&#8217;estensione di 1,2 milioni di chilometri quadrati, considerata una riserva di idrocarburi dall&#8217;inestimabile valore economico ed energetico. Vi si troverebbero infatti un quarto delle riserve mondiali di gas e petrolio per un totale di dieci miliardi di tonnellate di idrocarburi nonch\u00e9 minerali pregiati come stagno, manganese, oro, nichel, piombo, platino e &#8230;\u00a0diamanti. <strong><span style=\"color: #008000;\">Ma questa \u00e8 un&#8217;altra storia<\/span><\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per opportuna completezza, voglio ricordare anche l&#8217;unico minisottomarino a propulsione nucleare esistito (o almeno di cui si \u00e8 a conoscenza): l&#8217;<strong><span style=\"color: #008000;\">NR <\/span><\/strong><span style=\"font-size: 14pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">1<\/span><\/strong>.\u00a0<\/span>Questo battello, di piccole dimensioni, venne utilizzato dalla Marina statunitense fino al 2008, ufficialmente per scopi oceanografici e ricerche di natura civile. Per le sue caratteristiche particolari, tra cui un sistema di propulsione su cingoli quando appoggiato sul fondo del mare, venne impiegato anche da\u00a0<strong><a href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/4437\">Ballard<\/a> <\/strong>durante\u00a0la \u00a0ricerca di artefatti e relitti su alti fondali.\u00a0L&#8217;<strong><span style=\"color: #008000;\">NR <span style=\"font-size: 14pt;\">1<\/span><\/span><\/strong> fu costruito nel 1969 nel cantiere della General Dynamics di Groton, e nonostante\u00a0\u00a0fosse stato progettato per la ricerca scientifica oceanografica, il recupero di oggetti e per l&#8217;installazione di apparecchiature subacquee, le sue attivit\u00e0 operative furono sempre coperte dal segreto. In pratica il mezzo fu gestito quasi sempre dalla Marina con compiti mai del tutto chiariti. Con una lunghezza di 140 piedi \u00a0per \u00a0400 tonnellate di dislocamento, l&#8217;NR <span style=\"font-size: 14pt;\">1<\/span> fu il sottomarino nucleare pi\u00f9 piccolo mai messo in servizio. Alimentato da una centrale nucleare miniaturizzata, costruita su misura, il Nerwin, come veniva chiamato dal suo equipaggio, \u00a0poteva raggiungere una velocit\u00e0 massima di circa quattro nodi ed immergersi a 3000 piedi (circa 1000 metri). L&#8217;NR <span style=\"font-size: 14pt;\">1\u00a0<\/span>aveva\u00a0tre obl\u00f2 per la visione \u00a0frontale e verso il basso, con\u00a025 luci esterne, telecamere a\u00a0basso livello di luce (LLL),\u00a0una videocamera a colori, una fotocamera elettronica\u00a0(ESC) ed altri ausili visivi. Era dotato di sensori per la raccolta di\u00a0dati ambientali e la registrazione dei \u00a0dati scientifici. Inoltre, era dotato di una variet\u00e0\u00a0di sonar differenti come un Obstacle Avoidance Sonar (per procedere in condizioni di assoluta torbidit\u00e0) ed un Side-Looking\u00a0Sonar (SLS) utilizzato per mappare il fondo e ricercare oggetti (fu usato anche per la ricerca ed identificazione dei resti dello Space Shuttle <i>Challenger nel 1986).<\/i>\u00a0Come premesso nel\u00a01995, il Dr. Robert Ballard\u00a0impieg\u00f2 l&#8217;<strong><span style=\"color: #008000;\">NR <span style=\"font-size: 14pt;\">1<\/span><\/span><\/strong>\u00a0per esplorare il relitto del\u00a0<i>Britannic<\/i>, sister ship\u00a0del <i>Titanic<\/i>, che affond\u00f2 nel Mar Egeo durante la prima guerra mondiale.<\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #008000;\">fine terza parte<br \/>\n<\/span><\/strong><strong><span style=\"color: #008000;\">andrea mucedola<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">in anteprima il batiscafo Trieste, un veicolo sommergibile di ricerca per immersioni profonde di costruzione italiana, che con il suo equipaggio di due persone raggiunse il 23 gennaio 1960 una profondit\u00e0 massima record di circa 10.911 metri (35.797 piedi), nella prima discesa della parte pi\u00f9 profonda conosciuta degli oceani terrestri, nella Fossa delle Marianne vicino a Guam nel Pacifico. Nella foto il batiscafo \u00e8 issato fuori dall&#8217;acqua subito dopo la sua acquisizione da parte della Marina degli Stati Uniti, intorno al 1958-59. Il battello \u00e8 costituito da un recipiente a pressione sferico in acciaio di due metri di diametro che costituisce la cabina per le due persone di equipaggio. Per resistere all&#8217;estrema pressione il recipiente era sospeso sotto un grande serbatoio di benzina. La benzina, essendo pi\u00f9 leggera dell&#8217;acqua, rendeva il battello capace di galleggiare, mentre, grazie alla sua incomprimibilit\u00e0, forniva una resistenza alla pressione dell&#8217;acqua circostante senza richiedere l&#8217;impiego di un pi\u00f9 un pesante recipiente a pressione. Estratto da NH 96801 U.S. Navy Bathyscaphe Trieste (1958-1963), collezione d&#8217;arte, U.S. Naval History and Heritage Command website. Rilasciato da U.S. Navy Electronics Laboratory, San Diego, California.<br \/>\n<a href=\"https:\/\/commons.wikimedia.org\/wiki\/File:Bathyscaphe_Trieste.jpg\">Bathyscaphe Trieste.jpg &#8211; Wikimedia Commons<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcune delle immagini sono prese dal web, pur rispettando la netiquette, citandone ove possibile gli autori e\/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l&#8217;autore o chiedere di rimuoverle, pu\u00f2 scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell&#8217;articolo<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><a class=\"maxbutton-3 maxbutton maxbutton-pagina-principale\" target=\"_blank\" title=\"tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"http:\/\/www.ocean4future.org\"><span class='mb-text'>PAGINA PRINCIPALE - HOME PAGE<\/span><\/a><strong><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><a class=\"maxbutton-13 maxbutton maxbutton-parte-i\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/09183\"><span class='mb-text'>PARTE I<\/span><\/a> <\/strong><strong><a class=\"maxbutton-14 maxbutton maxbutton-parte-ii\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/09202\"><span class='mb-text'>PARTE II<\/span><\/a> <a class=\"maxbutton-15 maxbutton maxbutton-parte-iii\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/45963\"><span class='mb-text'>PARTE III<\/span><\/a> <\/strong><strong><a class=\"maxbutton-16 maxbutton maxbutton-parte-iv\" href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/45968\"><span class='mb-text'>PARTE IV<\/span><\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 5<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span>. . 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