{"id":115211,"date":"2025-03-07T00:03:00","date_gmt":"2025-03-06T23:03:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/?p=115211"},"modified":"2025-03-07T07:33:11","modified_gmt":"2025-03-07T06:33:11","slug":"la-plastica-in-mare-dalle-latitudini-dei-cavalli-allartico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/115211","title":{"rendered":"La nascita di ecosistemi marini ibridi: gli effetti della plastica in mare dalla latitudine &#8220;dei cavalli&#8221; all&#8217;Artico"},"content":{"rendered":"<span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 6<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span><p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<a class=\"maxbutton-4 maxbutton maxbutton-livello-di-comprensione\" href=\"javascript:void(0);\"><span class='mb-text'>livello elementare<\/span><\/a>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #008000;\"><strong>ARGOMENTO: AMBIENTE<\/strong><\/span><br \/>\n<span style=\"color: #008000;\"><strong>PERIODO: XXI SECOLO<\/strong><\/span><br \/>\n<span style=\"color: #008000;\"><strong>AREA: OCEANO PACIFICO<\/strong><\/span><br \/>\nparole chiave: Plastiche in mare, ambiente marino<\/p>\n<p align=\"justify\">Con questa foto, <strong><span style=\"color: #008000;\">Ryan Stalker<\/span><\/strong>, vincitore del concorso fotografo inglese naturalista dell\u2019anno 2024, ha immortalato uno strano connubio: un pallone che galleggia al largo delle coste del Dorset, Regno Unito al di sotto del quale si \u00e8 insediata una colonia di peduncolata, dei crostacei invasivi originari dei tropici. La palla sicuramente aveva certamente trascorso molto tempo, forse anni, in mare aperto, prima di arrivare in prossimit\u00e0 del Regno Unito.<\/p>\n<p><span style=\"color: #008000;\"><strong><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/Screenshot-2025-03-06-193954.png\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 Screenshot-2025-03-06-193954.png\" width=\"841\" height=\"735\" \/><\/strong><\/span><\/p>\n<p align=\"&quot;justify\"><span style=\"color: #008000;\"><strong>photo credit @ Ryan Stalker, vincitore del concorso fotografo inglese naturalista dell\u2019anno 2024<\/strong><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Un esempio della invasivit\u00e0 delle plastiche nei nostri mari che possono portare a conseguenze molto gravi in molti organismi. Chi lo avrebbe mai detto che in acque lontane come quelle artiche, anche il krill ne sarebbe stato colpito. Come ricorderete, il krill antartico si nutre di fitoplancton, organismi oceanici che assorbono naturalmente la CO<sub>2<\/sub>. Tramite i loro escrementi, che si sedimentano sul fondo dell\u2019oceano, il krill contribuisce a rimuovere e stoccare l\u2019anidride carbonica. <strong><span style=\"color: #008000;\">Recentemente \u00e8 stato scoperto che le nano plastiche influenzano la riproduzione di questo importantissimo nutrimento.<\/span> <\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">Facciamo un passo indietro: la scoperta della <strong><span style=\"color: #008000;\">Great Pacific Garbage Patch<\/span><\/strong>, formatasi a causa della <span style=\"color: #008000;\"><strong>North Pacific Subtropical Gyre<\/strong><\/span>, un sistema circolare di correnti oceaniche e di venti che si estende dalla California al Giappone, fu casuale. Alcuni ricercatori californiani scoprirono questo ammasso di plastiche raccolte da questo gigantesco vortice marino, noto sin dall&#8217;antichit\u00e0. La maggior parte dei detriti risult\u00f2 costituita da plastica, che a causa dell\u2019attrito tra i diversi componenti si scomponeva in pezzi sempre pi\u00f9 piccoli, un accumulo di miliardi di detriti e rifiuti proveniente dai litorali e dalle navi di tutto mondo. Quello che\u00a0 gli scopritori non realizzarono \u00e8 che parti di questi detriti erano destinati ad entrare nella catena alimentare degli organismi marini \u2026 e quindi anche nella nostra.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/PLASTICA-640px-Pacific-garbage-patch-map_2010_noaamdp.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 PLASTICA-640px-Pacific-garbage-patch-map_2010_noaamdp.jpg\" width=\"844\" height=\"537\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\">La North Pacific Subtropical Gyre ha un movimento a spirale in senso orario: il centro di tale vortice \u00e8 una regione dell\u2019Oceano Pacifico, detta <strong><span style=\"color: #008000;\">latitudine dei cavalli<\/span> <\/strong>perch\u00e9, al tempo della navigazione a vela, quando i velieri giungevano nella fascia compresa tra i 3 e gli 11 gradi di latitudine nord, in una fascia dell\u2019equatore compresa tra il tropico e l&#8217;Equatore, entravano in una zona di assenza di vento ovvero di calma equatoriale. I marinai spesso venivano obbligati dal mare calmo e dal poco vento a sostare per diversi giorni, a volte per settimane, per cui dovendo razionare le loro provviste di acqua, le prime vittime erano proprio i cavalli che, avendo bisogno di bere molto, dovevano essere sacrificati e gettati in mare.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/Screenshot-2025-03-06-194056.png\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 Screenshot-2025-03-06-194056.png\" width=\"843\" height=\"474\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\">I marinai per capire se fosse in arrivo un refolo di vento gettavano in mare delle piume di gallina sperando di vederle muoversi in superficie, ma spesso restavano nello stesso punto anche per tre giorni. A volte mettevano a mare le lance per rimorchiare a remi il veliero fuori dalla calma piatta. Con le scorte in esaurimento, gli equipaggi e gli animali disidratati, la scelta era quindi obbligata, ed i cavalli, nonostante costituissero preziosa merce di scambio, morivano e venivano gettati in mare. Dopo la sua occasionale scoperta, i ricercatori incominciarono a studiare questa area ciclonica che raccoglie i rifiuti galleggianti facendoli aggregare fra di loro, dando origine ad una enorme piattaforma di spazzatura che si sviluppa dalla superficie verso il basso come un grande iceberg.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/PLASTIC-GYRO-1024x831.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 PLASTIC-GYRO-1024x831.jpg\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Un ammasso enorme di plastiche<\/span><\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">E&#8217; stato valutato che la Great Pacific Garbage Patch sia composta da oltre 1.800 miliardi di frammenti, con un peso complessivo di circa 80 milioni di chilogrammi. Per dare un\u2019idea, una superficie grande tre volte la Francia. Ma la grande isola di plastica del Pacifico \u00e8 soltanto uno degli ammassi plastici presenti nei mari di tutto il mondo. In particolare, le microplastiche, ovvero quelle particelle plastiche di dimensioni minori di 5 millimetri, costituiscono il 94% dei rifiuti di questa enorme distesa. Insieme a loro parti di dimensioni ancora minori, come le nano plastiche, e maggiori (macro plastiche) che talvolta si intrecciano fra loro creando degli ecosistemi ibridi. Essi sono formati da reti alla deriva, rottami di barche e di container e materiali sfusi, fra di loro collegati da strutture organiche ch eli stanno colonizzando.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ogni anno 11 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, e solo l\u20191% di questa si accumula in queste regioni di materiali plastici galleggianti favorite dalle correnti, non esiste infatti una sola isola di plastica oceanica. Si pensa che gran parte dei rifiuti rimanga entro i 160 km dalla costa, sospinta dai continui movimenti delle correnti finch\u00e9 non si disintegra in pezzi pi\u00f9 piccoli che sono stati rintracciati anche nei ghiacci artici. La fotodegradazione della plastica pu\u00f2 produrre inquinamento da <strong><span style=\"color: #008000;\">PCB (policlorobifenili)<\/span><\/strong>, considerati inquinanti persistenti dalla tossicit\u00e0 in alcuni casi simile a quella della diossina. Inoltre le plastiche, a causa della loro struttura microporosa, possono essere anche dei portatori di inquinanti biologici come virus e batteri.<\/p>\n<p align=\"justify\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/plastica-float.jpg\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 plastica-float.jpg\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\">Questi ammassi, che si ritrovano anche nel Mediterraneo, costituiscono un nuovo tipo di ecosistema dove la plastica funge da supporto a colonizzazioni di diversi tipi di organismi eterotrofi (organismi che si nutrono prelevando sostanze organiche da altri), autotrofi (organismi capaci di fabbricarsi da soli il proprio nutrimento), predatori e simbionti, tra cui diatomee e batteri, alcuni dei quali potrebbero essere in grado di degradare la materia plastica e gli idrocarburi. <strong><span style=\"color: #008000;\">La plastica, a causa della sua superficie idrofobica, presenta una maggior resistenza alla degradazione e si presta quindi ad essere ricoperta da strati di colonie animali e microbiche.<\/span><\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/Screenshot-2025-03-06-194119.png\" alt=\"Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file \u00e8 Screenshot-2025-03-06-194119.png\" width=\"843\" height=\"1003\" \/><\/p>\n<p align=\"justify\">La vita marina si \u00e8 adattata a questa enorme distesa di plastica. Si \u00e8 scoperto che su di essa si \u00e8 formato un nuovo ecosistema, costituito soprattutto da neuston, organismi che vivono appena sopra o sotto la superficie dell\u2019acqua, come insetti marini, invertebrati, crostacei, molluschi, meduse. Questo particolare habitat offre loro vantaggi specifici, come la protezione dai predatori e l\u2019accesso a correnti che possono trasportare nutrimenti. Il 90% dei reperti di plastica dell\u2019isola del Pacifico analizzati ospitano piante marine ed animali, di cui tre quarti di provenienza costiera, che si sono adattati a vivere in mare aperto. Quindi la <strong><span style=\"color: #008000;\">Great Pacific Garbage Patch<\/span><\/strong> non \u00e8 solo un accumulo di immondizia, ma \u00e8 diventato un ecosistema vivente cosa ci invita a riflettere sul nostro impatto ambientale. La lenta biodegradazione dovuta anche all\u2019azione della luce solare crea sottili filamenti caratteristici delle catene di polimeri. Va compreso quindi che questi residui entrano inevitabilmente nella catena alimentare e non sono metabolizzabili dagli organismi .<\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Quali sono le conseguenze di questo disastro ambientale sulla vita in mare?<\/span><\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">Le pi\u00f9 evidenti sono i danni diretti, per ingestione, per soffocamento o per altre curiose interazioni con delfini, tartarughe e altri grandi animali che vengono a contatto con le parti meno appariscenti ma potenzialmente letali di imballaggi ed altro. Purtroppo non esistono metodi efficienti per ripulire gli oceani dalla plastica; ogni iniziativa, anche quella pi\u00f9 lodevole, da risultati trascurabili.\u00a0Il modo migliore per ridurre la Great Pacific Garbage Patch, e gli altri ammassi intorno al mondo, \u00e8 evitare che la plastica entri in mare. Ci\u00f2 significa ridurre il consumo di plastica monouso, come cannucce, bicchieri e sacchetti e riutilizzare o riciclare gli oggetti di plastica. Sono gi\u00e0 disponibili in commercio materiali simil plastica compostabili che possono aiutare a ridurre questo pernicioso impatto. Per quanto concerne quella gi\u00e0 nell&#8217;ambiente si decomporr\u00e0 in migliaia di anni ma non senza conseguenze. Dobbiamo continuare a sensibilizzare ed educare le persone sull\u2019impatto dell\u2019inquinamento da plastica sull\u2019ambiente marino informandole sulle ancora imprevedibili e inevitabili ripercussioni sulla salute umana.<br \/>\n<span style=\"color: #008000;\"><strong>Vincenzo Popio<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/strong><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">in anteprima, a seguito delle ultime ricerche sull&#8217;impatto delle plastiche nei nostri tessuti, sono state riscontrate nano plastiche provenienti dai cibi di cui ci nutriamo e nell&#8217;acqua che beviamo &#8230; la plastica \u00e8 ormai nella nostra dieta &#8211; <strong style=\"color: #008000; font-size: revert;\">@ photo credit andrea mucedola<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><a class=\"maxbutton-3 maxbutton maxbutton-pagina-principale\" target=\"_blank\" title=\"tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"http:\/\/www.ocean4future.org\"><span class='mb-text'>PAGINA PRINCIPALE - HOME PAGE<\/span><\/a><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e\/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l\u2019autore o rimuoverle, pu\u00f2 scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell\u2019articolo<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 6<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span>. . 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D. in Maritime Science e Master in \u201cEnvironmental science and sea pollution research\u201d presso la Pacific Western University di Los Angeles, California, il dottor Popio ha trascorso oltre 32 anni di servizio attivo nella Marina Militare. Ha ricoperto incarichi di Comando a bordo delle unit\u00e0 navali, come Direttore agli Studi presso Istituti di Formazione militare e come rappresentante della Marina presso l\u2019Ufficio del Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa. Lasciato il servizio attivo, il dr. Popio, ha continuato, in campo civile, a fornire il proprio contributo per la salvaguardia dell\u2019ambiente marino e di tutte le sue specie, collaborando in diversi progetti riguardanti l\u2019ambiente, con le Universit\u00e0 di Bari, Lecce, Napoli e con l\u2019Istituto per l\u2019Ambiente Marino Costiero-CNR di Taranto. Numerosi sono gli articoli pubblicati sulla stampa locale sull\u2019inquinamento (aria, mare, suolo) a Taranto, dovuto alla presenza delle industrie pesanti. 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D. in Maritime Science e Master in \u201cEnvironmental science and sea pollution research\u201d presso la Pacific Western University di Los Angeles, California, il dottor Popio ha trascorso oltre 32 anni di servizio attivo nella Marina Militare. Ha ricoperto incarichi di Comando a bordo delle unit\u00e0 navali, come Direttore agli Studi presso Istituti di Formazione militare e come rappresentante della Marina presso l\u2019Ufficio del Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa. Lasciato il servizio attivo, il dr. Popio, ha continuato, in campo civile, a fornire il proprio contributo per la salvaguardia dell\u2019ambiente marino e di tutte le sue specie, collaborando in diversi progetti riguardanti l\u2019ambiente, con le Universit\u00e0 di Bari, Lecce, Napoli e con l\u2019Istituto per l\u2019Ambiente Marino Costiero-CNR di Taranto. Numerosi sono gli articoli pubblicati sulla stampa locale sull\u2019inquinamento (aria, mare, suolo) a Taranto, dovuto alla presenza delle industrie pesanti. 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