{"id":11185,"date":"2019-08-29T00:10:22","date_gmt":"2019-08-28T22:10:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/?p=11185"},"modified":"2025-09-08T11:42:13","modified_gmt":"2025-09-08T09:42:13","slug":"sealab-trionfo-e-tragedia-nella-sfida-per-colonizzare-gli-abissi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/archives\/11185","title":{"rendered":"SEALAB, la sfida per la colonizzazione degli abissi"},"content":{"rendered":"<span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 5<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span><p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<a class=\"maxbutton-4 maxbutton maxbutton-livello-di-comprensione\" href=\"javascript:void(0);\"><span class='mb-text'>livello elementare<\/span><\/a><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">ARGOMENTO: STORIA DELLA SUBACQUEA<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">PERIODO: XX SECOLO<\/span><\/strong><br \/>\n<strong><span style=\"color: #008000;\">AREA: OCEANO\u00a0<\/span><\/strong><br \/>\n<span style=\"font-size: 12pt;\">parole chiave: SEALAB<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/diver-sealab-I.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-11194\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/diver-sealab-I.jpg\" alt=\"diver-sealab-i\" width=\"770\" height=\"611\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">un sommozzatore americano lascia il Sealab I &#8230; un passo verso la conquista degli abissi<\/span> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra la fine degli anni 1950 e negli anni 1960, mentre la NASA cercava di mandare un uomo sulla Luna, un gruppo di talentuosi visionari ipotizz\u00f2 di colonizzare il fondo del mare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il \u201cdeus ex machina\u201d di questo straordinario progetto fu il <strong><span style=\"color: #008000;\">Comandante George Bond<\/span><\/strong>, ufficiale medico della Marina Militare degli Stati Uniti, che pass\u00f2 dalla sua attivit\u00e0 di medico generico per le comunit\u00e0 montane degli Appalachi a quella di pioniere della medicina iperbarica. Abituato ad un approccio molto diretto ai problemi medici legati all&#8217;immersione profonda, Bond non avr\u00e0 timore a testare le sue teorie su se stesso.\u00a0 Il primo ottobre 1959, insieme a <strong><span style=\"color: #008000;\">Cyril Tuckfield<\/span><\/strong>, effettu\u00f2 una risalita di emergenza in apnea dalla profondit\u00e0 di oltre 90 metri, uscendo dal sommergibile <strong><span style=\"color: #008000;\">USS<\/span> <span style=\"color: #008000;\">Archerfish<\/span><\/strong> poggiato sul fondale del Golfo del Messico. Ma il sogno segreto di Bond era di sviluppare basi sottomarine sui fondali della piattaforma oceanica, a profondit\u00e0 dell\u2019ordine di 200-300 metri, dove gli uomini potessero vivere e lavorare per settimane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sua idea viene inizialmente rifiutata dai canali ufficiali della Marina Statunitense ma <strong><span style=\"color: #008000;\">Bond<\/span><\/strong> non si arrese e insieme ad un altro \u201csognatore\u201d, <strong><span style=\"color: #008000;\">Walt Mazzon<\/span><\/strong>e, inizi\u00f2 il progetto \u201c<strong><span style=\"color: #008000;\">Genesis<\/span><\/strong>\u201d inerente immersioni ad alta profondit\u00e0. Esse vennero inizialmente simulate in camera iperbarica, respirando miscele di ossigeno ed elio (Heliox). Lo scopo era di dimostrare che, dopo un certo periodo di permanenza ad una data profondit\u00e0, l\u2019organismo umano si sarebbe totalmente saturato in termini di gas inerte e che la lunghezza della decompressione finale non sarebbe stata pi\u00f9 dipendente dal tempo passato in immersione. Qualora dimostrato, si sarebbe potuto rimanere per giorni, settimane o anche mesi in profondit\u00e0 per poi risalire facendo un\u2019unica decompressione con enormi vantaggi operativi ed economici.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sealabI-crew-.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-11193\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sealabI-crew-.jpg\" alt=\"sealabi-crew\" width=\"760\" height=\"635\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Gli acquanauti del SEALAB I posano con George Bond, 1964. Da destra a sinistra: Bob Barth, George Bond, Lester Anderson, Dr. Robert Thompson, and Sanders \u201cTiger\u201d Manning &#8211; credit USN<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il successo dei test e la concomitante tragica perdita in mare del sommergibile nucleare <strong><span style=\"color: #008000;\">USS Thresher<\/span><\/strong> convinsero la Marina Militare Americana della necessit\u00e0 di sviluppare dei mezzi in grado di operare con subacquei ad alta profondit\u00e0 in operazioni di soccorso e recupero, anche per periodi di tempo molto estesi. Nacque cos\u00ec il programma <strong><span style=\"color: #008000;\">\u201cMan-in-the-sea\u201d,<\/span><\/strong> di fatto concretizzando il sogno di Bond di colonizzare gli abissi con la realizzazione di strutture artificiali sommerse, veri e propri habitat che furono chiamati <strong><span style=\"color: #008000;\">SEALAB<\/span><\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sealab-I.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-11190 alignnone\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sealab-I.jpg\" alt=\"sealab-i\" width=\"656\" height=\"511\" \/><\/a><strong><span style=\"color: #008000;\"><br \/>\n<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo, il <strong><span style=\"color: #008000;\">Sealab<\/span><\/strong> I, venne realizzato \u201criciclando\u201d vari materiali e con un budget molto ridotto, circa duecentomila dollari. L\u2019habitat era costituito da un cilindro orizzontale lungo 12 metri e con un diametro di 2,7 metri. Una sezione ospitava quattro \u201cacquanauti\u201d ed era pressurizzata con una miscela di elio ed ossigeno; vi era poi una sezione tecnica pi\u00f9 piccola contenente la componente elettronica. Essa era per\u00f2 pressurizzata con normale aria viste le incognite di far funzionare apparecchi elettrici in una atmosfera composta dalla ancora poco nota miscela di Heliox.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Una curiosit\u00e0<\/span><\/strong><\/span><br \/>\nPoich\u00e9 nella sezione abitativa non c\u2019era abbastanza ossigeno per consentire la combustione, gli acquanauti si spostavano nella sezione tecnica quando volevano accendersi una sigaretta! Una botola sul fondo consentiva ai subacquei di entrare ed uscire dall&#8217;habitat.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><div class=\"lyte-wrapper fourthree\" style=\"width:420px;max-width:100%;margin:5px;\"><div class=\"lyMe\" id=\"WYL_WTLctPrqC3Q\"><div id=\"lyte_WTLctPrqC3Q\" data-src=\"\/\/i.ytimg.com\/vi\/WTLctPrqC3Q\/hqdefault.jpg\" class=\"pL\"><div class=\"tC\"><div class=\"tT\"><\/div><\/div><div class=\"play\"><\/div><div class=\"ctrl\"><div class=\"Lctrl\"><\/div><div class=\"Rctrl\"><\/div><\/div><\/div><noscript><a href=\"https:\/\/youtu.be\/WTLctPrqC3Q\" rel=\"nofollow\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i.ytimg.com\/vi\/WTLctPrqC3Q\/0.jpg\" alt=\"YouTube video thumbnail\" width=\"420\" height=\"295\" \/><br \/>Guarda questo video su YouTube<\/a><\/noscript><\/div><\/div><div class=\"lL\" style=\"max-width:100%;width:420px;margin:5px;\"><\/div><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Sealab I<\/span><\/strong>, nonostante una serie di inevitabili problemi dovuti all&#8217;assoluta novit\u00e0 del progetto, fu un successo, consentendo ai quattro subacquei di vivere a circa 60 metri di profondit\u00e0 dal 20 luglio al primo agosto 1964 sui fondali delle isole Bermuda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" class=\" wp-image-11191 alignleft\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sealab-II.jpg\" alt=\"sealab-ii\" width=\"691\" height=\"483\" \/><strong><span style=\"color: #008000;\">Sealab II<\/span><\/strong> fu un deciso passo in avanti grazie ad un budget, decisamente pi\u00f9 sostanzioso, di due milioni di dollari; simile nella struttura al suo predecessore questo nuovo habitat era lungo 15 metri con un diametro di 3,6 metri. Al suo interno gli acquanauti avevano a disposizione cuccette, un bagno con doccia ed una cambusa. L\u2019habitat venne posizionato al largo delle coste della California alla profondit\u00e0 di 62 metri, proprio sul margine del canyon subacqueo de La Jolla, a nord di San Diego.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><div class=\"lyte-wrapper fourthree\" style=\"width:420px;max-width:100%;margin:5px;\"><div class=\"lyMe\" id=\"WYL_pxcUOUEURM0\"><div id=\"lyte_pxcUOUEURM0\" data-src=\"\/\/i.ytimg.com\/vi\/pxcUOUEURM0\/hqdefault.jpg\" class=\"pL\"><div class=\"tC\"><div class=\"tT\"><\/div><\/div><div class=\"play\"><\/div><div class=\"ctrl\"><div class=\"Lctrl\"><\/div><div class=\"Rctrl\"><\/div><\/div><\/div><noscript><a href=\"https:\/\/youtu.be\/pxcUOUEURM0\" rel=\"nofollow\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i.ytimg.com\/vi\/pxcUOUEURM0\/0.jpg\" alt=\"YouTube video thumbnail\" width=\"420\" height=\"295\" \/><br \/>Guarda questo video su YouTube<\/a><\/noscript><\/div><\/div><div class=\"lL\" style=\"max-width:100%;width:420px;margin:5px;\"><\/div><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ventotto subacquei, divisi in tre gruppi, vissero sul fondo in turni di 15 giorni per un totale di 45 giorni dal 28 agosto al 12 ottobre 1965. Uno degli acquanauti, l\u2019astronauta <strong><span style=\"color: #008000;\">John Carpenter<\/span><\/strong>, rimarr\u00e0 sul fondo per 30 giorni consecutivamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019ambiente fu molto pi\u00f9 impegnativo di quello delle Bermuda: con un fondale fangoso, ridotta visibilit\u00e0, ed una temperatura dell&#8217;acqua attorno ai 10 <sup>o<\/sup>C. Inoltrecon una presenza di squali e velenosi pesci scorpione che sembravano infestare la zona. I subacquei effettuarono una serie di test sia fisici che psicologici per verificare l\u2019impatto di vivere sul fondo sulle performance umane. Come in Sealab I, l\u2019atmosfera interna era composta da elio ed ossigeno; l\u2019alta percentuale di elio causava una forte distorsione nella trasmissione del suono, rendendo difficile capirsi ed aumentando la sensazione di freddo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Arriviamo ora al <strong><span style=\"color: #008000;\">Sealab III<\/span><\/strong>, programmato per gli inizi del 1969. Il progetto fu ancora pi\u00f9 ambizioso e pot\u00e8 godere di un budget di dieci milioni di dollari per sessanta tra acquanauti e subacquei di supporto. Il nuovo progetto aveva l\u2019obiettivo di rimanere sul fondo per due mesi alla profondit\u00e0 di 186 metri vicino le coste dell\u2019isola di San Clemente in California.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-11192\" src=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sealab-III.jpeg\" alt=\"sealab-iii\" width=\"670\" height=\"526\" srcset=\"https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sealab-III.jpeg 670w, https:\/\/www.ocean4future.org\/savetheocean\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sealab-III-300x236.jpeg 300w\" sizes=\"(max-width: 670px) 100vw, 670px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I subacquei usarono il Mark IX, un\u2019evoluzione del Mark VI usato nelle precedenti operazioni; si trattava di rebreather semi-chiuso ad Heliox. Entrambi i modelli erano complessi da gestire e richiesero estrema sensibilit\u00e0 da parte dei subacquei per identificare in tempo utile ogni anomalia. \u00a0La sera del 15 febbraio 1969 l\u2019habitat fu calato sul fondo; cinque acquanauti si immersero usando una campana iperbarica per poi trasferirsi\u00a0 verso il portello d\u2019ingresso della struttura. \u00a0Una serie di problemi ritardarono le operazioni e quando finalmente i subacquei raggiunsero l\u2019habitat erano stanchi ed infreddoliti; nonostante strenui tentativi il portello non si apr\u00ec e la missione venne cancellata. Dopo lunghe discussioni si decise di rimandare i subacquei sul fondo per un altro tentativo alle cinque di mattina di luned\u00ec 17 febbraio. Due acquanauti, <strong><span style=\"color: #008000;\">Bob Barth e Berry Cannon<\/span><\/strong>, lasciarono la campana per raggiungere l\u2019habitat. Per resistere meglio al freddo i due indossarono una muta sperimentale a circolazione d\u2019acqua calda collegata alla campana con un ombelicale; la muta purtroppo non funzion\u00f2 correttamente e fu pi\u00f9 un ingombro che un aiuto. Mentre Barth cercava di aprire il portello perse il contatto con Cannon. Improvvisamente sent\u00ec uno strano suono, si gir\u00f2 per cercare il suo compagno e lo vide in lontananza in preda a convulsioni. Nonostante Cannon venne recuperato ormai fu troppo tardi; non rimase che il mesto ritorno in superficie dei superstiti e del corpo di Cannon. Un\u2019inchiesta identificher\u00e0 la causa del decesso come intossicazione da CO<sub>2<\/sub> dovuta all&#8217;assenza in uno dei rebreather dell\u2019assorbente. Dubbi rimangono ancora oggi sull&#8217;esatta causa e dinamica dell\u2019incidente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <strong><span style=\"color: #008000;\">progetto SEALAB<\/span> <\/strong>termin\u00f2 su questa triste nota ma la sua eredit\u00e0 scientifica fu enorme avendo, di fatto, aperto la strada a quelle che oggi definiamo <strong><span style=\"color: #008000;\">immersioni in saturazione,<\/span><\/strong>\u00a0largamente usate dall&#8217;industria petrolifera offshore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #008000;\">Giorgio Caramanna\u00a0<\/span><\/strong><\/p>\n<p>immagini credit USN<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 12pt;\">Alcune delle immagini possono essere state prese dal web, pur rispettando la netiquette, citandone ove possibile gli autori e\/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l\u2019autore o rimuoverle, pu\u00f2 scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell\u2019articolo<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a class=\"maxbutton-3 maxbutton maxbutton-pagina-principale\" target=\"_blank\" title=\"tooltip\" rel=\"nofollow noopener\" href=\"http:\/\/www.ocean4future.org\"><span class='mb-text'>PAGINA PRINCIPALE<\/span><\/a><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 5<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span>. . 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