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I palombari della Regia Marina e le procedure d’immersione nella seconda metà dell’Ottocento – parte I

tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA DELLA SUBACQUEA
PERIODO: DALLE ORIGINI AL XIX SECOLO
AREA: PALOMBARI
parole chiave: palombari, scafandri, tecniche, metodologia

 

Dalle campane ai primi scafandri
Molti di voi hanno sentito parlare delle campane subacquee,  camere a tenuta stagna sostenute da un cavo, provviste di un’apertura sul fondo, che venivano calate sott’acqua come base di appoggio per un gruppo di subacquei. Vennero descritte per la prima volta in antichità da Aristotele nella sua opera “Problemi“, nel IV secolo a.C.. La prima campana subacquea moderna risale al 1535 e si deve a Guglielmo da Lorena, all’ingegnere Francesco De Marchi e dell’architetto Leonardo Bufalini. Fu proprio il De Marchi, eclettico personaggio del tempo che nel 1535 effettuo un’impresa straordinaria per i suoi tempi: l’immersione, nel lago di Nemi alla ricerca delle enormi navi dell’Imperatore Caligola effettivamente presenti nelle acque del lago. nel tempo furono utilizzate per uso commerciale  dai pescatori di spugne e per il recupero di alcuni dei cannoni della nave svedese Vasa, a seguito del suo affondamento nel suo primo viaggio. I tempi di permanenza erano ovviamente limitati e solo nel 1690, Edmund Halley sviluppò una campana completa di una finestra per l’esplorazione subacquea. Nella sua campana l’aria era portata da un tubo collegato alla superficie. Oggi il nostro storico Fabio Vitale ci racconta il fantastico viaggio dell’esplorazione subacquea, dalle campane subacquee ai primi scafandri. 

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Il primo diving helmet di Edmond Halley, tardo XVII secolo – HDS

Nei primi anni dalla sua invenzione, l’uso dello scafandro era praticato in totale assenza di conoscenze circa le conseguenze dovute all’esposizione del corpo umano agli effetti della pressione. Ben prima delle apparecchiature da palombaro erano usate per i lavori subacquei le campane. Questi marchingegni altro non erano che una sorta di bicchiere capovolto portato sott’acqua. L’aria intrappolata nella campana (apparecchiatura sperimentata a partire dalla seconda metà del Cinquecento) permetteva ad un uomo di calarsi nelle profondità fino a toccare il fondale per brevi operazioni volte per lo più al recupero di oggetti.

FIGURA A

Fig. A – la Campana di Charles Spalding 1775 HDS 

Nel 1775 troviamo la Campana di Charles Spalding, dal nome del suo realizzatore, un droghiere scozzese di Edimburgo la cui storia ben rappresenta quel periodo pionieristico. Ebbe il grande merito di migliorare una campana già esistente, quella di Halley, risolvendo il problema della manovrabilità. All’epoca non era facile spostare dalla superficie queste campane e Spalding ideò un sistema di zavorre che, attraverso delle carrucole, permetteva agli occupanti della campana di farla salire o scendere. Ebbe un notevole successo ma pagò caro il rischio di questa nuova attività intrapresa. Infatti, nel 1783, durante alcune immersioni su un relitto nella Baia di Dublino, Charles Spalding e suo figlio morirono per avvelenamento da anidride carbonica. In epoca più tarda (nella seconda metà dell’Ottocento) saranno introdotti i cassoni, che permetteranno a intere squadre di operai di lavorare sul fondale in un ambiente asciutto perché privato dell’acqua attraverso l’immissione di aria compressa. Si poterono così compiere grandiosi lavori di scavo e costruzioni di fondamenta per ponti, moli, strutture portuali, ecc. In entrambi i casi, gli uomini erano esposti agli effetti della pressione. Normalmente le profondità non erano particolarmente elevate ma comunque capitava di superare i dieci metri di profondità, magari con tempi di esposizione alla pressione anche abbastanza lunghi. Una volta in superficie poteva accadere che il malcapitato fosse colto da un attacco di embolia (anche mortale). In questi casi il referto parlava spesso di “colpo apoplettico” essendo appunto del tutto sconosciuti gli effetti della respirazione dell’aria a pressioni maggiori di quella atmosferica. Fu la stessa identica cosa anche per i primi palombari che non avevano la minima idea di come l’attività di immersione potesse comportare una qualche modificazione all’interno del proprio corpo. L’uomo sott’acqua era uguale all’uomo sulla terra, tutto quello che poteva accadere era visto come un problema meccanico: gli incidenti erano la conseguenza dello sforzo richiesto dall’attività subacquea a un fisico non adatto o l’accidente in questione era nel destino o nei problemi relativi all’inquinamento dell’aria respirata.

FIGURA B

Fig. B – Incisione raffigurante un palombaro al lavoro in carena. Era questa la situazione più pericolosa per incorrere nel “colpo di ventosa”, incidente spesso fatale per il palombaro.

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E’ da qui che nasce il proverbiale coraggio di questa particolare categoria di marinai e che l’immaginario collettivo ha sempre considerato come uomini molto speciali. In effetti, ci voleva molto coraggio per mettersi dentro uno scafandro e affrontare non solo il buio, il freddo, la fatica, il pericolo dell’annegamento o dell’asfissia ma anche misteriosi malesseri cui ogni tanto qualche palombaro soggiaceva. Il coraggio di affrontare l’ignoto richiede sicuramente doti particolari. In seno alla Marina, nei primissimi anni, c’era comunque una certa salvaguardia dovuta al prevalente utilizzo dei palombari all’interno dei bacini portuali e che portava ad effettuare immersioni in profondità relativamente limitate.
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Le prime procedure di immersione
Con l’avanzare delle scoperte scientifiche del fisiologo francese Paul Bert, divulgate in un suo lavoro del 1878, si cominciarono ad adottare delle procedure d’immersione che, se rispettate, avrebbero dovuto evitare qualunque problema dovuto alla eliminazione dell’azoto in fase di risalita. E’ molto interessante, soprattutto per gli odierni subacquei, dare un’occhiata alla procedura adoperata tra i palombari della Regia Marina Italiana fino ai primi anni del Novecento ed estratta dall’analisi dei manuali e di altre pubblicazioni dell’epoca:

OPERAZIONI PER LE IMMERSIONI METODO ADOTTATO
Discesa a fondo del palombaro Con velocità uniforme percorrendo due metri della profondità da raggiungere in un minuto primo
Venuta a galla del palombaro Con velocità uniforme impiegando un minuto primo per ogni metro della profondità raggiunta qualunque essa sia stata
Tempo di permanenza del palombaro sott’acqua, in rapporto alla profondità raggiunta Nessuna norma
Quantità di aria da fornirsi dalla pompa per il palombaro Nessuna norma speciale, solo un generico richiamo al fatto che alla pompa ci debbano essere due serventi
Genere di pompe da usarsi nelle immersioni Tipo Rouquayrol-Denayrouze del sistema Giffard
Numero dei cilindri di pompe da mettersi in opera alle singole e varie profondità Nessuna norma speciale
Numero degli uomini ai volani Nessuna norma speciale, solo la generica istruzione che i due serventi alla pompa non lasciano mai di pompare, tranne al comando espresso della guida.
Numero dei giri delle pompe al minuto primo Nessuna norma
Profondità raggiunta dai palombari In media fino a metri trenta
Soccorsi ai palombari Previsti solo i soccorsi in casi di asfissia e annegamento del palombaro, non si fa alcun cenno all’embolia gassosa.


fine I parte – continua

Fabio Vitale

immagini HDS 

in anteprima campana impiegata per il recupero di oggetti dal Vasa – museo di Stoccolma – autore Dmitry G. – EU-SE-Stockholm-Djurgården-Vasa Museum-Cauldron.JPG – Wikimedia Commons

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Alberto M. Persico
Ospite
24/04/2018 9:36

Grande Fabio, sono orgoglioso di conoscerti. Complimenti per la tua abnegazione nella ricerca, di certo non agevole, di documentazione e testimonianze così antiche.

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