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Tunisia, l’inverno arabo

tempo di lettura: 8 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDITERRANEO
parole chiave: Tunisia

 

Oggi Lanzara analizza un Paese africano molto vicino a noi, sia per motivi geografici che storici, la Tunisia. Come è noto è stato oggetto di colloqui recenti del nostro Governo, conscio della grave difficoltà interna di questo Paese legata a problemi profondi e irrisolti. Una situazione dall’altra parte del grande lago mediterraneo dove, nel bene e nel mare, tutto si riverbera sulle sponde limitrofe. I rischi di instabilità sono molti, partendo da una pericolosa escalation terroristica di tipo Jihadista che potrebbe destabilizzare un Paese che stenta a diventare democratico. Da parte nostra si potrebbero avere delle interruzioni ai flussi dei gasdotti ed un aumento della migrazione illegale verso il nostro Paese, situazioni che non potremmo permetterci.  Buona e attenta lettura. 

il Presidente Kais Saied, il 25 luglio 2021, in risposta alle manifestazioni riguardanti le disfunzioni e la corruzione del governo, incapace di porre in essere le misure necessarie per l’aumento dei casi di COVID-19, sospese il Parlamento, destituendo il primo ministro e revocando l’immunità dei suoi membri. Per arginare il malcontento popolare, nel settembre 2021, Kais Saied dichiarò che avrebbe nominato un comitato per aiutare a redigere nuovi emendamenti costituzionali, nominando Najla Bouden nuovo primo ministro e incaricandola di formare un gabinetto, che di fatto prestò giuramento l’11 ottobre 2021. La situazione in Tunisia è però di fatto in caduta libera. Nella speranza di un finanziamento internazionale, per salvare l’economia in piena recessione, nel febbraio 2022, sono stati intrapresi dei negoziati preliminari tra la Tunisia e il Fondo monetario internazionale. Recentemente, nell’aprile 2023, il governo tunisino ha deciso di chiudere la sede del partito islamico Ennahda arrestandone il leader politico Rached Ghannouchi.

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Demonstration for standing with Palestine in Tunisia Tunis Kassba square – Autore  Brahim File:Protest for palestine Tunis Kassba 17-05-2021 By Brahim Guedich-3639.jpg – Wikimedia Commons

Una Primavera retrograda che ci riporta in un inverno freddo e ostile alle porte di casa
Dall’esordio delle Primavere arabe, la Tunisia ha assunto un ruolo significativo in funzione della ricerca del consenso tra forze islamiste e componenti laiche, consistente inizialmente in un dialogo capace di evitare le spirali che, in altri Paesi, avevano condotto a conflitti civili o a dittature militari. Da qui la formazione di governi di coalizione che si speravano capaci di bilanciare e soddisfare le istanze delle varie parti sociali; una costituzione approvata quasi all’unanimità, e le estese coalizioni politiche che fino al 2019 hanno tentato di governare il Paese, hanno tuttavia ingenerato il dubbio che un consenso politico sovradimensionato costituisca una anomalia.

È stata probabilmente la continua ricerca del consenso che ha indotto a tralasciare le problematiche connesse alla giustizia, alla revisione del settore della sicurezza, alle riforme economiche strutturali ed istituzionali. Di fatto, la costante presenza di governi di unità nazionale ha comportato l’assenza di un’opposizione efficace, cooptata nella maggioranza, secondo un paradigma che ha mantenuto desta la disillusione sociale nei confronti di una difficile democratizzazione. L’aumento dell’inflazione, la crescita di deficit e debito pubblico, l’alto livello di disoccupazione ed il calo del PIL, hanno contribuito alla perdita di fiducia nei confronti del governo democratico. I partiti sono dunque rimasti deboli, espressioni di un’attività politica incapace di consolidare il rapporto con l’elettorato. Anche Ennahda, formazione dominatrice nel periodo post rivoluzionario, non è riuscita ad imporsi con governi solidi in grado di attuare le riforme necessarie.

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il pericolo dell’integralismo … Post-revolution Tunisia includes a new political presence for Islamists – Autore magharebia – Fonte https://www.flickr.com/photos/magharebia/5908891500/LLa Tunisie à la croisée des chemins (5908891500).jpg – Wikimedia Commons

Secondo Yussef Cherif, analista tunisino, la democrazia si è trasformata in sinonimo del collasso dello stato. Di fatto, i governi del consenso hanno rinviato sine die la soluzione delle tensioni laico-islamiste, cosa che ha determinato l’ascesa di nuove formazioni. Paradossalmente, il consenso ha reso difficile la formazione di esecutivi validi, la cui carenza è divenuta espressione di una debolezza istituzionale profonda, collegata alle difficoltà di esprimere e guidare dialetticamente una reale opposizione. Il ritorno all’autoritarismo è dunque il risultato di un processo durato anni, culminato con l’elezione, nel 2019, del populista Kais Saied, che ha attuato una graduale e costante eliminazione delle libertà ottenute dopo la Primavera araba.

A suo tempo, anche il Partito Libero Destouriano, laico ed ispirato a Bourghiba, ha chiesto che Ennahda fosse incluso, con la sua dirigenza, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Non è un caso che le consultazioni elettorali tunisine siano state ultimamente caratterizzate da astensionismi marcati, come è indicativo il fatto che la coalizione di opposizione al presidente Saied, il così detto Fronte della Salvezza che include il movimento islamista Ennahda, non sia riuscita nell’intento di riaprire i giochi malgrado si trattasse, nel dicembre scorso, delle prime elezioni legislative da quando il parlamento è stato sospeso.

Visto che i nuovi regolamenti accantonano i partiti, gran parte delle formazioni politiche, ritiratesi in una sorta di Aventino, hanno boicottato le elezioni qualificando l’operato di Saied come un colpo di stato. Ed è in questo contesto che si inquadra l’arresto di Rached Ghannouchi, su cui si dovrà esprimere la magistratura, leader di Ennahda; un provvedimento che definisce ancor più marcatamente la svolta presidenzialista di Saied, legittimata dalla nuova Costituzione, che annulla definitivamente qualsiasi forma di opposizione, cosa che rende ancora più instabile il Paese. Sullo sfondo, la drammatica trattativa in corso con il FMI per ottenere quasi due miliardi di dollari di aiuti; una trattativa comunque resa più aspra dalle dichiarazioni dello stesso Saied, che ha apertamente parlato di diktat esteri, negando di fatto le riforme richieste, ovvero la riduzione dei sussidi energetici e alimentari, la ristrutturazione delle aziende pubbliche e la riduzione della massa salariale pubblica, quali garanzie e condizioni per ottenere il prestito.

Secondo radio Mosaique Fm, Ghannouchi sarà interrogato in merito ad un video in cui, insieme ad alcuni membri del Fronte di Salvezza, paventava un conflitto interno determinato dall’assenza di Ennahda e di un islam politico, perché “ogni tentativo di eliminare una delle componenti politiche non può che portare alla guerra civile”, dichiarazioni che hanno scatenato reazioni tali da persuadere la magistratura ad agire, sulla base della legge antifake news, che prevede detenzioni fino a cinque anni per chi diffonde notizie mendaci allo scopo di “minare … l’ordine pubblico, la difesa nazionale o seminare il panico tra la popolazione”. Ghannouchi da tempo era oggetto di inchieste iniziate dopo la presa di potere di Saied; più volte inquisito per sospetti finanziamenti illeciti a favore di Ennahda e per aver agevolato l’invio di jihadisti tunisini in Siria, Libia e Iraq. Di fatto l’82enne leader è finora sempre uscito indenne dalle tempeste giudiziarie, impresa invece non riuscita ad Ali Laarayed, numero due del partito islamico e ad altri numerosi dirigenti.

Di fatto, passate le Primavere, si potrebbe dire che sia arrivato l’inverno arabo, visto che proprio la Tunisia era il paese che sembrava offrire le migliori chance di democratizzazione. Ma lo abbiamo detto: non tutto ha funzionato secondo gli auspici, specialmente ora che il conflitto ucraino si è riverberato fin sulle sponde settentrionali africane, e il Sudan, dimenticato Abramo e i suoi accordi, ha ripreso in queste ore la strada della guerra civile, avendo sullo sfondo il riavvicinamento diplomatico tra Iran e Arabia Saudita.

Gli USA, a lungo riluttanti ad esercitare pressioni dirette su Saied, hanno probabilmente percepito la stanchezza di una società in piena ripulsa per le lotte interne di potere e per l’inconsistenza di un Parlamento incapace di risolvere i problemi economici, pur cominciando ad esercitare pressioni perché gli aiuti finanziari non agevolino un regime sempre più chiuso e rigido. Sarebbe dunque opportuno interrompere il processo di consolidamento del potere, ma le alternative in sostituzione non sembrano essere né molte né immediatamente efficaci. In ogni caso il segretario di Stato americano Blinken ha chiarito che nessun aiuto americano sarà ripristinato a meno che Saied non torni sui suoi passi, confidando per questo anche sul sostegno politico europeo.

Il piano di spesa USA per la Tunisia per il 2024 prevede 68,3 milioni di dollari rispetto ai 106 milioni richiesti per il 2023. Tuttavia, se da un lato non si può non rimarcare la condanna espressa a seguito delle dichiarazioni xenofobe rilasciate dal presidente in merito alla presunta cospirazione da parte dei migranti sub sahariani intenzionati, a suo dire, a modificare la demografia tunisina, dall’altro non si può nemmeno dimenticare l’importanza attribuita dagli USA all’esercito tunisino sia nel suo contrasto al fondamentalismo islamico, in un momento in cui intelligence e Pentagono cercano di contenere l’espansione della Wagner in Africa, sia nell’attribuirgli una preziosa ed imparziale apoliticità.

Nel complesso, sarebbe auspicabile che gli USA riuscissero ad adottare una politica ponderata e capace di contestualizzazione, senza cioè prendere decisioni avventate e capaci di aprire ulteriori fronti in un’area giù di per sé instabile. Oltre alle negoziazioni con il FMI, sarebbe auspicabile integrare l’azione finanziaria con decise iniziative politiche che riconducano quanto meno ad una parvenza democratica; gli USA ed i paesi europei, in quanto azionisti FMI, possono costringere i funzionari del fondo a mettere in pausa i colloqui, tenuto conto che, con l’economia in caduta libera, la Tunisia ha un bisogno disperato dei suoi partner occidentali, malgrado gli ammiccamenti al BRICS che, al di là delle benevole espressioni di facciata, molto difficilmente farebbe sedere al suo tavolo un giocatore così insolvente e così bisognoso di Ovest; Algeria ed Egitto, da tempo desiderosi di accedere a possibilità finanziarie non occidentali, sono ancora in attesa di ritirare le loro fiches.

Proporsi per un’altra partita così articolata e complessa verso i BRICS sembra dunque rivelarsi solo un tentativo di pressare i controllori dei cordoni della borsa, tanto più che l’ufficialità della richiesta non sembra nemmeno essere così chiara e confermabile; il fatto che l’ambasciatore cinese abbia annunciato che Pechino sostiene i negoziati FMI della Tunisia, come del resto Arabia Saudita ed EAU, dovrebbe far riflettere.

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un’alba o un tramonto? Una speranza … photo credit @andrea mucedola

Ci possiamo domandare se, in un gioco politico così esteso e complesso, Ghannouchi, che si è sempre dichiarato innocente, sia politicamente del tutto privo di responsabilità prima dell’ascesa al potere di Saied, a cui sicuramente si deve addebitare un’azione accentratrice senza precedenti. In proposito è utile risalire al 2013, all’assassinio di Chokri Belaid, leader di sinistra, ostile alla Fratellanza Musulmana, ed alle conseguenti implicazioni che hanno coinvolto Ennahda. Il timore di un collasso economico irreversibile ha scosso anche diversi leader UE, timorosi che si possa generare un ulteriore flusso incontrollato di migranti; non a caso il ministro degli esteri Tajani ha promesso che l’Italia collaborerà con il FMI in previsione di più significativi ed auspicabili investimenti

In sintesi, non si può giustificare alcuna involuzione politica di stampo autoritario, anche peraltro alla luce delle conseguenze di cui già ora è foriera, sia all’interno del Paese sia verso il contesto internazionale; non c’è però dubbio che le radici del dissesto istituzionale affondino nel tempo e nell’incapacità di offrire soluzioni e proposte da parte delle espressioni politiche di volta in volta sul proscenio. Se l’autocrazia di un professore di diritto, basata sulla retorica anticolonialista, non può essere una risposta, nel tempo non lo è stata nemmeno la politica post Primavere adottata dai partiti in auge. Lo stato di estremo bisogno sociale, uno stato di default economico imminente, uno stato di invocata necessità istituzionale, accompagnati dalla delusione popolare verso la politica, possono condurre ad un equilibrio proprio del periodo caratterizzato dalla presidenza di Ben Alì. L’arresto di Ghannouchi può essere solo una delle ultime tappe di un iter politico drammatico, ancora una volta fin troppo vicino, dopo quello libico, alle nostre coste.

 Gino Lanzara

articolo pubblicato originariamente su DIFESAONLINE

 

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