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Un viaggio all’isola di Pasqua con un testimone straordinario, il capitano James Cook

tempo di lettura: 11 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XVIII SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Isola di Pasqua, James Cook

 

Era il mattino della Pasqua 1722, il 5 aprile, quando l’esploratore olandese Jacob Roggeveen, navigando nell’Oceano Pacifico meridionale a circa 2.300 miglia dalla costa occidentale del Cile e 2.500 miglia a est di Tahiti scoprì quell’isola sperduta che fu battezzata Paaseiland, isola di Pasqua.

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Jacob Roggeveen (1 febbraio 1659 – 31 gennaio 1729) era un esploratore olandese inviato alla ricerca della Terra Australis, che si imbatté nell’Isola di Pasqua. Jacob Roggeveen nelle sue esplorazioni scoprì anche Bora Bora (Vava’u) e Maupiti nelle Isole della Società, Samoa – mappa del suo viaggio – autore della mappa Carl F. Behrens File:Roggeveen voyage.jpg – Wikimedia Commons

Pochi anni dopo, nel 1769, una spedizione inviata dal viceré spagnolo del Perù, al comando dell’esploratore Felipe González de Ahedo, visitò Rapa Nui e trascorse quattro giorni sull’isola incontrando i nativi, da lui stimati in circa 3.000 persone che presentavano caratteri simili ai popoli di quella grande regione che sarebbe stata poi chiamata da Cook Polinesia.

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tavola in legno con antiche incisioni in rongorongo. La scrittura non è stata decifrata completamente e per molti decenni è rimasta incompresa. Grazie agli studi condotti dal tedesco Thomas Barthel e alla scoperta di una tavoletta che riportava un calendario lunare (oggi conservata nell’archivio dei SS Cuori a Grottaferrata (Roma), la cosiddetta tavoletta Mamari, è stato possibile decifrare parzialmente alcuni simboli. In tutto il mondo esistono 26 tavolette scritte in Rongorongo, delle quali solo una minima parte è stata tradotta – da Bettocchi (2008) Antigua escritura rongorongo de la Isla de Pascua: Los prestigiosos objetos del Museo Nacional de Historia Natural de Santiago de Chile – immagine adattata alla pagina – Rongorongo Staff 8-11.png – Wikimedia Commons

Naturalmente De Ahedo rivendicò l’isola per la Spagna su un documento su cui gli isolani scrissero qualcosa in rongorongo, l’ormai indecifrabile scrittura di Rapa Nui.

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James Cook (Marton, 27 ottobre 1728 – Kealakekua, 14 febbraio 1779) fu un grande esploratore, navigatore britannico il cui apporto alla cartografia marittima fu fondamentale per le esplorazioni successive.  Dopo aver cartografato per primo l’isola di Terranova, effettuò tre viaggi nell’Oceano Pacifico nel corso dei quali realizzò il primo contatto europeo con le coste dell’Australia e le Hawaii, oltre alla prima circumnavigazione ufficiale della Nuova Zelanda. I suoi diari sono ancora oggi dei preziosi documenti su un mondo ormai perduto … con lui visitiamo oggi l’isola di Pasqua. immagine – ritratto del Captain James Cook, di Sir Nathaniel Dance-Holland, c. 1775, National Maritime Museum, Greenwich Captainjamescookportrait.jpg – Wikimedia Commons

L’11 marzo 1774, il capitano James Cook arrivò in prossimità dell’isola di Pasqua. Nel suo diario [1] Cook da una colorita descrizione dei primi contatti: “Essendoci ancorati troppo vicino al bordo di un argine, una fresca brezza da terra, verso le tre del mattino successivo, ci fece allontanare da esso; … fu quindi levata l’ancora e fatta vela per riguadagnare la sponda. Mentre la nave faceva rotta, sono sceso a terra, accompagnato da alcuni gentiluomini, per vedere cosa poteva offrirci l’isola. Sbarcammo sulla spiaggia sabbiosa, dove erano radunate alcune centinaia di indigeni, e che erano così impazienti di vederci, che molti di loro si avvicinarono a nuoto per incontrare le barche. Nessuno di loro aveva in mano nemmeno un bastone o un’arma di alcun genere. Dopo aver distribuito tra loro alcuni ninnoli, abbiamo fatto segno di qualcosa da mangiare, sul quale hanno fatto cadere alcune patate, platani e canne da zucchero che abbiamo scambiato con chiodi, specchi e pezzi di stoffa. Ben presto scoprimmo che erano ladri esperti e imbroglioni nei loro scambi, come qualsiasi altra persona che avessimo mai incontrato. Con qualche difficoltà riuscimmo a tenere i cappelli in testa; ma difficilmente è possibile tenere qualcosa nelle nostre tasche, nemmeno quello che loro stessi ci avevano venduto; poiché cercavano ogni occasione per strapparcelo, così che a volte abbiamo comprato la stessa cosa due o tre volte, e dopotutto non l’abbiamo ottenuta.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Routledge-The_Mystery_of_Easter_Island-1920-wikipedia-free-english-1024x733.png

Mappa politica dell’isola di Pasqua che mostra la distribuzione dei diversi clan sull’isola – autore Katherine Routledge (1866–1935) – fonte Katherine Routledge-The_Mystery_of_Easter_Island-1920-txt.pdf
Routledge-The Mystery of Easter Island-1920 Seite 336 retusche.png – Wikimedia Commons


Prima di salpare dall’Inghilterra, fui informato che una nave spagnola aveva visitato quest’isola nel 1769. Se ne videro alcuni segni tra la gente che ora ci circondava; un uomo aveva un bel cappello europeo a tesa larga, un altro aveva una giacca greco (un giaccone con cappuccio) e un altro un fazzoletto di seta rossa. Sembrava anche che conoscessero l’uso di un moschetto e ne avessero molta soggezione; ma questo probabilmente lo avevano appreso da Roggeween, il quale, se dobbiamo credere agli autori di quel viaggio, ha lasciato loro sufficienti testimonianze.
” … descrive quindi il paesaggio: “Vicino al luogo dove atterrammo, erano alcune di quelle statue prima menzionate, che in altro luogo descriverò. Il paese appariva arido e senza bosco; c’erano, tuttavia, diverse piantagioni di patate, platani e canne da zucchero; abbiamo anche visto alcuni uccelli e abbiamo trovato un pozzo di acqua salmastra.” Il problema della mancanza di sufficiente acqua dolce già segnalato da Davies, verrà sottolineato da Cook che sconsiglierà se non per emergenza la sosta all’isola. 

Nel Capitolo VIII, Cook descrive l’isola, la situazione sociale e gli abitanti con i loro usi e costumi: “Darò ora qualche ulteriore resoconto di quest’isola, che è senza dubbio la stessa che l’ammiraglio Roggeveen toccò nell’aprile 1722; anche se la descrizione che ne danno gli autori di quel viaggio non è affatto d’accordo con essa ora. Potrebbe anche essere lo stesso che fu visto dal Capitano Davis nel 1686; poiché, visto da est, risponde molto bene alla descrizione di Wafer, come ho già osservato. Insomma, se questa non è la terra, la sua scoperta non può trovarsi lontano dalla costa dell’America, poiché questa latitudine è stata ben esplorata dal meridiano di 80 a 110. “ … “Nessuna nazione ha bisogno di contendere l’onore della scoperta di quest’isola, poiché ci possono essere pochi posti che offrono meno comodità per la navigazione di quanto non faccia. Qui non c’è un ancoraggio sicuro, né legna da ardere, né acqua dolce che valga la pena di imbarcare. La natura è stata estremamente generosa con i suoi favori in questo luogo. Poiché ogni cosa deve essere coltivata a forza di lavoro, non si può supporre che gli abitanti piantino molto più di quanto sia sufficiente per se stessi; e poiché sono pochi di numero, non possono avere molto da risparmiare per soddisfare i bisogni degli stranieri in visita. I prodotti sono patate dolci, patate dolci, radice di tara o vortice, piantaggine e canne da zucchero, tutto abbastanza buono, specialmente le patate, che sono le migliori del genere che io abbia mai assaggiato. Hanno anche delle zucche, ma così poche che un guscio di noce di cocco era la cosa più preziosa che potessimo dar loro. Hanno pochi polli addomesticati, come galli e galline, piccoli ma ben gustati. Hanno anche topi, che pare mangino; poiché vidi un uomo con alcuni in mano, e sembrava che non volesse separarsene, facendomi capire che erano per cibo. Di uccelli terrestri non ce n’era quasi nessuno, e di uccelli marini solo pochi …”. “La costa sembrava non abbondare di pesci, almeno non riuscivamo a prenderne nessuno con l’amo e la lenza, e tra gli indigeni si vedeva ben poco.”

Cook, nel 1774, la descriveva così:“ Questo è il prodotto dell’Isola di Pasqua, o Terra di Davis, che si trova alla latitudine 27° 5′ 30″ S., alla longitudine 109° 46′ 20″ O” … “Al largo dell’estremità sud, ci sono due isolotti rocciosi, che si trovano vicino alla riva. Le punte nord ed est dell’isola sorgono direttamente dal mare ad un’altezza considerevole; tra loro e la S.E. di lato, la costa forma una baia aperta, in cui credo si siano ancorati gli olandesi. Abbiamo ancorato, come è già stato detto, sul lato ovest dell’isola, tre miglia a nord della punta sud, con la spiaggia sabbiosa che porta S.E-S. Questa è una rotta molto buona con venti orientali, ma pericolosa con venti occidentali; come l’altro sul lato di S.E. deve essere con venti orientali.” 

Curiosamente Cook trova la popolazione in un numero decisamente minore di quello stimato dai suoi predecessori (da 3000 a circa 700 anime): “Gli abitanti di quest’isola non sembrano superare le sei o settecento anime, e più di due terzi di quelli che vedemmo erano maschi. O hanno solo poche femmine tra loro, oppure molte sono state trattenute dal fare la loro comparsa durante il nostro soggiorno, perché sebbene non abbiamo visto nulla che ci induca a credere che gli uomini fossero di indole gelosa, o le donne timorose di apparire in pubblico, qualcosa di questo tipo era probabilmente il caso. 

Per colore, lineamenti e lingua hanno una tale affinità con le genti delle isole più occidentali, che nessuno dubiterà che abbiano avuto la stessa origine. È straordinario che la stessa nazione si sia diffusa su tutte le isole di questo vasto oceano, dalla Nuova Zelanda a quest’isola, che è quasi un quarto della circonferenza del globo.

Curiosamente la valutazione di James Cook sul numero degli abitanti è in contrasto con quelle precedenti ma anche con quella del navigatore francese, Jean-Francois de Galaup, Comte de La Perouse, che poco dopo, nel 1786, affermò di aver trovato circa 2.000 persone sull’isola. E’ noto che sull’isola esistevano due clan che si combatterono aspramente per le poche risorse dell’isola e compromisero l’ecosistema dell’isola disboscando milioni di palme per farne legna da ardere o liberare spazio per l’agricoltura.  Di fatto una terribile catastrofe ambientale provocata proprio dagli abitanti. Un numero che di fatto si ridusse a soli 111 persone nel 1877, sia a causa del prelievo forzoso da parte degli Spagnoli per approvvigionarsi di nuovi schiavi sia per le ricorrenti epidemie di vaiolo. 

Forse l’intuizione maggiore di Cook fu di aver compreso che gli abitanti di quel vasto oceano erano tutti collegati fra di loro, un immenso territorio che lui chiamò Polinesia, in cui quei nativi erano stati capaci di trasferirsi muovendosi tra le isole con cognizioni nautiche a lui sconosciute. Ciononostante molte delle conoscenze reciproche sembravano essersi perse nel tempo “Molti di loro non hanno ora altra conoscenza l’uno dell’altro, se non quella conservata dalla tradizione antiquata; e con il passare del tempo sono diventate, per così dire, nazioni diverse, ognuna delle quali ha adottato qualche usanza o abitudine particolare, ecc. Tuttavia, un attento osservatore vedrà presto l’affinità che hanno l’una con l’altra. In generale, la gente di quest’isola è una razza snella. Non ho visto un uomo che misurasse sei piedi; tanto sono lontani dall’essere giganti, come afferma uno degli autori del viaggio di Roggeveen. Sono vivaci e attivi, hanno buoni lineamenti e volti non sgradevoli; sono amichevoli e ospitali con gli estranei, ma dediti al furto come tutti i loro vicini.

Anche le loro disponibilità nautiche appaiono a Cook minimali: “Non si vedevano più di tre o quattro canoe in tutta l’isola, e queste molto meschine, e fatte di molti pezzi cuciti insieme con filo sottile. Sono lunghi circa diciotto o venti piedi, testa e stelo scolpiti o leggermente rialzati, sono molto stretti e dotati di stabilizzatori. Non sembrano in grado di trasportare più di quattro persone e non sono assolutamente adatti a qualsiasi navigazione lontana. Per quanto piccole e meschine fossero queste canoe, era una questione di meraviglia per noi, dove trovassero il legno con cui costruirle; poiché in uno di essi c’era un’asse lunga sei o otto piedi, larga quattordici pollici a un’estremità e otto all’altra; mentre non abbiamo visto un tronco sull’isola che avrebbe fatto una tavola grande la metà di questa, né, in verità, c’era un altro pezzo nell’intera canoa grande la metà. Ci sono due modi in cui è possibile che abbiano ottenuto questo grande bosco; potrebbe essere stato lasciato qui dagli Spagnoli, o potrebbe essere stato spinto sulla costa dell’isola da qualche terra lontana. È anche possibile che ci sia del terreno nelle vicinanze, da cui potrebbero averlo preso. Noi, tuttavia, non ne abbiamo visto alcun segno, né abbiamo potuto ottenere la minima informazione su questa testa dagli indigeni, sebbene abbiamo provato ogni metodo che potevamo pensare per ottenerla. Siamo stati quasi altrettanto sfortunati nelle nostre ricerche sul nome proprio o nativo dell’isola; poiché, confrontando le note, ho scoperto che avevamo tre nomi diversi per esso, vale a dire: Tamareki, Whyhu e Teapy” … stranamente non riporta il termine Rapa Nui.

Cook cerca di comprendere anche la loro religione e il significato delle misteriose statue:  “… Le statue gigantesche, … non sono, a mio avviso, considerate idoli dagli abitanti attuali, qualunque cosa potessero essere ai tempi degli olandesi; almeno non ho visto nulla che potesse indurmi a pensarlo. Al contrario, suppongo piuttosto che siano luoghi di sepoltura per certe tribù o famiglie. Io, così come alcuni altri, ho visto uno scheletro umano sdraiato su una delle piattaforme, appena ricoperto di pietre. Alcune di queste piattaforme in muratura sono lunghe trenta o quaranta piedi, larghe dodici o sedici e alte da tre a dodici; che durano in qualche misura dipende dalla natura del terreno; poiché sono generalmente sull’orlo della riva di fronte al mare, in modo che questa faccia possa essere alta dieci o dodici piedi o più, e l’altra non possa essere superiore a tre o quattro. Sono costruite, o meglio rivestite, con pietre squadrate, di grandissima pezzatura; e la lavorazione non è inferiore al miglior pezzo di muratura semplice che abbiamo in Inghilterra. Non usano alcun tipo di cemento, tuttavia le giunture sono estremamente vicine e le pietre sono incastrate e incastrate l’una nell’altra, in modo molto ingegnoso. Le pareti laterali non sono perpendicolari, ma inclinate un pò verso l’interno …” … “ … Le statue (Moai), o almeno molte di esse, vengono erette su … piattaforme, che fungono da fondamenta. Sono, per quanto possiamo giudicare, circa la metà della lunghezza, terminando in una specie di ceppo in basso, su cui poggiano. La lavorazione è scortese, ma non male; né i lineamenti del viso sono mal formati, il naso e il mento in particolare; ma le orecchie sono lunghe oltre misura; e, per quanto riguarda i corpi, non c’è quasi nulla che assomigli a una figura umana in essi.” …

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Easter_Island-MOAI-wikipedia.jpg

i misteriosi Moai – autore Mike W. Vancouver, Canada
File:Easter Island (16491363758).jpg – Wikimedia Commons

Il simbolo di Rapa Nui
Sicuramente nell’immaginario collettivo, i Moai, queste enormi statue realizzate in pietra vulcanica, rappresentano il simbolo dell’isola sperduta ai confini del mondo. Sembrerebbe che ne esistano ancora circa 1.000 completi che raggiungono oltre 4 metri di altezza (fino a 10) per dieci tonnellate di peso, che furono scavati nella cava di Rano Raraku sulla costa meridionale dell’isola. Il più grande Moai scoperto, chiamato “El Gigante” è alto 69 piedi e si pensa che pesi circa 200 tonnellate ma non fu mai trasportato e giace ancora nella cava.

La maggior parte delle statue sono con le spalle al mare e sono poste su piattaforme di pietra chiamate Ahu, che possono raccogliere fino a 15 statue. Alcuni Moai sono adornati con pietre rosse cilindriche chiamate pukao che rappresenterebbe un‘acconciatura di capelli. Si ritiene che queste statue furono erette centinaia di anni prima che Jacob Roggeveen arrivasse sull’isola quella domenica di Pasqua del 1722. Secondo molti ricercatori, i polinesiani scoprirono l’isola intorno al 1000 d.C. e vi si installarono, dando poi inizio alla costruzione di quelle statue intorno al 1300 (fino all’inizio del 1600) credendo che avrebbero conservato gli spiriti dei loro capi, che consideravano discendenti degli dei. Questa usanza sembra avere delle relazioni con monoliti simili ritrovati in altri luoghi della Polinesia che farebbero presupporre delle credenze comuni.

Non è che uno dei misteri legato a quella terra lontana. Il ritrovamento di iscrizioni antiche ha fatto ipotizzare a Robert M. Schoch, uno dei più noti scrittori “pseudoscientifici” americani, che alcune tavolette ritrovate possano risalire ad oltre 10.000 anni fa, significando che potesse essere quindi abitata prima dell’ultima glaciazione. 

Termina qui, questo viaggio ai confini del mondo accompagnati dal capitano Cook. Lasciamo questo luogo magico chiamato oggi dagli indigeni locali Rapa Nui, considerato il “Te Pito The Henua” ovvero l’ombelico del mondo, la terra lontana da tutto e quindi al centro del loro universo. Un concetto che per noi continentali si è perso ma che trova ancora un significato nelle nostre radici che ci legano agli antenati e sono la forza per le generazioni future.

Buona Pasqua e che sia un giorno ancora una volta di rinascita per un mondo migliore.

Andrea Mucedola

in anteprima: danzatrice nei costumi tradizionali dell’Isola di Pasqua   – autrice Debbie Stain – Fonte International Banquet 06′ File:Easter island costume.jpg – Wikimedia Commons

 

Riferimenti
Douglas, Peter. “The South Sea Voyage of Jacob Reggeveen, 1721–1723” (PDF). New Netherland Institute. Retrieved 2 November 2016;

https://www.easterisland.travel/easter-island-facts-and-info/history/ship-logs-and-journals/james-cook-1774/ estratto dal libro A Voyage Towards the South Pole and Round the World, Volume 1 from the year 1777 di James Cook;

James CookGiornali di Bordo, Milano, TEA, 2007;

Thor Heyerdahl e Edwin N. Ferdon, eds, Archaeology of Easter Island: Reports of the Norwegian Archaeological Expedition to Easter Island and East Polynesia, Vol.1: 45-67 (Albuquerque 1961);

Paul G. Bahn, “A Brief History of Rapanui Archaeology up to 1956”, Easter Island Studies pp. 73-78;

Herbert von Saher, “Roggeveen and Bouman: An Inventory on all the Narratives”, Rapa Nui Journal 7(4): 77-82 (1993);

I misteri dell’Isola di Pasqua | National Geographic

 

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