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I palombari della Regia Marina e le procedure d’immersione nella seconda metà dell’Ottocento – parte II

tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA DELLA SUBACQUEA
PERIODO: XIX  SECOLO
AREA: PALOMBARI
parole chiave: Immersione profonda, limiti, metodo


In questo secondo articolo Fabio Vitale ci accompagna alla fine del XIX secolo quando nacque il metodo, ovvero le istruzioni per operare con professionalità e sicurezza. Vedremo come i palombari della Regia Marina ricevevano nozioni che, con gli occhi di oggi, possono sembrare bagaglio normale di ogni operatore subacqueo ma che a quei tempi furono viste come rivoluzionarie. Ciononostante gli incidenti, causati da mancanza di metodo e da un certo pressapochismo, erano frequenti ed a volte causavano la morte dei palombari. Sull’esperienza di quegli anni vennero sviluppati i code of practice moderni. Buona lettura.

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tenuta da palombaro costruita da Pierre Remy de Beauve, 1715
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La nascita del metodo
Diremo che un “metodo” è sempre meglio del nulla ma, in questo caso, ci viene data conferma che l’incolumità del palombaro in quegli anni era assolutamente affidata alla buona sorte e al fatto che l’intervento richiesto fosse non eccessivamente laborioso e lungo.

FIGURA C

Figura C – Il fisiologo francese Paul Bert ritratto all’interno di una camera iperbarica di sua progettazione, strumento che utilizzava per la cura di svariate patologie ma ancora non applicata al problema della “malattia dei cassonisti” che affliggeva i palombari di tutto il mondo.

Certamente nello scorrere degli anni che portarono alla fine del XIX secolo molte cose  cambiarono e le procedure di immersione furono improntate a standard operativi sempre più precisi. In quel periodo cominciarono a essere previste, all’interno delle istruzioni per i torpedinieri minatori-palombari della Regia Marina, anche le “prime” nozioni di primo soccorso impartite dal medico di bordo della Regia Nave Scuola Torpedinieri. Nel contempo, fu adottata la cassetta per i primi soccorsi ai palombari la quale, in seguito, divenne obbligatoria durante tutte le attività di immersione, indipendentemente dalla presenza dell’ufficiale medico. Questo vuol dire che gli stessi palombari erano istruiti sull’utilizzo della cassetta e sulle manovre di primo soccorso. Questi cambiamenti portarono, anche se con una certa lentezza, al salto di qualità nel campo della sicurezza e dell’efficienza operativa nelle attività di lavoro subacqueo che saranno proprie dell’avvento del nuovo secolo. A riprova di ciò vi è il numero di incidenti tra gli allievi palombari della scuola torpedinieri che risultarono essere frequenti e, spesso, di una certa gravità. Molti i casi di paresi e di altri disturbi neurologici tipici delle sofferenze da embolia gassosa (meglio conosciuta a quei tempi come “malattia dei cassoni”). Nei registri si riportarono anche casi di decessi e, in alcune situazioni proprio legate al “colpo di ventosa”. 

Nel palombaro il “colpo di ventosa” assume una certa gravità. Esso avviene quando il palombaro è sottoposto a un brusco sbalzo di pressione in aumento per effetto di una discesa molto veloce. Poteva capitare, ad esempio, quando per qualche motivo si perdeva l’appoggio alla struttura di sostegno che teneva il palombaro sospeso a mezz’acqua durante l’esecuzione di determinati lavori. Se il controllo della braga sfuggiva, il palombaro nei primi metri di discesa subiva la compressione del volume del vestito e il suo assetto diventava ancor più negativo facendolo così precipitare verso il fondale. Soprattutto con le pompe a mano non vi era la possibilità di compensare velocemente lo schiacciamento della parte elastica dello scafandro con un maggior afflusso di aria per riportare l’assetto in equilibrio. 

da “Gli incidenti subacquei” della dott.ssa Claudia Casella

Come abbiamo detto la parte elastica si comprime mentre nella parte rigida (l’elmo, il cui volume è di circa 16 litri) si crea una depressione tale da richiamare al suo interno il palombaro stesso. Questa depressione poteva diventare molto forte, soprattutto quando lo sbalzo di pressione era grande, andando a causare fratture delle clavicole e delle vertebre cervicali o emorragie interne. Nei casi più gravi si andava incontro alla morte. Viene da sé che questo tipo di incidente era molto più grave nei primi metri di acqua dove al variare di una sola decina di metri la pressione poteva raddoppiare e di conseguenza creare una depressione molto forte all’interno dell’elmo.

La causa dell’embolia non era tanto la profondità raggiunta, che spesso non andava oltre i 20-30 metri, quanto il lungo tempo di permanenza in profondità (2/3 ore ed anche più) dei palombari che svolgevano normalmente attività fisiche di un certo rilievo. Il fenomeno preoccupava e sicuramente era visto come un ostacolo allo svolgimento efficiente dell’attività ma ancora nessuno aveva avuto l’intuizione di tradurre le sperimentazioni di Paul Bert in una regola affidabile.

FIGURA D

Figura D – Un’immagine dei primi anni del 1900 che ritrae degli allievi palombari in posa. Sono tutti molto giovani e l’espressione dei loro visi è un misto tra fierezza e preoccupazione in attesa di scoprire i segreti dell’arte del palombaro (Archivio Ufficio Storico Marina Militare)

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Verso la fine dell’ottocento diversi ufficiali medici della Regia Marina Italiana, come Luigi Abbamondi (Lesioni più comuni cui vanno incontro i palombari – Napoli, Perrotti, 1886) e Curcio, compirono esperimenti a La Maddalena per verificare gli effetti della decompressione sugli animali ma senza trovare la soluzione al problema. Non avendo scoperto quella famosa “regola” ci si abbarbicava ancora al vecchio metodo di risalita, spiegando che gli incidenti avvenivano per una non corretta applicazione delle procedure previste.

Cinquant’anni erano passati ma pochi i progressi sulla sicurezza a cavallo del nuovo secolo.

fine II parte

Fabio Vitale
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Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo
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PARTE I PARTE II PARTE III

 

 

 

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Bruno Cammarota
Ospite
Bruno Cammarota
24/04/2018 8:22

Grazie Andrea,
questo articolo come già quello sulla storia dei palombari russi, ha per me un valore eccezionale nonchè molto didattico. Il mix proposto di storia tecnica e scienza, sviluppo continuo della conoscenza, della tutela della vita in mare è alla base di qualunque buona pratica civile o militare in mare. Questo è straordinariamente moderno. Oggi parliamo di come applicare le previsioni di cui al Dlgs 81/08 in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro anche in questo speciale “ambiente confinato” nei termini di adattamento umano pur se sconfinato nella sua estensione naturale.
Posso citare qualcuno di questi documenti indicando naturalmente autore e fonte (ocean future)?
Cordiali saluti,
Bruno
nel sito convegni.networkaias.it ci si può iscrivere al convegno di Napoli circolo Ufficiali della Marna Militare del 31 maggio 2018.

admin
Amministratore
24/04/2018 11:37
replicare a  Bruno Cammarota

Grazie a te di seguirci … come vedi cerchiamo di fornire chicche storiche grazie ad autori di rilievo come Fabio Vitale, Giorgio Caramanna e Emiliano Beri.

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