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NO PLASTIC AT SEA

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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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  Address: OCEAN4FUTURE

L’ancoraggio: la “linea vita” della nostra barca

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: NAUTICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: ancoraggio

 

Fare un buon ancoraggio è come legare e “imbracare” la propria barca ed equipaggio ad una “linea vita” collegata al fondale marino per mezzo di musoni, verricelli, ancore e catene.  

Sappiamo che è da sempre uno degli argomenti più discussi e contesi ed è una tra le prove fondamentali da affrontare per chi va per mare.  In realtà è un’arte marinaresca millenaria, un misto di abilità talentuosa ottenuta tra metodo e improvvisazione. Per alcuni è un timoroso battesimo, un rito di iniziazione, per molti una consuetudine collaudata e per altri un incubo ogni volta da scontare.

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Si sceglie la baia, ci si avvicina gradualmente controllando l’altezza e la natura del fondale (per scegliere l’ancora più adatta), predisponendo grippia e grippiale ed esplorando lo specchio d’acqua e il raggio libero disponibile da barche e scogli. Scelto il punto, ci si ferma sottovento alla poppa di una altra barca (se presente) e si cala il “ferro” (meglio per gravità), filando catena quanto il fondale, poi si procede a motore indietro in direzione opposta al vento fino ad un calumo (parte del cavo di ormeggio o di rimorchio o della catena, che si trova fuori della nave, quando è ormeggiata) di circa tre volte il fondale. Questa è ovviamente una soluzione corta, che si usa quando la rada è affollata e non c’è spazio per dare più calumo). Sempre a marcia indietro si fa “prendere” l’ancora e controllando rilevamenti e distanze si fila, se c’è spazio, ancora un calumo (il rapporto ottimale tra calumo e altezza d’ancoraggio è di 5:1 con la sola catena oppure 7:1 con cavo tessile). A prua, sorvegliando disinvolti tutt’intorno, aspettiamo un segnale o una vibrazione dalla pianta del nostro piede posata lievemente su alcune maglie della catena. Come sensitivi riceviamo dal fondale l’attesa sentenza se il nostro “ferro” ha arato, agguantato o spedato! Poi, se possibile, un controllo “a vista” con maschera e pinne chiude in gran finale la manovra. In queste occasioni spesso ci sentiamo veri marinai e nell’illusione di crederci abili uomini di mare, manifestiamo la nostra autorità decisionale, preparazione tecnica ed esperienza, sconfinando in una soddisfatta virilità!

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Sebbene non esista una regola, soprattutto in situazioni di caos, in rada è buona norma ed educazione, rispettare l’ordine di arrivo per motivi di “precedenze e sovrapposizioni”.

Chi arriva ultimo è il primo a salpare o manovrare! ma non sempre funziona. Spesso le regole prevalgono sulla logica, come la tecnica sul buon senso che dovrebbe sempre imporsi con saggezza su entrambe. La creatività di molti nel dare fondo “a caso”, a fianco di altre barche, in mezzo tra due, a proravia di un’altra o addirittura in direzione contraria al vento crea situazioni in cui prima o poi ci si trova coinvolti e non solo come spettatori.

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In altre parole, ciò che spesso accade, è che si cala l’ancora troppo lentamente e si fa “fuggire” la prua, si fila catena mentre lo scafo avanza o termina la manovra senza alcuna prova di tenuta, di rilevamenti o di conoscenza del calumo. Per molti ha poca importanza che l’ancora abbia preso o la catena sia in tiro e ben stesa, è tempo di vacanza! Allora, si spegne il motore, si lascia la pulsantiera del controllo remoto del salpancora (musichiere) appesa a dondolare dalle draglie e ci si tuffa in acqua, senza troppi pensieri!

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In realtà, un buon ancoraggio è molto più del temuto ormeggio di poppa in banchina dove oggi un’assistenza non manca quasi mai, grazie al gommone di supporto del porticciolo, il bow thruster (ormai di serie) e la grippia della catenaria già pronta e protesa da zelanti vicini, che ci difendono da danni e figuracce, un tempo all’ordine del giorno.  La scena si sposta invece in rada, quando il circo diventa serale, conviviale all’ora dell’aperitivo. C’è chi salpa e c’è chi arriva tra un via vai di precedenze, tender, canoe gonfiabili e “isole” di materassini a forma di coccodrilli, e campari e patatine. Insomma, ci possiamo gustare lo spettacolo comodamente in pozzetto.

È dunque semplice “dare fondo all’ancora”?
Ogni ancoraggio è di fatto il completamento di ogni navigazione. Che sia per un bagno di poche ore o per la notte, qui assaporiamo la vera libertà e le tanto sognate distanze dal porto, dalle luci, dalla 220, da vicini rumorosi, improvvisati chitarristi o fastidiosi barzellettieri accompagnati da risate esplosive. 

In buone condizioni meteo, la manovra appare spesso scontata e (quasi) sempre perfetta, come parcheggiare l’auto sotto casa con il freno a mano! Appena si alza una brezza più tesa o gira il vento, tutto si complica e ciò che si presentava impeccabile e “ad arte” si trasforma in un vero tormento! Allora perché non fare un ripasso, un’analisi e un identikit delle parti in gioco per questa importante manovra? Iniziamo da noi diportisti, marinai, padri di famiglia, mariti e skipper di turno. Tutti apparteniamo a “tipi psicologici” e in mare ne assumiamo evidenze di spicco.

Lo scrupoloso previdente organizza e programma ogni cosa. È un vero pensatore, un pianificatore seriale, attrezzato di tutto: dal kit boa grippiale per liberare la nostra ancora in caso di incastro accidentale al chain clower (ritenuta catena) per scaricare la trazione dell’ancora su un robusto elemento di coperta come una bitta anziché sul verricello stesso.

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Non manca nulla a bordo: il musichiere digitale conta metri, l’assortito kit segna catena multicolore, lo snodo girevole raddrizza ancora, fino alla rara palla del carcerato o salmone, un peso di 5-8 kg da appendere sulla linea di ancoraggio (spesso mista cima-catena) per abbassare il calumo e far lavorare orizzontalmente il fuso dell’ancora e le marre. Ogni cosa è operativa, pronta all’uso secondo uno schema mentale collaudato. Niente è al caso.

Il fatalista (apparentemente sprovveduto) affronta invece con più disinvoltura e improvvisazione la manovra. Si nasconde dietro le proprie doti sensoriali e intuitive (che solo lui conosce) convinto che “nulla si crea e nulla si distrugge”. Considera la linea di ancoraggio più una scocciatura che una utilità. Catene, verricelli e accessori vari presentano più inconvenienti che vantaggi e preferisce liberarsi di quasi tutto il superfluo secondo la filosofia “less is more”. Via allora il pesante salpancora, soggetto a rotture e fortemente condizionato dalla disponibilità di energia elettrica a bordo. Via la catena zincata per imbarcare il Nylon possibilmente a 8 capi “eight plait“ che rimane sempre morbido e di facile manipolazione e stivaggio. In fondo non ci sono negligenze in questa scelta, anzi. Una comune catena da 8 mm, ha un carico di rottura circa di 3-4 T, quello di una cima in Nylon da 19 mm è di 3 T e da 22 mm è di circa 5 T. Per una barca di 10/12 m di 8/10 T possiamo stare tranquilli con una buona catena da 8 mm per quanto riguarda la normale trazione di un vento da 40 nodi fino a 60. Purtroppo, le cose cambiano in peggio quando subentra anche l’azione dell’onda, del brandeggio e degli “strappi” che esprimono tonnellate.  La catena può andare in completa estensione senza avere più alcuna risposta elastica, strattonando verricelli, musoni o delfiniere. Il Nylon arriva al 30 – 35 % di allungamento della sua lunghezza prima di rompersi. 

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In sintesi, una cima lunga circa 70 mt con 10 metri di catena sull’ancora, per evitare il logorio della cima sul fondale e mantenere il fuso parallelo al fondale, è sicuramente per molti un altro modo giusto di ancorare! L’uso della cima è poi provvidenziale. Può essere tagliata in emergenza, maneggiata facilmente, si può salpare a mano, porta meno peso a prua e, come avvisano le autorità in alcuni posti ai Caraibi in caso di uragano, è consigliato non ancorare su catena ma assolutamente e unicamente su cima!

Infine, abbiamo il sapiente ponderato, esperto del piacere dell’ozio e di buon senso dopo anni passati a maneggiare tecniche ed imprevisti. Dio vede e provvede! Interviene senza ansia, con calma e giudizio. Per lui la barca e l’ancoraggio sono un modo per godersi il mare, la pace e il relax. È il vero Tantra-diportista.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è segnali-alla-fonda.jpgNel rispetto delle regole e per evitare seccature al suo relax è sempre disciplinato, informato e soprattutto sicuro di sé. Si arma di pallone nero di fonda ben esposto, di luce bianca in testa d’albero per la notte, evita cime a terra (tra l’altro in Italia vietate), mantiene una buona “ruota” e acqua libera per filare eventuale calumo o appennellare in linea una seconda ancora in caso di previsioni avverse. Evita (in Italia vietato) di lasciare la barca incustodita alla ruota e si concede il tender solo per approvvigionarsi di pane e frutta fresca. Evita di accendere il motore o il gruppo per ricaricare i servizi nelle ore di punta, come usare e scaricare il wc nella stessa fascia oraria (anche questo vietato in Italia *). Ricordo che tutte le unità da diporto, dotate di servizi igienici, possono effettuare lo scarico in mare oltre il limite delle tre miglia dalla costa, in navigazione con rotta fissa ed alla massima velocità consentita. 

Sacha Giannini

 

* Il decreto legge 182 del 24/06/2003 e la direttiva 6759 del 19 luglio 2005, normano la materia per le unità da diporto omologate per il trasporto di meno di 15 persone. “È fatto loro divieto di effettuare scarichi a mare dai servizi igienici di bordo nell’ambito dei porti, degli approdi e presso gli ormeggi dedicati alla sosta delle imbarcazioni, nonché entro il limite delle spiagge frequentate dai bagnanti “.

 

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Affrontiamo ogni giorno tematiche diverse che vanno dalla storia alle scienze, dalla letteratura alle arti.
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