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Classis Misenensis: la presenza navale romana nella Baia di Napoli – parte II

tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA ROMANA
PERIODO: EPOCA REPUBBLICANA E IMPERIALE
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Classis, Miseno, Napoli
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La base navale di Miseno
Per dare una sistemazione ottimale alla flotta del Tirreno, Agrippa scelse «il più bel porto naturale che si avesse su tutta la costa della Campania» [13], quello di Miseno, da collegare con un breve canale navigabile all’omonimo lago costiero, a similitudine della soluzione temporanea precedentemente adottata per il Portus Iulius, che tuttavia era stato dotato di cantieri effimeri ed alloggi precari, venendo poi destinato a scopi commerciali [14].

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La base navale di Miseno fu peraltro il solo complesso portuale dell’antichità classica allestito esclusivamente per finalità militari [15], ciò che gli consentì di disporre di tutte le infrastrutture necessarie, secondo un progetto razionale e rispondente [16]. In simbiosi con la base navale si sviluppò la cittadina marinara di Misenum, funzionale alle esigenze della flotta [17]. Di tutte queste costruzioni spiccavano ancora, all’inizio dell’Ottocento, «molti avanzi di fabbriche» intorno al bacino interno ed ampie parti del teatro cittadino, che era dotato anche di un corridoio fino al porto per far entrare il personale della flotta [18]. Oltre al teatro, le costruzioni pubbliche in città furono il Foro (non ancora individuato), le Terme (in proprietà Cudemo), il Tempio di Augusto – destinato al culto del genio dell’imperatore e dei suoi predecessori divinizzati, a cura del collegio degli Augustali – ed un edificio a carattere monumentale, con archi e colonnati, affacciato sulla banchina [19].

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Fra i resti delle strutture portuali, ora sommerse a causa dell’abbassamento della costa di oltre 4 metri, sono particolarmente notevoli i due moli frangiflutti su arcate, rispettivamente attestati su Punta Terone e Punta Pennata, dotati di bitte ed anelli d’ormeggio. Delle antiche banchine è tuttora visibile sott’acqua oltre mezzo chilometro del tratto settentrionale, corredato di numerose bitte di grandi dimensioni [20]. Il centro del porto, sulla Punta Sarparella, è dominato da alcune costruzioni presumibilmente pertinenti alla residenza del praefectus classis, il comandante in capo della flotta [21].

All’esterno dell’imboccatura del porto dovevano trovarsi almeno un fanale ed una torre di guardia, mentre un faro più potente doveva essere in posizione più elevata su Capo Miseno [22]. Il canale navigabile di collegamento con il bacino interno era attraversato da un ponte mobile [23] sul quale transitava la strada verso Baia e Pozzuoli. La base navale era ovviamente dotata di tutto quanto occorreva per garantire l’operatività della flotta, il benessere del personale, l’efficienza delle navi, l’addestramento e la logistica: caserme e mense per gli equipaggi, alloggi per gli ufficiali, navalia per il rimessaggio delle unità, depositi armi, cantieri navali e strutture arsenalizie, uffici amministrativi, magazzini ed officine, oltre ad una scuola per i classiari: la Schola armaturarum o Militum Schola, da cui è derivato il toponimo Miliscola [24]. Lì vicino vi era anche la disponibilità di un enorme serbatoio d’acqua, la cosiddetta Grotta della Dragonara, anche se la maggiore riserva idrica per le esigenze della Classis Misenensis è stata assicurata dalla colossale Piscina Mirabile, il «monumento più insigne e grandioso che resta della base navale», la più imponente delle cisterne romane conosciute, interamente scavata nel tufo ed alimentata dal grande acquedotto augusteo del Serino [25].

Il ruolo strategico delle forze navali
Per secoli, in un mondo assuefatto all’alternanza pace-guerra, si è pensato che la sola ragion d’essere delle flotte militari fra un conflitto e l’altro fosse quello di predisporsi a combattere battaglie navali contro il presumibile successivo nemico. Gli studiosi di storia antica hanno pertanto considerato con una certa sufficienza le flotte imperiali romane, reputandole degradate a compiti ausiliari per mancanza di significativi nemici navali da affrontare.

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Nel mondo contemporaneo, la fine della guerra fredda ha tuttavia ingenerato una diversa consapevolezza, poiché le nuove sfide hanno mandato in soffitta le precedenti concezioni strategiche ed il relativo addestramento [26]. Ora l’evidenza dei fatti dimostra che, anche in assenza di ostilità, le forze navali sono estremamente utili come strumenti di “suasione” [27 o di “diplomazia navale” [28], ferme restando le loro ben note facoltà di dominio del mare, proiezione di potenza, sicurezza marittima ed assistenza umanitaria. Gli antichi Romani, la cui grandezza poggiava saldamente sul connaturato pragmatismo e sul radicato senso comune, erano giunti a conclusioni sostanzialmente coincidenti, ma senza perdersi in cervellotici arzigogoli. Pur non scorgendo poderose flotte nemiche all’orizzonte, Augusto ed i suoi successori compresero che tale pericolo avrebbe continuato ad essere scongiurato solo mantenendo in attività delle forze navali efficienti. Le legioni non avrebbero certamente potuto controllare tutta l’enorme estensione delle coste, visto che erano appena sufficienti per tenere a bada le turbolenze nelle aree di confine. Un’appropriata presenza navale dissuasiva era quindi indispensabile, come risultava ancora chiarissimo, perlomeno a livello concettuale, sul finire del IV sec., quando Vegezio scriveva: «Il popolo romano, per il suo prestigio e per le esigenze della sua grandezza, pur non essendovi costretto da alcun imminente pericolo, in ogni tempo mantenne allestita la flotta, onde averla sempre pronta ad ogni necessità. Indubbiamente, nessuno osa sfidare o arrecare danno a quel regno o popolo, che sa essere pronto a combattere e risoluto a resistere ed a vendicarsi.» [29]

Fin dall’epoca di Augusto il ruolo fondamentale delle flotte imperiali fu in effetti quello di assicurare che Roma mantenesse il già esistente dominio di tutti i mari [30], requisito necessario e sufficiente per detenere la signoria sull’impero, come già aveva lucidamente intuito Pompeo Magno [31]. Tale dominio doveva consentire, oltre al normale effetto deterrente ottenuto dalla semplice ostentazione della presenza navale, il pronto intervento di forze navali oltremare, su qualsiasi sponda in cui si rendesse necessario uno sbarco militare, e la continuativa tutela della sicurezza della navigazione e delle aree marittime più sensibili. Tali aspetti vengono di seguito illustrati, esaminando sia le operazioni a carattere bellico, sia gli impegni operativi del tempo di pace, con particolare attenzione per quelli relativi alla baia di Napoli.

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Impegni operativi a carattere bellico
Sebbene l’avvento dell’Impero abbia comportato un riorientamento della grande strategia di Roma, in particolare per le flotte permanenti [32], non vi fu alcuna discontinuità fra l’impiego di tali flotte in operazioni a carattere bellico [33] ed i continuativi impegni navali sostenuti dai Romani in epoca repubblicana, dalla prima guerra punica ad Azio [34].

Dopo il trionfo aziaco, la flotta del Tirreno non rimase in ozio: le sue navi prima parteciparono alle operazioni marittime condotte da Marco Valerio Messalla Corvino fra la Gallia ed il Mediterraneo orientale [35], e poi si trasferirono in acque oceaniche, per effettuare dal golfo di Biscaglia un risolutivo sbarco alle spalle dei nemici nell’ambito della guerra Cantabrica [36]. Questa fu l’ultima campagna bellica che Augusto condusse di persona, ma altre esigenze di intervento militare oltremare si presentarono negli anni successivi e per tutta la durata dell’impero. L’efficacia del sistematico addestramento della flotta Misenense alle operazioni marittime ebbe dunque reiterate occasioni di verifica pratica, in vari settori dell’ampia gamma delle possibili forme di utilizzo delle navi in situazioni di conflitto. Vi furono in effetti delle ricorrenti operazioni contro la pirateria, sempre necessarie per inibire la crescita di questo fenomeno endemico [37], alcuni sbarchi navali su coste temporaneamente controllate da forze nemiche [38], l’assedio navale di una grande città ribelle [39], e soprattutto un’infinita serie di spedizioni navali attraverso il Mediterraneo per intervenire in forze laddove necessario: contro insorgenti minacce [40 o in occasione delle interminabili campagne condotte in Oriente [41], prima contro i Parti e poi contro i Persiani. Non si trattò di mere navigazioni di trasporto, ma di operazioni navali di grande complessità e valenza strategica [42. Quanto alle battaglie navali, non servirono se non nel Basso Impero, contro Licinio, ed allo spirare dell’Impero d’Occidente, quando un’ultima vittoria navale parve addolcire l’imminente fine [43].

Fine Parte II – continua

Domenico Carro

 

Note

[13] Maiuri 1981, p. 92.

[14] Pagano et al. 1982, pp. 319-322; Reddé 1986, p. 170.

[15] Petriaggi 2004, p. 101.

[16] Progetto attribuito ad Agrippa: Reddé 1986, p. 491; Vitucci 1977, p. 182; Parma 1992, p. 213-214.

[17] Amalfitano 1990, p. 242. Fu municipium e poi colonia militare: Maiuri 1981, p. 95; Parma 1992, p. 214.

[18] Arditi 1808, p. 45; Paolini 1812, pp. 15-16.

[19] Amalfitano 1990, p. 254; Di Franco 2012, pp. 67 e 72-74.

[20] Benini, Lanteri 2010, pp. 110-114; Gianfrotta 1998, pp. 156-157 e 165.

[21] Borriello, D’Ambrosio 1979, p. 27; Amalfitano 1990, p. 242.

[22] Borriello, D’Ambrosio 1979, p. 123; Benini, Lanteri 2010, p. 114; Gianfrotta 2011, pp. 25 e 28.

[23] È il «pontem ligneum» che per lunga vetustà venne rinnovato nel IV sec. (CIL 10, 3344).

[24] Maiuri 1981, p. 97; Amalfitano 1990, p. 242; Petriaggi 2004, p. 102.

[25] Maiuri 1981, pp. 97-100; Amalfitano 1990, pp. 250 e 252.

[26] L’ammiraglio statunitense Owens, che aveva comandato la 6a Flotta durante la guerra del Golfo, ha rimarcato l’inutilità del precedente ventennale addestramento alle grandi operazioni belliche oceaniche, essendo stato impegnato solo in «noiose scaramucce» litoranee (Owens 1995, p. 4).

[27] Neologismo inteso ad accorpare la dissuasione e la persuasione coercitiva (Luttwak 1985, pp. 79-92).

[28] Include comportamenti che vanno dalla presenza benigna alla coercizione (Speller 2014, pp. 86-89).

[29] Veg. mil. 4,31.

[30] Dion. Hal. ant. 1,3,3.

[31] «Qui mare teneat, eum necesse esse rerum potiri» (Cic. Att. 10, 8, 4). Cfr Carro 2013, pp. 119-121.

[32] Carro 2012, pp. 136-141.

[33] Ancorché senza grandi battaglie navali: «The historic task of that navy was not to fight battles but to render them impossible.» (Starr 1960, p. 7).

[34] Breve sintesi in Carro 1998, pp. 61-81.

[35] Nelle acque della Cilicia, della Siria e dell’Egitto (Tib. 1,7,13-22 e 3,7).

[36] Flor. epit. 2,33; Oros. 6,21.

[37] Cass. Dio 55,28; Ios. bell. Iud. 3,2; Carro 2009, pp. 16-18.

[38] Aureliano in Siria (contro Zenobia) ed in Egitto (Firmo), Massenzio in Africa (contro Domizio Alessandro).

[39] Bisanzio, riconquistata da Settimio Severo (Herodian. 2,14; Cass. Dio 75,13,1-3).

[40] Come la ribellione di Edemone in Mauretania (Plin. nat. 5,11) e la rivolta in Giudea (Ios. bell. Iud. 2,16,4).

[41] Soprattutto quelle di Traiano, Lucio Vero, Settimio Severo, Alessandro Severo, Caro e Giuliano.

[42] Corrispondono alle odierne Expeditionary Operations, fra le più impegnative per le Marine maggiori.

[43] Nei Dardanelli (Zos. 2,22-24) e nelle acque corse (contro i Vandali: Hydatius 176-177 e CIL 6,41405).

 

 

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