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Evoluzione del concetto di potere marittimo inglese: dalle origini fino all’epoca elisabettiana

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XV – XVI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: marina inglese

 

Il fattore geografico conferì alle isole britanniche un vantaggio per il controllo dell’area atlantica; le rotte commerciali con le Americhe, a causa della rotazione oraria dei venti, comportavano, sulla rotta del ritorno, il passaggio delle navi nell’area di azione delle navi britanniche. La mancanza di confini terrestri diretti faceva sì che l’Inghilterra dovesse difendersi esclusivamente dal mare, per cui l’impiego di unità navali di difesa degli interessi della Corona era essenziale per mantenere il predominio nell’area di interesse. Vedremo come questo processo si sviluppò sin dal XV secolo per poi affermarsi nei secoli successivi, esercitando anche un’influenza indiretta sulla politica internazionale degli altri stati europei.

La creazione del metodo costruttivo
Durante il regno di Enrico VII (1485-1509) avvenne un grande sviluppo della cantieristica navale inglese per rendere le navi più adatte ai combattimenti di altura. Ciò fu realizzato con il potenziamento delle artiglierie di bordo e, soprattutto, con l’organizzazione di un gruppo di marinai assegnati appositamente alla loro gestione e, per la prima volta, nettamente separato dall’ equipaggio; in altre parole incominciò il processo di mutamento del concetto tattico di impiego delle forze navali che permise il passaggio da una flotta composta da navi mercantili armate occasionalmente ad una formata da navi militari a tutti gli effetti. Con Enrico VIII (1509-1547) si assistette ad un ulteriore sviluppo della cantieristica, alla creazione di porti funzionali ed all’acquisto di galee, galeazze e galeoni che costituirono il primo embrione di una forza navale inglese.

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mappa dell’epoca elisabettiana, XVI secolo

In realtà, si trattava di navi mercantili,  armate per difesa ed impiegate, alla bisogna dalla Corona. Fu con Elisabetta I che la creazione di una marina reale si concretizzò pienamente, permettendo la protezione delle prime compagnie mercantili inglesi di navigazione.

Un periodo politicamente non semplice per la grande regina. La morte della cattolica Maria Stuarda (1587) spinse Filippo II di Spagna, da lei nominato suo erede, ad intraprendere una campagna navale contro l’Inghilterra, con la scusa di restaurare la libertà di culto cattolico nell’Isola. Iniziò così una lotta fredda tra le due nazioni, combattuta sui mari da corsari al soldo della corona britannica. Fra di loro, Francis Drake che, dopo aver razziato le rotte delle Americhe, attaccò il porto di Cadice, in Spagna, dando fuoco alle navi spagnole che erano in attesa di partire. A causa di ciò la Grande y Felicisima Armada, composta da 132 navi con stazza variabile dalle 330 alle 1550 tonnellate, riuscì a prendere il largo per la Manica solo nel maggio del 1588.

Più che di una flotta navale quella che viene conosciuta maggiormente come l’Invincibile Armata (in spagnolo: Armada Invencible, reale denominazione: Grande y Felicisima Armada) fu un contingente anfibio, con più di 20.000 soldati imbarcati e 7.800 marinai, comandati da capitani di nobile rango ma di poca se non scarsa esperienza navale. Non aveva piloti che conoscessero la rotta tra le insidiose secche della Manica e non possedeva carte,  pezzi di rispetto e viveri sufficienti; il piano prevedeva che molti degli approvvigionamenti sarebbero dovuti essere prelevati a Dunquerque ma, a causa dell’intervento della flotta olandese, il porto fu bloccato. Per più di una settimana la flotta spagnola fu attaccata dalle piccole navi inglesi, con azioni per lo più di disturbo, poi l’ammiraglio in capo spagnolo,  Alonso Pérez de Guzmán, decise di andare alla fonda davanti al porto di Calais per rifornirsi, aspettando di unirsi con i rinforzi provenienti dalle Fiandre.

L’ammiraglio inglese, Lord Howard, a bordo della nave ammiraglia Ark Royal, si rese immediatamente conto che con le poche risorse disponibili non avrebbe mai potuto contrastare la forza navale avversaria. Convocò quindi a bordo della sua nave i suoi migliori capitani. Si narra che Sir William Winter (che aveva partecipato in parte alla circumnavigazione del mondo con Drake) ricordò la notte di Anversa in cui dei brulotti incendiati avevano causato la distruzione di un ponte di barche di sbarramento per impedire agli Olandesi della lega di Utrecht di salpare dal porto. 

L’episodio dei “fuochi di Anversa” fu il primo esempio di una vittoria navale basata sull’uso di ordigni esplosivi galleggianti. Ecco il resoconto di cosa accadde.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è anversa-fire.jpgAd Anversa era stato costruito da Alessandro Farnese un ponte di barche di sbarramento per impedire agli Olandesi della lega di Utrecht di salpare dal porto. Un progettista italiano al servizio degli Olandesi, Gianibelli, dopo aver progettato la complessa struttura di difesa della città di Anversa, propose un azione bellica mai tentata in precedenza ovvero di aprire un varco nello sbarramento. Nonostante lo scetticismo degli Olandesi,  alla fine li convinse e fece  riempire due barconi di esplosivo, materiali ferrosi e grosse pietre. Quindi accese le micce poste sui ponti di coperta e lasciò che esse, trasportate dalla forte corrente, si avvicinassero al ponte di sbarramento ed ai vascelli Spagnoli. L’esplosione fu terrificante distruggendo sei navi ed uccidendo più di ottocento soldati. L’evento ebbe un enorme clamore nella storia del tempo. Il Gianibelli, fu considerato un pericolo pubblico e, a lungo ricercato dai sicari spagnoli, si rifugiò in Inghilterra dove offrì i suoi servizi alla Corona inglese. Ma la memoria di quella notte restò nell’immaginario collettivo come i fuochi di Anversa.

Winter propose di applicare una nuova tattica, “Considering their hugeness twill not be possible to remove them but by a device” ovvero creare una diversione disseminando ordigni infuocati in mare per per attaccare i galeoni con le più agili fregate  inglesi e guadagnare tempo per organizzare la difesa del territorio. La flotta inglese, rilasciò in favore di corrente dei brulotti (barche da pesca incendiate) che causarono il panico a bordo dei pesanti galeoni. Nella fretta di salpare dagli ancoraggi, quattro galeoni si urtarono a vicenda, altri due presero fuoco, scontrandosi con le barche in fiamme: la flotta spagnola cadde quindi nel caos più totale. Gli Inglesi ne approfittarono attaccandoli con le loro veloci fregate armate con cannoni più efficienti; fu gioco facile per gli Inglesi bombardare i grandi galeoni, mentre le artiglierie spagnole non riuscivano a colpire le piccole ma estremamente maneggevoli navi inglesi. Nel frattempo, una tempesta si affacciò all’orizzonte e gli Spagnoli decisero di cercare di disimpegnarsi dal fuoco nemico, dirigendosi in maniera disordinata verso Nord.

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la battaglia sulle secche di Gravelines

La breve battaglia sulle secche di Gravelines segnò l’inizio della fine della flotta spagnola
L’Armada si portò verso nord e fu colpita da una furiosa tempesta che affondò molti galeoni e la costrinse a cercare scampo circumnavigando la Scozia, per ripiegare poi verso sud dal lato occidentale, in direzione della Spagna. Dopo un avventuroso viaggio solo la metà delle navi spagnole fece ritorno in patria, portando con sé i segni di un’amara sconfitta e la consapevolezza della perdita della sua presunta sovranità sui mari.

Una svolta tattica epocaleQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è gravelines.jpgUn disastro navale legato principalmente a due diversi modi di combattere per mare: da un lato gli Spagnoli che usavano ancora il “vecchio sistema” di abbordare le navi, utilizzando i cannoni solo per indebolire il nemico, dall’altro gli Inglesi che avevano navi più piccole e manovriere, che utilizzavano i loro cannoni in maniera più efficiente. In particolare, grazie all’affusto navale i cannoni inglesi potevano ottenere una capacità di fuoco maggiore, più precisa e sicura di quella dei cannoni spagnoli che avevano per lo più una funzione di appoggio all’abbordaggio. Questo diverso modo di impiego, favorì quindi la marina britannica che disponeva di cannoni pesanti, con proiettili tra 18 e 42 libbre e poteva portare la distruzione a distanza dei pesanti galeoni spagnoli. 

In sintesi, gli Spagnoli, legati a tattiche dei tempi della battaglia di Lepanto e non abituati ad operare nelle acque insidiose del Nord Europa, in particolare della Manica, furono alla fine costretti a ritirarsi. Ironia della sorte, finirono in balia delle tempeste atlantiche che ne dispersero definitivamente la forza navale; un vantaggio che i marinai inglesi seppero abilmente sfruttare. D’altra parte, la marina inglese imparò da quella insperata vittoria un’importante lezione: la necessità di avere una marina armata con navi da guerra costruite ed equipaggiate al solo scopo di combattere, rinunciando per loro ogni velleità mercantile. In pratica non vascelli trasformati alla bisogna come piattaforme di combattimento ma una marina da guerra a se stante al servizio della Corona.

Nasceva così la Royal Navy.
Si resero anche conto che, nonostante la capacità dei loro comandanti, se il vento fosse stato favorevole, l’esercito spagnolo avrebbe potuto sbarcare, segnando probabilmente la fine della Corona britannica. La nuova flotta doveva avere quindi un taglio militare, imbarcando i potenti cannoni che avevano dimostrato la loro superiorità tattica in battaglia, per assicurare la difesa dell’Inghilterra in mare, evitando lo sbarco del nemico sul territorio. In quel periodo si assisteva all’avvento di armi da fuoco individuali, gli archibugi, che consentivano di colpire gli avversari a grande distanza. In pratica il concetto di combattimento navale stava cambiando: al marinaio non era più richiesto di arrembare le navi avversarie ma di manovrare la nave per portarla al tiro con i suoi cannoni fuoriuscenti dai lati dello scafo, cercando di affondarle o di immobilizzarle distruggendone le velature ed appiccando fuoco alle strutture.

Questo concetto è molto importante perché sottolinea un passaggio storico fondamentale: si passò dall’impiego delle navi usate quali piattaforme da cui muovere all’assalto del vascello nemico a quello di unità mobili e manovriere armate di cannoni per affondare o immobilizzare le navi avversarie.

Un concetto navale nuovo che ne sostituiva uno vecchio di duemila anni, nato ai tempi dei Greci, e che era destinato a durare fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è TrattatodiTordesillas-1.jpg

il nuovo ordine mondiale era stabilito da una linea di demarcazione tra possedimenti spagnoli e portoghesi del Nuovo Mondo, definita con il trattato di Tordesillas che affermava che le terre a oriente del meridiano posto a ovest delle isole di Capo Verde passassero sotto il controllo portoghese, mentre quelle a occidente sotto quello spagnolo. Una situazione che non poteva essere accettata dall’Inghilterra 

Le rotte delle Americhe erano ormai senza controllo e regola, se non quella cartacea e mai rispettata del Trattato di Tordesillas, emanato nel 1494 da papa Alessandro, che suddivideva le aree di influenza fra Spagna e Portogallo. L’Inghilterra aveva compreso l’importanza di finanziare le spedizioni degli esploratori per cercare nuovi orizzonti economici, di creare una marina militare efficiente ed idonea per supportare una rete commerciale mercantile non più limitata al suo bacino naturale ma estesa al mondo conosciuto.

Tiziana Forti

 

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