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  Address: OCEAN4FUTURE

Irrilevanza dei “corvi”

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA ROMANA
PERIODO: REPUBBLICA E IMPERO ROMANO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: storia navale romana, arrembaggio

 

Fiumi d’inchiostro sono stati fatti scorrere dagli studiosi per dissertare sulla natura dei corvi polibiani, sebbene la razionalità suggerisca di dubitare delle loro storicità. Ma poiché il fascino delle mirabilia può anche assecondare un inconsapevole credo quia absurdum, molti si sono votati alla ricerca delle possibili soluzioni tecniche per pervenire ad una soddisfacente ricostruzione teorica del complesso meccanismo descritto con varie sfocature da Polibio. Pur comprendendo l’interesse che possa rivestire un tale controllo di fattibilità, mi sembra che, prima di decidere se gettarsi a capofitto in una ridda di ipotesi tecnologiche macchinose ed arbitrarie, sia più logico verificare preventivamente se i presunti “corvi” navali abbiano realmente potuto rivestire un ruolo di qualche importanza sotto il profilo tattico e sotto quello storico.

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Sul primo punto, vi è stato chi si è mostrato scettico sulla tenuta della passerella mobile e dell’intera struttura qualora l’aggancio della nave nemica fosse avvenuto con le unità in movimento , mentre per altri la manovra andava eseguita portandosi a fianco di quella nemica prima di abbassare la passerella, oppure, meglio ancora, facendo precedere l’affiancamento dallo “striscio lungo il fianco del nemico” (verosimilmente per spezzargli i remi), bloccando quindi la nave con l’aggancio del “corvo” per poi passare all’arrembaggio. Da tutte queste valutazioni traspare dunque la sensazione che la manovra per l’utilizzo del corvo polibiano richiedesse comunque cautela ed abilità marinaresca, pervenendo a fine manovra ad una situazione in cui il corvo stesso risultava concettualmente superfluo. Ciò in quanto con le navi ferme e quasi a contatto, oppure in lieve movimento per l’abbrivo e pressoché affiancate, sarebbe bastato un semplice lancio di grappini per avvicinare l’unità nemica fino a farla abbordare, consentendo così l’arrembaggio «senza ponte, né altro mezzo».

Alla stessa conclusione si perviene anche con un più attento esame dei vari tipi di avvicinamento possibili all’unità nemica, fermo restando che qualora fosse quest’ultima a manovrare per portarsi a tutta velocità allo speronamento della nave romana, nessuna passerella mobile avrebbe mai potuto evitare o attenuare l’impatto del rostro, poiché essa non era dotata di respingenti come i vagoni ferroviari.

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Quando invece era la quinquereme romana a prendere l’iniziativa di serrare le distanze per portarsi all’arrembaggio, essa avrebbe teoricamente potuto farlo inseguendo la poppa dell’unità nemica prescelta, o con rotta inclinata verso un suo fianco, oppure con rotta di controbordo. In quest’ultimo caso, dovrebbe essere evidente a tutti che il tentativo di agganciare la nave nemica con il “corvo” si sarebbe risolto con un disastro, perché la struttura, per quanto robusta potesse essere, sarebbe stata divelta, spazzando via gran parte dei classiari presenti sul ponte di coperta. L’avvicinamento ad un fianco della nave nemica mantenendo una rotta inclinata, navigando quindi sulla rotta di collisione, doveva per forza essere interrotto accostando su rotta parallela prima di giungere al contatto. Si veniva pertanto a raggiungere una posizione analoga a quella cui si sarebbe giunti provenendo dai settori poppieri, cioè navigando di conserva, più o meno al traverso ed a breve distanza dalla nave da arrembare. Abbiamo finora immaginato che quest’ultima fosse rimasta a lungo sulla stessa rotta, come se avesse voluto docilmente assecondare l’avvicinamento della quinquereme romana. Non sarà certamente stato così, ma possiamo comunque supporre che dopo varie manovre e contro manovre l’intraprendente comandante romano sia riuscito a raggiungere la predetta posizione ideale per agganciare la nave punica con il “corvo”.

A questo punto, anche il più assonnato dei comandanti cartaginesi dovrebbe essere uscito dal suo torpore ed aver immediatamente tentato una violenta accostata in fuori, con il timone e sciando con i remi del lato libero. È superfluo fare tanti disegni di fantasia o arrischiarsi in calcoli estremamente complessi sulle forze in gioco. Basta aver assisti-to ad un rifornimento laterale effettuato in mare dalle navi da guerra odierne: l’unità che deve rifornirsi raggiunge la rifornitrice mantenendosi su rotta parallela a quest’ultima, ad una distanza di poche decine di metri. La posizione corretta viene mantenuta regolando attentamente la velocità, per conformarsi a quella della rifornitrice, e ordinando al timoniere delle correzioni di rotta di un grado per volta alla girobussola. Ebbene, anche in quelle condizioni ideali, basta un pò di ritardo nell’aumentare o ridurre la velocità, oppure una minima distrazione del timoniere, per provocare allontanamenti improvvisi di tale entità che, qualora non immediatamente corretti, rischierebbero di danneggiare gravemente un’apparecchiatura sostenuta da cavi d’acciaio di gran lunga più robusti di qualsiasi corvo o equivalente attrezzatura antica. Dobbiamo quindi immaginare che anche il comandante romano si trovasse costretto a contromanovrare subito, per evitare di subire danni e per completare l’attacco, trovandosi ora in una situazione favorevole all’abbordaggio, ma con l’inutile intralcio della passerella mobile frapposta. In altre parole, la cattura di una nave nemica con il corvo poteva essere teoricamente possibile, ma solo a condizione di aver a lungo manovrato per raggiungere la posizione favorevole nonostante le contromanovre delle navi puniche, notoriamente più manovriere. Quindi un ben modesto vantaggio rispetto alla manovra per l’abbordaggio, che consentiva di arrembare più celermente e con minor rischio. 

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rostro della battaglia delle Egadi – foto Luca Palezza (GUE)

Quanto all’effettivo valore del contributo storicamente fornito dall’azione dei “corvi”, abbiamo visto che esso è stato limitato ad un solo evento, la battaglia navale di Milazzo (Mylae), in cui i Romani dimostrarono peraltro di saper già manovrare talmente bene – avendo speronato tredici navi puniche ed avendone schivato i rostri – da poter verosimilmente arrembare anche senza il dubbio ausilio dei corvi polibiani.

In definitiva, avendo riscontrato la totale irrilevanza dei presunti “corvi” navali, sia sul piano tattico che sotto l’ottica storica, possiamo ragionevolmente mettere da parte l’ingombrante fama di quella descrizione polibiana ed iniziare a parlare solo di arrembaggi.

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Classiari in assetto di combattimento sulla prora di una nave da guerra. Particolare di un bassorilievo presente nel Museo archeologico di Isernia

Un’antinomia di maniera
L’invalidazione del mito del corvo polibiano non esclude la persistenza del preconcetto relativo ad un altro presunto espediente truffaldino utilizzato dai Romani per ottenere la vittoria in mare nei confronti di navi e marinai qualitativamente migliori: quello di ricorrere all’arrembaggio, confidando nella forza dei combattenti imbarcati ed eludendo in tal modo il confronto fra l’abilità dei comandanti e fra le prestazioni nautiche delle rispettive navi. Si ripropone dunque, anche senza corvo, il motivo delle «battaglie navali trasformate in combattimenti (di forze) terrestri». Peraltro, chi si è ostinato ad imputare ai Romani questo escamotage, non ha ricordato che non si trattò di una prerogativa dei Quiriti, ma ebbe dei precursori proprio fra i Greci, come troviamo nelle pagine di Tucidide, prima a proposito dell’ingaggio navale fra Corinzi e Corciresi, e poi perfino nelle predisposizioni adottate dagli Ateniesi contro i Siracusani.

Dopo aver combattuto «ventiquattro anni di battaglie navali contro i Cartaginesi», i Romani si dimostrarono, con la vittoria navale delle Egadi, eccellenti marinai e superarono i Cartaginesi sul piano prettamente nautico, con l’abilità delle loro manovre. Ciò nonostante, il giudizio su di essi, perlomeno in epoca contemporanea, non ne risultò modificato: essi andavano comunque considerati dei cronici “terricoli”, poiché continuarono a preferire l’arrembaggio allo speronamento.

Trovo sempre alquanto sorprendente questa sorta di integralismo navalista espresso da persone prive di specifiche competenze nel campo delle operazioni navali reali. Il considerare ammissibile solo lo scontro di navi contro navi, anzi di scafi contro scafi, poteva essere comprensibile solo per gli antichi Greci che, fieri delle proprie glorie del passato, erano naturalmente portati a considerare con sufficienza gli arrembaggi compiuti dai Romani, questi parvenus del mare che travalicavano le regole del gioco.

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Mi sembra ben più difficile capire che degli studiosi dell’epoca moderna o contemporanea si siano conformati a quello stesso “integralismo”, ormai divenuto irrimediabilmente anacronistico visto che gli ultimi speronamenti sono avvenuti a Lissa. Chi è ora ancora convinto che l’arte del combattimento navale possa consistere solo nelle manovre per l’uso del rostro e non in quelle per l’arrembaggio, non dovrebbe ammettere fra le azioni delle marine degne di questo nome nemmeno il cannoneggiamento, il lancio di siluri e di missili, la guerra elettronica, le forze anfibie, gli incursori, l’uso di aeromobili imbarcati, come aerei, elicottero e droni, ed ogni altro sistema che agisca al di fuori degli scafi delle proprie navi. L’arrembaggio romano viene comunque prevalentemente giudicato, nel combattimento navale, quale alternativa di ripiego, considerandolo un’opzione di comodo, priva della peculiare difficoltà insita nello speronamento. Tuttavia, avendo assistito a centinaia e centinaia di manovre con evoluzioni ravvicinate effettuate dalle Corvette della Scuola di Comando Navale  per addestrare i futuri comandanti della Marina Militare, è impossibile non riconoscere la necessità di una buona dose di esperienza e di destrezza per poter affiancare un’altra nave in navigazione (anche se tale unità naviga con rotta costante), mentre per un malaugurato speronamento non serve alcuna abilità sopraffina: basta una deplorevole disattenzione. Inoltre, se uno volesse effettuarlo deliberatamente (come ancora si faceva nell’Ottocento con le prore munite di sperone), non dovrebbe fare calcoli complicati, poiché sarebbe sufficiente procedere direttamente sulla rotta di collisione. Qualunque comandante saprebbe farlo a vista, accertandosi solo di mantenere il rilevamento costante, cioè procedendo in quella situazione di pericolo dalla quale, normalmente, egli stesso ha cura di rifuggire con il massimo anticipo possibile.

Prescindendo quindi dalla maggiore o minor perizia necessaria per i due metodi di attacco, occorre anche considerare che la propensione dei Romani per l’arrembaggio non fu l’espressione di orientamenti estemporanei dei decisori di quel popolo, né derivò da una concezione eterodossa della guerra navale, ma fu la logica conseguenza dell’evoluzione delle tattiche navali, secondo un processo che si era già avviato in epoca ellenistica con il progressivo incremento delle dimensioni delle poliremi  e del numero di combattenti su di esse imbarcati. I Romani furono pertanto gli eredi e coscienziosi continuatori di tale evoluzione.

Naturalmente i due metodi di attacco continuarono a coesistere, poiché non si trattava di votarsi ad una sola delle due presunte scuole di pensiero, né di scegliere fra la raffinata eleganza di una sfida in punta di fioretto e la brutalità della mazza ferrata, ma di adottare di volta in volta la soluzione tatticamente più conveniente, cogliendo senza esitazione ogni opportunità di arrembaggio in modo da catturare la nave nemica.

fine III parte – continua

Domenico Carro

 

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