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Corsari romani – parte II

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA ROMANA
PERIODO: III SECOLO a.C.
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Roma

 

Sopraggiunse poi l’infausto anno 249 a.C., durante il quale le imponenti forze navali romane furono pressoché interamente annientate. Questa era dunque la situazione con la quale dovette misurarsi il Senato di Roma nel ricercare le soluzioni da adottare per la prosecuzione del conflitto. La condotta della campagna terrestre in Sicilia aveva fino allora beneficiato della determinante efficacia delle operazioni navali: le flotte romane, infatti, non solo avevano effettuato vari sbarchi per contribuire all’avanzata delle legioni, ma avevano inflitto severe perdite alle forze navali nemiche, limitando sensibilmente il loro sostegno tattico e logistico all’esercito punico.

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moneta di argento di Cartagine che ne esalta il potere navale

Quest’ultimo era stato pertanto costretto a ritirarsi sempre più verso l’estrema punta occidentale dell’isola, laddove ancora riuscivano a giungere sporadici rifornimenti marittimi da Cartagine, soprattutto a Trapani. Il porto di Lilibeo (Marsala), invece, era stato sottoposto dai Romani ad un blocco navale che era divenuto del tutto efficace dopo la cattura di due quadriremi puniche eccezionalmente veloci. Questa cattura, peraltro, si dimostrerà più avanti di preziosa utilità.

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La città di Lilibeo, fondata dai Cartaginesi sul promontorio della Sicilia più vicino alla costa africana, ha intrattenuto e mantenuto durante la sua storia uno stretto legame con il mare, dovuto anzitutto alla sua posizione strategica di crocevia nelle rotte da e per l’Africa

Al punto in cui si era giunti dopo l’inimmaginabile perdita della quasi totalità del naviglio romano, tutti i risultati fino ad allora conseguiti rischiavano di essere vanificati. Roma, nei suoi storici arsenali navali – urbano [10] ed ostiense –, non possedeva più che poche decine di quinqueremi. Queste erano appena sufficienti per mantenere un pattugliamento a difesa delle coste laziali e per inviare rifornimenti logistici alle legioni in Sicilia [11].

Non essendovi la possibilità di costituire una grande flotta da schierare nell’area delle operazioni belliche, decadeva la possibilità di ripristinare il blocco navale di Lilibeo e di fornire il sostegno necessario alle legioni. Inoltre – peggio ancora – si lasciava alle flotte puniche la più totale libertà di effettuare incursioni contro le coste dell’Italia meridionale [12] e di operare nelle acque sicule, sia per recare viveri e rinforzi alle loro truppe a terra, sia per aiutare tatticamente queste ultime creando pericolose diversioni in altri punti costieri dell’isola allo scopo di disperdere gli sforzi delle legioni romane [13]. Di conseguenza, la complessa trama tattica faticosamente intessuta dalle forze romane per estromettere i Cartaginesi dalla Sicilia rischiava di essere reiteratamente disfatta come la tela di Penelope.

D’altronde i Romani non erano più in condizione di dotarsi in breve tempo di una nuova flotta da opporre a quella punica. In quel conflitto essi avevano già sostenuto fino allora uno sforzo titanico nel varare un totale di almeno un migliaio di navi da guerra – quasi tutte quinqueremi – e nell’armare tutte queste unità con altrettanti equipaggi bene addestrati, per potersi misurare alla pari con gli espertissimi marinai cartaginesi. Le casse dell’erario erano quindi del tutto prosciugate e comunque occorreva attendere ancora diversi anni prima di poter reclutare ulteriori equipaggi idonei ad Ostia e presso le altre marinerie d’Italia.

In quel drammatico frangente, alcuni privati cittadini proposero di riparare a proprie spese le navi danneggiate e di utilizzarle essi stessi per attaccare il naviglio nemico e le coste africane, riservandosi il diritto di trattenere tutto il bottino catturato, a compensazione degli oneri sostenuti [14]. In altre parole, essi si candidarono al ruolo di corsari, esattamente come li intendiamo noi; ed il Senato di Roma acconsentì.

Quei privati cittadini, evidentemente, non erano dei perfetti sconosciuti, perché altrimenti i senatori non avrebbero dato loro alcun credito. Essi dovevano invece essere noti per aver già dato ottima prova di sé, per competenza marinaresca, abilità nel comando navale, fiuto ed audacia nell’affrontare il nemico per mare, scaltrezza e fortuna per imporsi su di esso: in pratica, tutti personaggi di rango consolare o pretorio che si erano illustrati al comando di flotte o di formazioni navali minori, accompagnati da comandanti di provata esperienza.

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Resti dell’elogio di Caio Duilio (CIL 1, 25) originariamente inciso sulla base della colonna rostrata eretta in suo onore nel Foro romano; epigrafe restaurata in epoca augustea. (Musei Capitolini)

Basti dire che il primo di questi privati fu Caio Duilio [15]: colui che undici anni prima aveva inaugurato la prestigiosa serie delle vittorie navali romane, sbaragliando la flotta punica in alto mare, al largo di Milazzo. Quel successo gli era valso l’attribuzione di due onori eccezionali: la celebrazione a Roma del primo trionfo navale e la dedica della prima colonna rostrata, eretta nel Foro. Polibio gli ha conferito una notorietà legata soprattutto alla presunta invenzione del cosiddetto “corvo”, un cervellotico marchingegno più suggestivo che credibile [16]. È bene riferirsi invece a quanto riportato dalle altre fonti antiche, che attribuiscono a Duilio il merito di aver introdotto a bordo delle navi romane l’uso delle manus ferreae [17], corrispondenti ai normali rampini o grappini d’abbordaggio [18]. Si tratta proprio dell’attrezzo che in tutte le epoche è stato lanciato dai marinai sulle navi nemiche da arrembare.

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Rappresentazione sommaria di un grappino d’arrembaggio, equivalente alle manus ferreae dei Romani

D’altronde l’arrembaggio non fu solo l’innovazione tattica adottata da Duilio per la sua prima battaglia navale, ma il tipo di attacco navale destinato a rimanere quello prediletto dai Romani, perché consentiva di catturare intatte le unità nemiche, con i loro equipaggi, anziché mandare a fondo queste preziose risorse. Lo stesso arrembaggio doveva quindi essere, a maggior ragione, la modalità tipica di tutti gli attacchi dei corsari romani.

Poiché le riparazioni delle navi danneggiate nell’estate 249 a.C. non avrebbero potuto richiedere un tempo superiore al successivo arco invernale, è presumibile che le azioni navali corsare siano state avviate fin dalla primavera-estate del 248, dovendo poi proseguire fino all’inizio del 242 [19]. Di quanto avvenne in questi sei anni, Polibio ci dice solo che Roma aveva temporaneamente rinunciato alla guerra navale. In effetti quello che facevano dei cittadini che andavano per mare a titolo privato, operando prevalentemente in prossimità delle coste africane, rimaneva al di fuori dell’ufficialità. Non abbiamo quindi notizia di tutti i numerosi attacchi [20] che vennero audacemente effettuati da quei corsari, ma sono pervenuti i due seguenti esempi piuttosto significativi.

Nel 247 a.C. le navi corsare romane effettuarono un’ardita incursione ad Ippona Diarrito (odierna Biserta), il secondo porto più importante dei Cartaginesi. Dopo essere penetrati all’interno del bacino portuale, i Romani diedero fuoco a tutte le navi puniche presenti ed a numerosi magazzini retrostanti. Non potendo reagire colpendo le navi romane, che navigavano celermente nell’ampio specchio d’acqua, i Cartaginesi. tentarono di intrappolare gli aggressori affrettandosi a tendere la pesante catena di protezione che chiudeva l’imboccatura del porto.

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Direttrici principali delle incursioni offensive condotte dai “corsari romani” negli anni 248-242 a.C. (disegno D. Carro)

Questa mossa era probabilmente stata prevista da Duilio, che mise prontamente in atto un’abile contromossa: facendo transitare ciascuna nave in corrispondenza della parte centrale dello sbarramento, laddove la curva della catenaria rimaneva inevitabilmente poco al di sotto del pelo dell’acqua, tutto l’equipaggio doveva portarsi a poppa per far sollevare la prora in modo che il rostro superasse l’ostacolo; poi, quando l’unità era avanzata a forza di remi fino ad avere la catena a metà nave, l’equipaggio doveva passare all’estrema prora, facendo così sollevare la poppa e consentendo il sollecito allontanamento verso l’alto mare. Così facendo tutto il gruppo navale corsaro poté uscire senza danni e dirigere la propria navigazione verso la Sicilia, ove l’attendeva un altro successo. Giunte infatti nel golfo di Palermo, le navi romane vi trovarono una squadra navale cartaginese, che venne affrontata in mare e sconfitta [21].

Fine II parte – continua

Domenico Carro

 

Note
[10] I Navalia dell’Urbe, sulla riva meridionale del Campo Marzio, appena a monte dell’Isola Tiberina.
[11] Tali attività sono coerenti con quanto effettuato, con analoghe limitazioni di risorse navali, nel biennio 252-251 a.C. (Eutr. 2, 23; Pol. 1, 39)
[12] Si registrò effettivamente un’importante incursione nel 247 a.C.: la flotta punica comandata da Amilcare Barca saccheggiò le coste calabre e si spinse poi più a nord lungo il litorale tirrenico, ma non andò oltre il territorio di Cuma (Pol. 1, 56). Ciò parrebbe confermare che la costa laziale era protetta.
[13] Lo stesso era accaduto nei primi anni di guerra, prima che i Romani inviassero la loro prima grande fotta di quinqueremi (Pol. 1, 20)
[14] Zon. 8.16.3; sulla costituzione della “squadra corsara romana”: L. Loreto, La grande strategia di Roma nell’età della prima guerra punica (ca. 273 – ca. 229 a. C.): l’inizio di un paradosso, Napoli 2007, pp. 217-218 e 221-222
[15] La presenza di Duilio è attestata da Frontino: cfr. successiva nota 21.
[16] Ne parla solo Polibio, e solo per due battaglie navali: Milazzo ed Ecnomo. Risulta molto convincente la tesi che i corvi non siano mai esistiti, ma siano stati un’invenzione punica accolta da Filino di Agrigento, una delle fonti di Polibio (M. Sordi, I «corvi» di Duilio e la giustificazione cartaginese della battaglia di Milazzo, in “Scritti di storia romana”, Milano 2002, pp. 198-201)
[17] Flor. epit. 1, 18, 9: Frontin. strat. 2, 3. 24; Vir. ill. 38, 1
[18] Per l’abbordaggio i Romani usavano anche gli arpagoni (harpagones), costituiti da un’asta metallica uncinata tenuta da un corto spezzone di catena che proseguiva con il normale cavo vegetale. Ad essi accenna Zon. 8, 11, 2
[19] La continuità dell’impegno dei corsari romani fino a quel termine è chiaramente desumibile da quanto detto in Zon. 8, 16, 8
[20] Alla molteplicità degli attacchi romani accenna Giovanni Zonara: “Fra le varie altre offensive ch’essi condussero contro i nemici …” (Zon. 8, 16, 3)
[21] L’intera operazione è riferita da Zon. 8, 16, 3-4; l’accorgimento per superare la catena è riportato negli stessi termini da Frontin. strat. 1, 5, 6 che, tuttavia, colloca l’evento a Siracusa: si tratta di un palese errore (probabilmente del copista), poiché questa era una città alleata. Per contro, non vi è motivo di dubitare dell’identità di Caio Duilio, seguendo l’arbitraria ipotesi di una omonimia (non rilevata da Frontino) ventilata da S. Gsell, Histoire ancienne de l’Afrique du nord – Tome III: Histoire militaire de Carthage, Paris 1918, p. 95

 

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