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La nascita della pesca moderna in Italia: la pesca meccanica – parte I

Reading Time: 6 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: PESCA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: ITALIA
parole chiave: Pesca commerciale

 

L’attività di pesca, sia in mare che nelle acque interne, ha sempre consentito agli esseri umani di dare un importante contributo alla propria alimentazione. Tracce di attività di pesca ci portano indietro di millenni con resti delle reti impiegate (ami e pesi in ceramica per mantenere le reti sul fondo o perpendicolari). I pescatori impiegavano piccole imbarcazioni costiere propulse a remi o a vela che consentivano di effettuare una pesca limitata ma sufficiente a soddisfare le esigenze familiari.

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Mosaico che mostra imbarcazioni da pesca nel porto di Classe, l’antico porto di Ravenna. Conservato nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, questo mosaico murale è del 504 d.C. è originario della chiesa del palazzo ariano del re ostrogoto Teodorico.

Da sempre le attività di pesca, sia in mare che in acque interne, consentirono agli esseri umani di dare un importante contributo alla propria alimentazione. Tuttavia la limitata efficienza delle tecniche di pesca e la carenza di mezzi di conservazione del pescato per secoli limitarono l’area di consumo dei prodotti ittici ad un ambito locale ed impedirono che tali attività superassero il livello artigianale e familiare. Non a caso la pesca manteneva un carattere stagionale nelle acque “di casa” e, per molti pescatori, l’attività marittima si alternava coi lavori agricoli. Il sistema propulsivo delle barche da pesca maggiori era costituito prima da vele quadre e “latine” (triangolari) poi, a partire dal XVIII secolo, furono sostituite da vele più efficienti dette “al terzo” (trapezoidali).

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bragozzi da pesca al rientro in porto, Museo della Marineria di Cesenatico

All’inizio del XX secolo i sistemi di pesca si modernizzarono, come d’altronde tutta l’economia italiana del settore. Lungo le coste italiane pian piano si assistette alla fine della pesca con retelle, sciabica, paranze effettuata con le lancette, simbolo di una marineria per lo più di piccolo cabotaggio ad economia familiare, per evolversi verso una pesca con caratteristiche industriali che si spingeva a distanze sempre maggiori dalle coste italiane per spingersi fino agli oceani

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Pesca alla Tratta, Archivio Nanni

La nascita della pesca meccanica
Sino alla Prima guerra mondiale, la pesca velica, a paranza, era predominante lungo il nostro litorale; nel primo dopoguerra cominciò a diminuire a vantaggio di quella effettuata con le prime imbarcazioni a motore. Lo sviluppo di tali mezzi meccanici nell’Atlantico spinse ad esperimenti varî anche nei mari italiani; nel primo anteguerra navi tedesche sperimentarono l’otter board trawl (rete da traino a divergenti) in Adriatico, un piroscafo inglese tentò tale attività fra la Corsica e l’arcipelago toscano seguiti dai primi tentativi industriali da parte di imprenditori siciliani nello Jonio.

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L’imbarcazione San Marco varata da Monsignor Francesco Sciocchetti nel 1912 foto da www.rivieraoggi.it

A San Benedetto del Tronto vi furono i tentativi di monsignor Francesco Sciocchetti, (lu curate de la Maréne in dialetto sambenedettese). dapprima con il San Marco, il primo battello portapesce a motore varato il 26 maggio del 1912, e poi con il Truentum. Sebbene i risultati furono limitati l’invenzione diede un importante impulso economico alla città per quanto riguarda la pesca. Il portapesce consentì ai pescatori sambenedettesi di varcare i confini del Mare Adriatico aprendo una nuova concezione dell’attività ittica. Per questa innovazione il curato fu premiato con medaglia d’oro dal Ministero dei Lavori Pubblici.

La “Grande Guerra” arrestò forzatamente l’opera di ammodernamento tecnologico, con tutti i suoi tentativi, prove tecniche e collaudi dei motori. Oltre ai privati, nel 1912, vi fu un esperimento governativo di pesca meccanica in Adriatico (al largo di Ancona), condotto dal Paolucci, anch’esso senza un grande successo seguito dalla Nekton di Fiume, durante la guerra mondiale, sempre con esito incerto.

Altri tentativi fece il Police nel 1919 a Napoli, che rilevò la non adeguatezza dei materiali con risultati, nel complesso, scarsi. Né migliore esito ebbero gli esperimenti effettuati nell’immediato dopoguerra della Regia Marina italiana ed il Ministero dell’Agricoltura, che impiegarono motoscafi antisommergibile (MAS) tipo Elco (40 tonnellate) lungo il litorale romano e l’arcipelago toscano.

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Un impiego in accordo con la Legge 24 marzo 1921 n. 312, art. 34, commi 8°, 9° e 10°, e art. 35 comma 2°, che citava “Per le ricerche scientifiche applicate alla pesca e per tutte le indagini relative all’incremento di tale industria il Ministero dell’agricoltura e delle foreste si vale del Regio laboratorio centrale di idrobiologia applicata alla pesca, dipendente dall’Ufficio centrale della pesca, che lo dirige, di Osservatori limnologici per lo studio dei bacini lacustri, e di Osservatori di pesca marittima”.  Questo laboratorio si avvaleva anche della Regia Squadriglia sperimentale di pesca, istituita con Regio decreto 10 giugno 1920, n. 913. art. 3., in Sardegna, sotto la guida del comandante Mancini, e, per le ricerche oceanografiche, del Regio comitato talassografico italiano.

L’insuccesso di dette sperimentazioni era legato al fatto che la rete nordica era troppo pesante nei mari italiani e facilmente si incagliava a causa della natura del fondo. Per ottenere risultati migliori occorreva dunque modificare l’otter trawl; il problema fu risolto, nel 1921, da Umberto Lupi di Viareggio che modificò la paranza mediterranea adattandola ad un traino meccanico. 

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Il tentativo diede ottimi risultati e l’attrezzatura da lui ideata, con lievi modifiche, divenne comunissima, nelle acque italiane, trainato in genere da un solo peschereccio a propulsione meccanica. Ad Ancona, piropescherecci sperimentarono la pesca in coppia del pesce azzurro. Risolti questi problemi, nel dopoguerra, la pesca meccanica si sviluppò grandemente in Italia.

In particolare, la motorizzazione del naviglio fu un processo veloce (al 31 dicembre 1933 vi erano 1270 battelli motorizzati per 33.785 tonnellate lorde) e fu agevolata dal governo attraverso:
a) premi all’esercizio di motopescherecci;
b) premiazione dei migliori motopescherecci (per selezionare i tipi più adatti);
c) standardizzazione del naviglio in quattro tipi fondamentali, che più si adattano alla pesca industriale nelle acque italiane: pesca ravvicinata, pesca di altura, grande pesca oceanica, e per l’Adriatico.

Le dimensioni dei pescherecci, per ragioni ambientali del Mediterraneo, erano legate al prodotto della pesca giornaliera di un singolo battello e si calcolavano normalmente in quintali; in quella oceanica e nordica si calcolava, invece, in tonnellate per cui tali caratteristiche non si adattavano alle esigenze nei nostri mari.

In genere il motopeschereccio impiegato per la pesca ravvicinata in Italia, aveva una lunghezza di circa 18 metri (con una lunghezza fuori tutto di 20 metri), una larghezza di 5 metri ed un’immersione sufficiente a dare al battello una certa stabilità. Avevano motori che garantivano una potenza intorno agli 80-90 HP. Accanto a questi battelli, che costituivano la massa della flotta peschereccia italiana, si sviluppò la tendenza, specie nell’arcipelago toscano e nell’Adriatico, a costruire motopescherecci d’altura con motori di potenza variabile tra i 200 e i 250 HP, lunghezza 20-30 metri, sia per raggiungere campi di pesca più lontani, sia per pescare in acque profonde.

Fine I parte – continua

Gianluca Bertozzi

 

FONTI
GENEPESCA: Marinai contro le avversità del destino di Paolo Ponga
Cefalo e Sogliola: Storia di ventiquattro trawlers tedeschi in Italia  di Francesco de Domenico
Pesci, barche, pescatori nell’area mediterranea dal medioevo all’età contemporanea. Atti del Quarto Convegno Internazionale di Studi sulla Storia della pesca. Fisciano-Vietri sul Mare-Cetara, 3-6 ottobre 2007
Voce PESCA Enciclopedia italiana, 1935
Due pescherecci molto speciali di Claudio Rizza
Merlini Filippo – Dizionario Biografico degli italiani

 

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