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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Marittimità romana – parte I

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA ROMANA
PERIODO: VIII SECOLO – IV SECOLO a.C.
AREA: DIDATTICA
parole chiave: marittimità, Roma

 

Quando Romolo prescelse il colle sul quale fondare la Città Eterna, quel sito era immerso in uno scenario spiccatamente acquatico, del tutto simile a quanto Tito Livio ci ha descritto parlando della leggendaria esposizione dei due gemelli [1]. Lo storico ab Urbe condita precisa, infatti, che la cesta con i neonati figli di Rea Silvia venne abbandonata vicino al bordo della palude formata dalle acque del Tevere, laddove queste lambivano il Palatino, in un punto ancora riconoscibile in epoca augustea per la presenza del Fico Ruminale. Gli antichi Romani sapevano che non era stata un’anomala piena del fiume a provocare quello straripamento: si trattava di un allagamento cronico, che alimentava delle paludi permanenti – non guadabili a piedi – nelle depressioni vallive attigue all’ansa immediatamente a sud dell’isola Tiberina[2]. Questo concorde convincimento delle fonti antiche è stato accolto senza difficoltà da tutti gli studiosi successivi, fino all’epoca moderna[3].

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Area attorno al Palatino nel VIII sec. a.C. (da G. Cozzo [8]; rielaborazione D. Carro)

Il carattere palustre della predetta area nel VIII secolo a.C. risulta inoltre comprovato dalla geologia[4] e dall’archeologia[5]. Nella nascente Roma, in effetti, i tre più occidentali dei sette colli erano in origine bagnati e reciprocamente separati dalle acque del Tevere, abbondantemente spanse nel Velabro e nella valle Murcia. Il Palatino, in particolare, dalla sua posizione centrale dominava l’area pianeggiante compresa fra le sue pendici occidentali e l’ansa del fiume[6], consentendo di esercitarvi in via esclusiva il controllo delle peculiari e redditizie attività che vi si svolgevano fin dall’epoca protostorica: sulla riva, il fiorente commercio del sale – destinato alla Sabina[7] – e delle altre merci che affluivano in quel privilegiato nodo di traffico[8]; sul fiume, il lucroso servizio di traghetto di uomini e merci fra la riva latina e quella etrusca. Tale servizio poteva infatti sfruttare le favorevolissime condizioni presenti in quello specifico punto, ove il sensibile rallentamento della corrente consentiva l’attraversamento in sicurezza di zattere e chiatte con carichi pesanti, mentre l’espansione delle acque a ponente dell’ansa aveva creato un ancoraggio naturale[9] per i mezzi navali adibiti a traghetto, per altri natanti e per eventuali navi giunte colà per motivi di commercio.

Grazie alla singolare posizione strategica del Palatino, affacciato su quello che era allora il più importante crocevia della nostra Penisola, la nuova città attrasse dalle regioni confinanti “una turba indiscriminata – di uomini liberi e di schiavi – avida di novità” [10]. Questo fu, secondo Livio (e nulla ci induce a dubitarne), il nucleo originario del popolo Romano: una moltitudine composita e socialmente eterogenea, che non includeva principalmente contadini e pastori [11], secondo il trito stereotipo, ma gente di ogni provenienza, inclusa una discreta percentuale di avventurieri, trafficanti e fuorilegge. Si trattava dunque di una popolazione che assommava in sé una gamma di esperienze ben più ampia e variegata di quanto acquisibile nell’idilliaco ambito rurale, essendo pertanto perfettamente predisposta a cogliere e valorizzare le inconsuete opportunità che si aprivano in quel nuovo e promettente contesto.

I primi Quiriti iniziarono quindi ad esercitare il loro ruolo di cittadini romani stando praticamente con i piedi nel Tevere ed avendo davanti agli occhi, quale spettacolo più abituale e familiare, proprio l’ampia distesa di quelle acque e le relative scene navali. È abbastanza logico attribuir loro anche la consapevolezza del collegamento immediato di quelle stesse acque con il mare, visto che gli Etruschi – da cui essi trassero conoscenze e costumi – gestivano delle intense attività navali nel Tirreno. In ogni caso, non appena i Romani assunsero il controllo delle rive del breve corso del fiume a valle della città, essi fondarono la loro prima colonia proprio alla foce, ovvero sul primo lembo di costa marittima da essi posseduto.

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Le foci del Tevere dal VII sec. a.C. ad oggi (da P. Bellotti [15]; rielaborazione D. Carro)

La tradizione attribuisce la fondazione di Ostia al quarto re di Roma, Anco Marzio (640-616 a.C.), che vi realizzò anche le saline[12]. Di questa prima colonia dell’età regia l’archeologia non ha finora trovato alcuna traccia, per il semplice motivo che la foce del fiume si era recentemente spostata [13], portandosi in prossimità dello stretto cordone litoraneo che divideva lo Stagno di Ostia dal mare. In quella posizione il terreno era ancora troppo esiguo ed instabile per potervi edificare delle consistenti strutture urbane. La primissima Ostia dovette dunque essere solo un avamposto [14] utile per controllare l’accesso marittimo all’Urbe ed anche per dotarla di proprie saline, anziché dipendere da quelle dello Stagno di Maccarese, che erano in mano etrusca. Sappiamo infatti che pochi anni dopo, intorno al 600 a.C., lo Stagno di Ostia fu improvvisamente invaso dall’acqua di mare ed ebbe, solo a partire da quel momento, una componente salina. È possibile (ed anche abbastanza verosimile) che la rottura del cordone litoraneo sia stata deliberatamente provocata dai Romani [15], che poi allestirono e sfruttarono le saline ostiensi. È comunque interessante notare che l’ampio specchio d’acqua messo in comunicazione con il mare doveva risultare anche idoneo ad essere in parte sfruttato come ancoraggio di fortuna.

Prescindendo dalla pur elevata valenza economica delle nuove saline, la finalità primaria della fondazione di Ostia fu evidentemente quella di fornire a Roma un accesso sicuro al mare, creando uno scalo “per le grandi navi e per i marinai che sul mare si procacciano da vivere”[16]. Proprio in quegli anni l’ancoraggio ostiense accolse le navi dei Focesi che si trasferivano verso la costa meridionale della Gallia per fondarvi Marsiglia. In tale occasione questi Greci strinsero con i Romani un legame di amicizia ed alleanza destinato a permanere saldissimo, grazie al costante sostegno fornito dai Marsigliesi agli impegni bellici di Roma[17]. Le altre navi che dovevano approdare normalmente ad Ostia erano di certo quelle impiegate per i traffici marittimi diretti all’Urbe[18].

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Il Portus Tiberinus in età arcaica (da F. Coarellii [5]; rielaborazione D. Carro)

L’ormeggio di queste navi a Roma si semplificò nel corso del VI secolo a.C., quando la bonifica delle paludi dei Velabri – con la costruzione della Cloaca Maxima – venne portata a termine, lasciando a ponente dell’isola Tiberina quella profonda insenatura che costituì il Portus Tiberinus, cioè il primo vero e proprio porto fluviale della città. L’insenatura, la cui forma ed estensione risulta comprovata dall’orientamento degli antichissimi templi eretti attorno ad essa e dal percorso aggirante della Cloaca Maxima [19], fu completamente interrata solo in epoca augustea, quando le incessanti operazioni di carico e scarico delle navi fluviali si svolgevano nel modo migliore presso le ben più ricettive strutture portuali dell’Emporium.

Fine Parte I – continua

Domenico Carro


Note
[1] Liv. 1, 4.
[2] Marco Terenzio Varrone accenna alle paludi dei due Velabri (maggiore e minore), precisando che essi venivano attraversati dalle barche che traghettavano i passeggeri a pagamento (Varro ling. 5, 44 e 156). Analoghi accenni alle antiche paludi, alle barche ed ai relativi nocchieri sono presenti anche in epoca augustea (Tib. 2, 5, 33-34; Prop. 4, 9, 5-6; Ov. fast. 6, 405-414).
[3] Cfr. R. Venuti, Accurata e succinta descrizione topografica delle antichità di Roma – Parte prima, Roma 1763, pp. 1-2; F. Nardini, Roma antica, Tomo II, Roma 1838, p. 249; A. Nibby, Roma nell’anno MDCCCXXXVIII, Parte I – Antica, Roma 1838, pp. 3 e 44-46.
[4] A. Verri, Sulla natura del terreno di Roma a sinistra del Tevere, in “Bollettino della Società Geologica Italiana”, 28 (1909), 1, pp. 191-195.
[5] I percorsi delle vie più antiche costeggiavano le pendici dei colli ai lati delle paludi: F. Coarelli, Il Foro Boario, Roma 1992, p. 34.
[6] L’area di mercato – Foro Boario ante litteram – era strettamente connessa al più antico pomerio della città (Tac. ann. 12, 24, 2).
[7] Merce avviata lungo l’antichissima via Salaria (Plin. nat. 31, 89; Fest. p. 436 L), che iniziava probabilmente proprio in quell’area: F. Coarelli, Il Foro … cit., pp.  107-111.
[8] G. Cozzo, Il luogo primitivo di Roma, Roma 1935, pp. 7-8, 135 e 187.
[9] Id., ibid., pp. 135-136; F. Coarelli, Il Foro … cit., pp. 23 e 236-237.
[10] Liv. 1, 8.
[11] Attorno al Palatino non vi erano nemmeno dei terreni idonei per coltivare quanto necessario alla città (Strabo 5, 3, 2), né per assicurare dei pascoli soddisfacenti (G. Cozzo, Il luogo … cit., pp. 5-6).
[12]  Cic. rep. 2, 18; Liv. 1, 33, 9; Plin. nat. 31, 89.
[13] Prima del VII sec. a.C. il fiume sfociava “nei pressi dell’attuale alveo di Fiumicino”: C. Giraudi, C. Tata, L. Paroli, Carotaggi e studi geologici a Portus: il delta del Tevere dai tempi di Ostia Tiberina alla costruzione dei porti di Claudio e Traiano, in “The Journal of Fasti Online”, 80 (2007), p. 3.
[14] F. Di Rita , A. Celant, C. Conati Barbaro, Interazioni tra clima, ambiente e uomo nell’evoluzione olocenica del delta del Tevere: dati paleobotanici e ritrovamenti archeologici, in “Rendiconti Online della Società Geologica Italiana”, 18 (2012), pp. 21-22.
[15] P. Bellotti, G. Calderoni, F. Di Rita, M. D’Orefice, C. D’Amico, D. Esu, D. Magri, M. Preite Martinez, P. Tortora, P. Valeri, The Tiber river delta plain (central Italy): coastal evolution and implications for the ancient Roman Ostia settlement, in “The Holocene”, 21-7 (2011), pp. 1114-1115
[16] Frammento sulla fondazione di Ostia, dagli Annali di Ennio (Fest. P. 259 M).
[17] Iust. 43, 3,4; Solin. 2, 51. Lo stesso Giustino riferisce che i Marsigliesi aiutarono attivamente i Romani in tutte le guerre (Iust. 43, 5, 3).
[18] F. Coarelli, Il Foro … cit., p. 120.
[19] Il Tempio di Portuno dominava la banchina meridionale; quelli di Fortuna e Mater Matuta erano a nord-est. Cfr. F. Coarelli, Il Foro … cit., p. 242.

 

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