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Strategie o ambiguità, non solo energetiche. Un cambiamento della politica tedesca tra strategia militare e energetica?

Reading Time: 6 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ENERGIA
parole chiave: North Stream

 

Prima ancora del conflitto Russo-Ucraino e della crisi energetica ho evidenziato il detonatore della politica, apparentemente solo energetica, della Germania.

Il fattore detonante, passato inosservato a strateghi ed analisti, è stato il NorthStream2, un’opera colossale ed inutile secondo qualsiasi logica tecnica e di pronta redditività, ma era parte della strategia di isolamento dell’Ucraina e degli ex vassalli sovietici del Patto di Varsavia nonché simbolo ed apoteosi dell’unione russo tedesca, ed infine una trappola in cui – sia per propiziare un possibile nuovo rapporto con la Germania, sia per assurde motivazioni di politica interna statunitense – è caduto Biden.

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Il NorthStream2 – avviato e realizzato con finanziamento tedesco, quasi come una sfida in piena vigenza delle sanzioni alla Russia – ha segnato, quasi tra l’indifferenza della maggioranza dei partner europei, un cambiamento storico della postura geopolitica tedesca, sempre tesa a riscattare segni e condizionamenti della sconfitta nella Seconda guerra mondiale e quindi punita con la privazione di autonome capacità strategico/militari, solo apparentemente privata di un vero e proprio pensiero strategico.

Negli ultimo decenni del ‘900 la strategia tedesca non è stata militare ma finanziaria: ben prima della moneta unica la moneta di scambio che ha soppiantato il dollaro, soprattutto nelle relazioni dei paesi europei (prima ancora della UE) è stato il marco, la seconda moneta corrente nei paesi balcanici e dell’Est, post crollo dell’Unione Sovietica.

L’espansione verso Est e verso sud-Est della Germania, che non aveva avuto successo con la Blitzkrieg, è stata condotta con il marco che, in parallelo, è divenuto un condizionamento verso i partner europei che si assoggettavano per i loro scambi ad una moneta stabile; il tutto ha infine avuto il suo consolidamento con la moneta unica, l’euro quale clone del marco (ricordiamo con enormi vantaggi per la Germania).

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La moneta tedesca è stata una leva per la costruzione di una rinnovata influenza geopolitica tedesca ma anche con la moneta unica la solidità della finanza tedesca potrebbe quasi diventare un rischio, un asset da giocare qualora ci fosse a Berlino una nuova volontà di esprimere potenza.

Una politica tedesca solo apparentemente ambigua, capace invece di scegliere in misura adeguata alla propria statura le opportunità del momento, di volta in volta allineandosi (senza sottomissione) con gli Stati Uniti, a gestire le risorse (gas, energia) della storica rivale, la Russia, a soggiogarla industrialmente, per poi commerciare (soldi!!!) con la sfidante di tutti, la Cina.

Non un’indecisione perenne, come si è voluto minimizzare questi straordinario balletto in forma giustificativa da parte di alcuni osservatori, ma geostrategia e geopolitica ben pianificate, costanti, facilitate dalla lunga permanenza al vertice della Germania della cordata che più si è beneficiata (alla faccia dei conflitti di interesse!!!) di questa condotta.

Una politica ambigua che si era già rivelata utile (e coerente per la Germania) nel caso delle sanzioni alla Russia conseguenti all’invasione dell’Ucraina e l’annessione di fatto della Crimea: adesione formale alle sanzioni, ma immediate triangolazioni ed ammiccamenti e compiacenze nel quadro della conservazione dell’esistente e dei rapporti di potere (massimo nel trattamento del tema energia, supporto di una Russia il cui benessere è basato sulle comodities e non su manifattura) che per la Germania si è tradotto in una assioma: massimizzazione dei benefici, senza pagarne i costi.

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Un successo, quasi un’indipendenza strategica che ha creato attriti con l’ingombrante alleato atlantico ma non ha sempre portato benefici all’Unione europea. La Germania si è rivelata l’unica potenza che avrebbe potuto insidiare l’egemonia a stelle e strisce sul continente, strizzando l’occhio e dimostrandosi disponibile a stringere la mano alla potenza russa, e non ha mancato di farlo pesare, sia nell’immediato che guardando al domani.

La stessa forma e formula di determinazione del prezzo del gas in Europa è stata ed è dimostrazione di questa strategia, complice l’abdicazione degli altri paesi della UE, quasi una delega in bianco, su volumi, prezzi, forma di contrattazione inspiegabilmente evoluta a contratti spot. Gli Stati Uniti avevano compreso la strategia, con grande preoccupazione, e recepito il messaggio: ne derivò la proposta di un Partenariato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP), lanciata nel 2013 e stroncata, in un innegabile momento di stallo generale delle trattative, a fine agosto 2016 da una dichiarazione unilaterale del vicecancelliere tedesco.

Si trattava di un trattato transatlantico orientato verso un equilibrio di difficilissimo raggiungimento, ma ovviamente e sempre osteggiato dalla Germania: il suo fallimento aveva portato alla reazione quasi umorale dell’amministrazione Trump dell’applicazione di dazi, ed oggi la sovrapposizione delle crisi porta ad una sua inevitabile riedizione, seppur limitata, con minor potere contrattuale europeo. Oggi si potrebbe profilare, con il cambio di governo tedesco e le sempre più evidenti prese di distanza dal “regno Merkel”, una maggiore sensibilità comunitaria, ma gli interessi di parte sono sempre evidenti: proprio nel momento in cui si deve affrontare la crisi del gas, si aprono, finalmente, le necessarie alternative di fornitura, ed il Consiglio Europeo riconosce trattamenti speciali agli stati più colpiti (Spagna e Portogallo ma stranamente non l’Italia), consentendo loro di gestire autonomamente i prezzi e quindi i costi (anche come acquisti) visto che il mix energetico della penisola Iberica ha una grande quota di rinnovabili con poche interconnessioni“.

Gli Stati UE restano divisi sulle soluzioni per contrastare l’impennata dei prezzi del gas. Germania e Olanda sono contrari ad interventi sulla fissazione del prezzo del gas – loro tradizionale arbitrio – e a riformare il mercato elettrico staccando il costo del gas da quello dell’elettricità.

Da sottolineare pertanto con preoccupazione la dichiarazione del cancelliere tedesco Olaf Scholz al termine del recente summit europeo, quando ha ribadito che la Germania e altri Paesi sono scettici quando si tratta di interventi sul mercato dell’energia perché si mettono a rischio le forniture e non c’è un effetto sostenibile sui prezzi.

Voci interessate, forse troppe interessate, e parte di quell’antiamericanismo sempre latente, tese ad enfatizzare un supposto passaggio da una dipendenza all’altra. Non si tratterà di un collegamento “rigido” di dipendenza, quale un gasdotto (le navi possono essere spostate verso diversi fornitori) ma perché finalmente si dovrebbe uscire da quel perverso meccanismo controllato da Germania e Olanda che ha condizionato (sempre al rialzo) il prezzo del gas in Europa. Val la pena ricordare che, ante crisi, il costo sul mercato europeo era cinque volte superiore al già caro costo del poco gas estratto in Italia da giacimenti nazionali.

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Nelle recenti dichiarazioni, sia del Consiglio Europeo sia a conclusione degli incontri bilaterali UE – USA, si insiste che il prezzo deve essere “accessibile”. Secondo l’accordo (che è politico e non commerciale) la formulazione del prezzo dovrebbe tenere in considerazione l’Henry Hub Natural Gas Spot Price e altri fattori stabilizzanti.

L’Henry Hub è la quotazione di riferimento del gas americano, che spunta prezzi storicamente inferiori a quelli del TTF, il prezzo europeo fissato tra Germania ed Olanda).

Nello stesso momento dell’accordo il prezzo Henry Hub, speculativamente salito proprio in seguito all’accordo, era quasi sette volte inferiore a quello del TTF

Il riferimento non è obbligatorio, essendo regolato su prezzi spot, e la stessa Unione Europea enfatizza l’aspetto calmierante, che dovrebbe essere vantaggioso per le stesse compagnie statunitensi e rendere interessante la vendita del gas all’Europa in una prospettiva di una domanda stabile nel lungo termine.

Non solo, i contratti a lungo termine spuntano prezzi inferiori rispetto a quelli spot, ma possono risultare ulteriormente calmierati grazie a clausole “take or pay” rese possibili dalle capacità di stoccaggio europee, riconducibili a Germania ed Italia.

Un inversione di rotta nella contrattualità e nella fissazione dei prezzi (quelli USA non tengono conto degli orpelli, delle sovrattasse e delle speculazioni conseguenti alla follia demagogico/ambientalista che ha imperato in materia energetica nella UE, prima con il persino accettabile 20-20-20 e poi con le follie degli obiettivi 2030 e 2050. In parallelo a queste diatribe sul gas appare positivo, come inversione di tendenza, l’annuncio (e si spera la decisione) del Governo tedesco che vorrebbe divenire pressoché indipendente dal petrolio russo per la fine del 2022 e dal gas entro i primi sei mesi del 2024.

Con questa radicale inversione di marcia, ai fini della prevenzione di tensioni e reazioni russe, resterebbero comunque da valutare l’opportunità e la convenienza di rapporti on/off nei confronti della Russia.

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Non solo la prosperità ma anche la sopravvivenza della Russia dipendono dagli introiti delle comodities: mantenere un giusto livello di acquisti, seppur con le opportune ridondanze ed alternative, significa avere potere contrattuale e controllo da parte dell’Occidente. Tagliarli significa mettere alle corde un vicino che potrebbe nella disperazione tentare azzardi.

Un ultima riflessione potrebbe essere fatta sull’influenza dell’ineffabile, demagogica ed irraggiungibile dichiarata politica di transizione energetica della UE e sulla sua influenza sulle recenti azioni del Cremlino.

Gian Carlo Poddighe 

articolo pubblicato precedentemente su DIFESAONLINE

 

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