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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Regia Nave San Giorgio
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Dopo i primi anni sfortunati in cui era incorso, non per sua colpa ma dei suoi comandanti, in due incagli, il regio incrociatore San Giorgio riprese il mare e la sua funzione operativa.
Nel corso del primo conflitto mondiale, la nave operò contro la Marina austro-ungarica principalmente in Adriatico meridionale, impegnata tra Brindisi, Otranto, Valona, e nella difesa di Venezia. Il 26 settembre 1918 il comandante delle forze navali italiane, ammiraglio Paolo Thaon di Revel, affidò la conduzione di un’operazione contro la base di Durazzo all’ammiraglio Osvaldo Paladini: all’azione di fuoco sarebbero stati destinati due gruppi di incrociatori: uno italiano con gli incrociatori corazzati San Giorgio, Pisa e San Marco scortati da otto cacciatorpediniere britannici e sette torpediniere italiane, ed un secondo gruppo navale britannico con gli incrociatori leggeri HMS Lowestoft, HMS Dartmouth e HMS Weymouth scortati da quattro cacciatorpediniere. L’operazione ebbe completo successo colpendo tre navi austroungariche che si trovavano alla fonda di fronte alla base.

Il Principe ereditario Umberto sale a bordo della San Giorgio per il viaggio in sud America, 1924. Illustrazione di A. Beltrame
La nave ebbe un’intensa vita operativa in molti mari del mondo che la portò, nel 1924, in sud america.
Dopo un ultimo dislocamento in mar Rosso, nel 1925-26, essendo ormai obsoleto per effettuare missioni operative, venne dislocato tra il 1930 e il 1935 a Pola per l’attività addestrativa degli allievi delle scuole CREM. Nel 1936 fu riassegnato alla divisione navale impegnata nella guerra civile spagnola in qualità di nave comando e quindi, tra il 1937 e il 1938, fu deciso di rimodernarlo radicalmente nei cantieri navali della Spezia per essere impiegato come nave scuola per le crociere estive degli allievi della Regia Accademia Navale di Livorno. Le modifiche riguardarono principalmente gli spazi interni destinati ad ospitare gli allievi, le sovrastrutture e l’apparato motore ed in parte i sistemi d’arma.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la maggior parte delle navi scuola finirono per essere assegnate a compiti minori ed il San Giorgio, evitata la radiazione per la sua eccessiva vetustà tecnologica, venne assegnato, con compiti di difesa aeronavale, al Comando Navale della Libia e dislocato nella base di Tobruch, al comando del Capitano di fregata Rosario Viola, con compiti di batteria costiera ed antiaerea galleggiante.
Il San Giorgio fu posizionato in rada su bassi fondali, in uno specchio d’acqua protetto da reti anti siluro, con il ponte ricoperto da sacchetti di sabbia a rinforzo della scarsa protezione orizzontale. La sua funzione veniva coordinata da una postazione d’osservazione fissa a terra, chiamata “Torretta San Giorgio“, che comunicava via radio con la nave in modo da poter effettuare con più precisione il tiro.

il San Giorgio nella sua nuova funzione di batteria galleggiante a Tobruch
Durante i primi giorni di guerra il San Giorgio rispose con successo alle incursioni degli aerei britannici su Tobruch fornendo una potente protezione antiaerea e potrebbe essere stato proprio un cannone antiaereo del San Giorgio ad abbattere accidentalmente il 28 giugno 1940 l’aereo S.M.79 su cui viaggiava uno degli uomini più potenti del regime, il Governatore della Libia e Maresciallo dell’Aria Italo Balbo.

i resti dell’aereo S.M.79 su cui viaggiava Balbo, un mistero del Regime: errore o abbattimento voluto?
Nel novembre 1940 il comando della nave venne assunto dal capitano di fregata Stefano Pugliese. A seguito del crollo della 10ª Armata Italiana durante l’offensiva britannica del dicembre 1940, il San Giorgio fu oggetto di dieci pesanti attacchi con bombe e siluri, ai quali reagì violentemente con tutte le artiglierie di bordo, abbattendo o danneggiando ben quarantasette velivoli nemici. Il 21 gennaio 1941 fu colpito da tre proiettili che misero fuori uso uno dei cannoni antiaerei da 100 mm. Fu solo l’inizio della sua fine.
Il comandante Pugliese, rendendosi conto della drammaticità della situazione, chiese a Supermarina l’autorizzazione a lasciare gli ormeggi, affrontare le navi nemiche in mare e successivamente riparare in un porto italiano ma l’autorizzazione gli fu negata. Il San Giorgio continuò il suo tiro di controbatteria, nonostante le ormai incessanti incursioni aeree che ad ondate si riversavano sulla nave, e a bombardare con i suoi grossi calibri le formazioni di carri nemici che si avvicinavano alla città, riuscendo a provocarne l’arresto dell’avanzata per ben undici ore. Alle 11:00 una bomba nemica distrusse il cavo delle comunicazioni, che arrivava a terra, isolando di fatto il San Giorgio. Alle 17:00 una bomba colpì lo scafo e, solo alle 19:00, arrivò la comunicazione da parte del comando della piazzaforte, dell’imminente caduta di Tobruch.
Pugliese, alle 20:30, si recò quindi a terra per incontrare il contrammiraglio Massimiliano Vietina, responsabile della piazzaforte, che autorizzò l’abbandono della nave e l’autoaffondamento per evitare la cattura della nave da parte del nemico.
Pugliese fu l’ultimo a scendere dalla nave, ma all’ora (le ore 01:00 del mattino) nella quale era programmata l’esplosione, non accadde nulla e il comandante, tornato così a bordo insieme ad alcuni membri dell’equipaggio e, constatato che le micce si erano spente, diede l’ordine di gettare della benzina nei locali del munizionamento, considerando che l’incendio avrebbe poi innescato le esplosioni che avrebbero portato all’affondamento della nave.
Durante tali operazioni il locale centrale saltò in aria e poco dopo furono udite altre poderose esplosioni. Il comandante Pugliese, ferito, fu ricoverato in ospedale e venne catturato il giorno dopo dagli inglesi e rinchiuso nel campo di concentramento di Yol, in India, di cui abbiamo parlato in un articolo sulle memorie di Elios Toschi.
Nel 1942, quando Tobruch venne ripresa dalle forze dell’Asse, tre cannoni da 100/47 mm del San Giorgio vennero recuperati, inviati in Italia e rimessi in grado di operare.

cannoni OTO da 100/47 mm
Nel 1951, Italia e Libia si accordarono per recuperare il relitto ancora in grado di galleggiare e il tentativo avvenne nel 1952; la vecchia nave, che poggiava su un metro di fondale, venne riportata in galleggiamento e messa al traino del rimorchiatore Ursus. Le complesse operazioni ebbero successo anche se le condizioni dello scafo erano pessime. Tutto intorno, nelle reti anti siluro, vennero trovati trentanove siluri impigliati fra le maglie della protezione della nave. Durante il rimorchio verso l’Italia, in mare aperto, i cavi di rimorchio si spezzarono ed il relitto del San Giorgio colò a picco a circa 100 miglia da Tobruch.
Una vita vissuta, di una grande signora del mare che visse quattro guerre tra tante avventure e che ora riposa in fondo al mare.
Andrea Mucedola
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