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Accordo tra Cina e le isole Salomone: piccoli arcipelaghi per grandi sfide

Reading Time: 9 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Cina, isole Salomone, Stati Uniti, Taiwan

 

La Cina e le Isole Salomone hanno siglato ad aprile (2022) un accordo di sicurezza che prevede, in caso di minaccia all’ordine sociale delle isole stesse, che la Cina possa inviare soldati. Nell’accordo non è esplicitamente menzionata la possibilità che Pechino possa però costruirvi una base militare.

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Le Isole Salomone sono uno Stato insulare del sud dell’Oceano Pacifico, a nord-est dell’Australia. L’accordo con la Cina costituisce l’ennesimo tassello della sfida fra l’egemone attuale, gli Stati Uniti e Pechino che aspira a contenderne il primato e, al tempo stesso, fa leva sulle dinamiche domestiche del piccolo stato melanesiano.

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Il patto non fa che ribadire quale siano la natura e la portata del confronto in corso. Una competizione drammatica perché coinvolge Stati che, nella loro pur minima estensione geo-demografica, sono costantemente a rischio di fallimento economico o addirittura di sparizione a causa dell’aumento del livello degli oceani che potrebbe sommergerli. Piccolezza che si traduce in un’inconsistenza geopolitica che stride tragicamente con il gigantismo dei contendenti per la potenza mondiale.

Questa sfida rivela la sua natura, poiché costretta a giocarsi anche, e letteralmente, su dei piccoli scogli nell’oceano, rivelandoci da ultimo il suo essere “competizione totale” per il primato, che si giocherà sulle acque dell’oceano. Una riprova che nella storia il dominio è assoluto solo se è talassocratico.

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L’accordo coinvolge dunque più livelli. Considerata l’ubicazione geografica delle Salomone, non si può infatti non vedere come queste siano al di là di quella prima catena di grandi isole su cui gli Stati Uniti fanno perno per contenere l’ascesa della Cina. Un assedio che le impedisce di tentare la scalata alla potenza aspirata. In particolare, le Salomone sono ben al di là di un’isola, Taiwan, che la Cina non possiede e che al tempo stesso considera sua e necessaria, in quanto porta per il Pacifico e di rottura del contenimento americano.

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Per Pechino, stringere un’intesa di questo tipo significa mostrarsi capaci di bypassare l’assedio, ed al tempo stesso ne sottolinea l’esistenza e dunque l’incapacità di romperlo. Questo tipo di patti sono allora una sortita, da trasformare in futuro in un trampolino verso le vette della forza.

Parte integrante della lotta per il ritorno dell’isola di Taiwan sotto la Cina continentale è l’impedirne il riconoscimento ufficiale da parte degli altri Stati. Nel caso delle Isole Salomone, esse avevano già rotto ufficialmente i rapporti con Taiwan nel 2019 per cui  l’accordo di sicurezza con la Cina è dunque l’esito di un percorso già avviato. Un accordo che tuttavia non sana le contraddizioni suddette né quelle strettamente locali dell’arcipelago.

Le Salomone sono indipendenti dal 1978 e, nel 1983, riconobbero ufficialmente Taiwan. Qui, per inciso, va sottolineato che se la battaglia della Cina passa per l’isolamento diplomatico di Taiwan, essa è parallela e contraria nella battaglia di Taipei, che in parte lega il suo diritto a sopravvivere al maggior numero possibile di riconoscimenti della sua esistenza.

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Ad oggi vale il principio dell’esistenza di un’unica Cina e dunque chi riconosce Pechino non riconosce Taipei e viceversa. Avere rapporti con Taiwan ha significato fin dall’83 un flusso di investimenti finalizzati sia allo sviluppo sia ad oliare il potere tramite tangenti che trasformavano l’influenza in leva geopolitica. Tuttavia le Salomone, come tanti dei ristretti arcipelaghi indipendenti del Pacifico, non sono nazioni nel senso occidentale del termine, ma somme di unità sociali, ristrette al massimo alle singole isole. Qualunque influenza efficace, cinese o taiwanese che sia, deve tenerne conto. In particolare, nelle Salomone va sottolineata la persistente tensione fra gli abitanti dell’isola di Guadalcanal, in cui risiede la capitale Honiara, e gli abitanti dell’isola di Malaita, la più popolosa, che fin dall’inizio sono emigrati ed acquisito posizioni a Guadalcanal. L’aiuto di Taiwan a Malaita è ancora molto strutturato. Al tempo stesso la Cina si è insediata nella capitale. La natura dell’aiuto cinese in realtà è una trappola di debiti, il cui obiettivo è l’espansione geopolitica. Gli aiuti del dragone non sono finalizzati allo sviluppo delle economie locali, ma importano in esse materie prime, manodopera e proprie aziende. Da subito si è costituita una Chinatown e le aziende cinesi hanno acquisito quasi tutte le attività economiche dell’isola, scalzando i malaitani e perciò il potere di Taiwan.

In estrema sintesi, sia Taiwan che la Cina hanno favorito fratture sociali locali. Nell’arcipelago le frequenti sommosse hanno avuto tra i vari oggetti della contesa proprio l’assalto dei malaitani ai cinesi della capitale. Nel 2006, in occasione delle elezioni legislative, l’attacco alla Chinatown di Honiara avvenne dopo la notizia di un voto truccato dalla Cina. Assalto che si è replicato proprio come reazione alla rottura dei rapporti ufficiali con Taiwan nel 2019 seguito da un’apertura verso Pechino. In quel momento il governatore di Malaita, Daniel Suidani, prese la decisione di bandire le aziende cinesi. Non è solo l’economia a inimicare i malaitani, ci sono anche le loro tradizioni democratiche e cristiane, che mal sopportano la postura repressiva cinese (basta pensare al caso di Hong Kong, minoranza cristiana etc. …).

Nel 2019, la goccia che fece traboccare il vaso, fu l’assegnazione alle Salomone dei giochi del Pacifico del 2023, per i quali Taiwan si disse disposta a fornire un prestito di 40 milioni di dollari per costruire uno stadio. Pechino ne offrì mezzo miliardo e, in regalo, la costruzione dello stesso. In cambio ha ottenuto il disconoscimento di Taiwan … A dicembre dello scorso anno nuove proteste nella capitale hanno sempre avuto per oggetto le accuse di tangenti cinesi al primo ministro Sogavare e l’attacco ai cinesi nella capitale. Da questa prima panoramica si può vedere come né Taiwan né la Cina agiscono in questi Paesi per risolverne i problemi, ma per sfruttarli nei propri progetti geopolitici. Non a caso Taiwan ha cercato di ispirare un referendum indipendentista a Malaita e gli Stati Uniti si sono proposti di fornire aiuto economico ai malaitani, in contrapposizione a quello che la Cina offre allo stato centrale.

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La dinamica però è anche più complessa
Analizzando il quadro più ampio si è parlato di dominio statunitense, che si esplica attraverso il contenimento anti-cinese tramite le potenze locali. La sfida di Pechino non è quindi direttamente a contatto fisico-geografico con gli Stati Uniti, ma è costretta ad insidiare primariamente i suoi alleati nell’area. In questo senso l’accordo cinese con le Salomone, a nord-est dell’Australia, alleata di Washington, va proprio a cercare di colpire un’area di sicurezza strategica australiana, cercando di “intersecare” le rotte che la collegano agli Stati Uniti.

Tradizionalmente l’Australia,  nell’arco dei piccoli Stati isolani indipendenti del “suo” Pacifico, esercita la sua influenza non tanto con un predominio militare, quanto con l’interesse a mantenere fuori da esso il gioco delle grandi potenze, in pratica creando una sorta di cuscino insulare-oceanico neutro. L’intesa in questione non è la prima; già da tempo la Cina è riuscita a penetrare questo quadrante e la “neutralità” australiana ed in esso ormai soltanto quattro arcipelaghi riconoscono ancora Taiwan.

Per questo a queste latitudini la classica linea di non intervento, o intervento “leggero”, dell’Australia si è fatta più assertiva. Canberra, ad esempio, ha finanziato insieme agli Stati Uniti, un referendum indipendentista per quella parte di isole Salomone, l’isola di Bouganville, che appartiene alla Papua Nuova Guinea.  La vittoria dei sì, e gli accordi di separazione in corso, hanno permesso di escludere un parallelo appoggio cinese offerto a questa indipendenza e di giocarla da parte dell’Australia per fare pressione sulle altre isole Salomone (e alla stessa Papua Nuova Guinea). Ancora una volta il gioco geopolitico sta avvenendo lungo la linea delle lacerazioni esistenti.

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situazione degli Stati del Pacifico nel 2020 … oggi solo 4 riconoscono Taipei/Taiwan

Ciononostante l’Australia è però storicamente intervenuta a sostegno del governo nelle Salomone contro l’eccesso dei disordini malaitani, cosa in apparente contraddizione con la postura anti-cinese; di fatto le dinamiche locali per le medie e grandi potenze contano solo in funzione delle loro partite, e la stabilità vale più del suo contrario, in primis perché questa imporrebbe costosi interventi, e poi perché qualunque peso una fazione ostile possa assumere, è sufficiente controbilanciarla con una avversa senza impegnarsi a dominare totalmente.

Comunque la vittoria finale si giocherà su un grande successo del contenimento americano o su una sua grande rottura, con grandi mosse tra grandi potenze e non certo dissanguandosi per delle piccole “rocce”. Ampliando ancora lo sguardo, si coglie che l’accordo delle Salomone con la Cina è stato stretto dopo la stipula dell’AUKUS, il patto che da settembre del 2021 lega l’Australia a Stati Uniti e Regno Unito, tramite una fornitura di sottomarini nucleari (in funzione anti-cinese). Dunque una classica azione e reazione tra imperi in movimento.

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La portaerei cinese Liaoning – fonte China.org

Proprio poco dopo l’accordo Pechino-Honiara, la partita a scacchi è continuata. Il 26 aprile a Ramstein, in Germania, un insieme di Paesi che andava ben oltre quelli della NATO e coinvolgeva anche le principali potenze alleate degli Stati Uniti nel Pacifico (Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud) ha ribadito la condanna ed impegno contro l’invasione russa dell’Ucraina. Una riunione apparentemente slegata dal singolo patto delle isole e dal contenimento contro il dragone, ma che smette di esserlo se si analizza che parallelamente la Russia è uno stato bicontinentale che si affaccia sul nord-Pacifico e che vi “coltiva” tensioni utili da rispolverare all’occorrenza. Mosca occupa infatti, dalla fine della seconda guerra mondiale, le isole Curili (ex isole del Giappone) ed il Giappone, il 22 aprile (ovvero subito dopo la mossa cinese e appena prima della riunione di Ramsten), si è premurato per la prima volta dal 1945 di dichiararle ufficialmente occupate dai Russi in modo illegale. Ecco allora che la partita contro la Russia si estende al principale alleato americano nel Pacifico, in cui si svolge la sfida massima. Ovviamente il principale rivale del Giappone non è la Russia ma è la Cina. La mobilitazione contro la Russia nasconde la volontà di voler ottenere ritorni contro Pechino.

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Mosca e Tokyo non hanno mai firmato un trattato di pace permanente a causa di un disaccordo sulle quattro isole, che la Russia chiama Curili del Sud e il Giappone i Territori del Nord. Queste isole contese del Mare di Okhotsk furono occupate dalle forze sovietiche alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 2016, sembrerebbe che il primo ministro giapponese Shinzo Abe offrì al presidente russo Vladimir Putin investimenti nipponici nelle infrastrutture dell’estremo oriente della Russia e nella tecnologia It russa per la restituzione delle isole. Cosa improbabile in quanto i Russi impiegano quelle isole per l’appoggio ai loro sottomarini.  Un’area quindi di tensione geopolitica, resa evidente nell’ottobre 2021 quando avvenne un’esercitazione navale congiunta tra Cina e Russia.  Al termine, una dozzina di navi russe e cinesi varcarono lo Stretto di Tsugaru, situato tra l’isola principale di Honshu e la prefettura settentrionale di Hokkaido

A conferma di questo collegamento si noti che il 28 aprile è avvenuto un viaggio in Giappone del cancelliere tedesco Scholz (di una Germania in riarmo!), senza approfittare, per la prima volta, dell’occasione per visitare anche la Cina, cosa che tradizionalmente la cancelliera Merkel faceva. Per arrivare infine al 4 maggio, all’incontro fra il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e Fumio Kishida, primo ministro giapponese, a Roma. Dunque vediamo i principali tre sconfitti della seconda guerra mondiale intenti in  visite reciproche e tutti e tre coinvolti (più nolenti che volenti) nella doppia competizione del proprio dominus. Appare pertanto chiaro come un unico impero americano, esteso dall’Europa al Pacifico, serri i ranghi di fronte alle due superpotenze in ascesa e discesa, Cina e Russia, in difesa della gerarchia della forza che esso stesso ha creato. 

In sintesi, lo svolgimento di questa prova muscolare fra imperi è destinato a schiacciare sempre di più realtà minime come le isole Salomone, che non potranno certo vedere risolti i propri problemi dai contendenti, essendo solo strumenti per una battaglia più grande di loro.

Andrea Forte 

 

articolo originariamente pubblicato su DIFESAONLINE semplificato per motivi redazionali e di traduzione multilingua

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