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Riflessioni geopolitiche ed energetiche: funesti presagi del «caro bollette»

Reading Time: 8 minutes

 

livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: EUROPA
parole chiave: economia, inflazione, energia

 

I prezzi dell’energia in Europa sono già alle stelle e c’è da aspettarsi che crescano ancora nei prossimi mesi. Sebbene la discussione sia ancora aperta (in quanto al momento il costo del greggio rimane costante), qualsiasi crisi geopolitica farà salire il prezzo ed eventuali mosse politico-militari potrebbero aprire scenari in cui i cento dollari al barile saranno addirittura visti come prezzi bassi.

Gli analisti hanno la certezza storica che i mercati globali delle materie prime (petrolio, gas) e dell’energia in genere siano di fatto legati alla geopolitica ed alla stabilità nei rapporti internazionali, ed il “caro bollette” ha radici non sempre tanto lontane da Roma.

Se si vuole rimanere vicino all’Europa o, meglio, alle aree di crisi con una chiara implicazione per la fornitura di energia, bisogna osservare la crisi ai confini dell’Ucraina, il nucleare iraniano, il fallimento dell’economia in Turchia, le mancate elezioni in Libia e la stabilità interna in Algeria.

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PETROLIO: RECENTE STABILIZZAZIONE DEI PREZZI
Negli ultimi mesi, senza alcun importante conflitto reale, quasi tutte le parti coinvolte nel mercato energetico sono state in grado di mantenere in atto una strategia di produzione ed esportazione che non solo ha rimosso l’immensa sovrabbondanza di petrolio degli anni precedenti al 2020 ma è stata artefice della stabilizzazione dei prezzi del petrolio in generale. Dopo un periodo di relativa stabilità, durante la fase acuta della pandemia, le crisi regionali preoccupano ora il mercato soprattutto in merito al libero flusso dei rifornimenti sia terrestri (oleodotti e gasdotti) che via mare (grandi navi per il trasporto di petrolio e gas).

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Considerando la concentrazione di forze armate russe ai confini con l’Ucraina e lo stato non roseo dell’economia russa, si potrebbe ipotizzare una potenziale crisi militare regionale. Se gli Stati Uniti, l’Unione europea o la NATO non modificheranno la loro attuale strategia di attesa, protestando diplomaticamente, il sogno del presidente russo Putin di recuperare il cuore dell’ex impero sovietico si potrebbe avvicinare, in una strategia che vale anche come mezzo di coesione interna anti crisi economica.

L’ATTUALE STRATEGIA DEL CREMLINO
Senza alcun dubbio, l’attuale strategia del Cremlino è a un livello superiore di quello che sta mettendo in atto sia la NATO che la UE. Per la strategia russa, tutti i fattori militari ed economici regionali sono tali che nessuna linea rossa occidentale potrebbe al momento fermare una mossa russa, se davvero lo si volesse. La supremazia di Putin per quanto riguarda le materie prime, in particolare il gas naturale e il petrolio greggio in Europa, ha spinto i governi europei a lasciare a Putin le prossime mosse grazie alla crisi delle materie prime energetiche.

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Questo non è positivo! Se l’economia russa si regge sulla vendita all’estero d’idrocarburi (soprattutto via oleodotti e gasdotti) è anche vero che se il costo dell’energia aumenterà l’economia dell’Unione europea entrerà in crisi. Tale situazione, combinata con la pandemia causata dalle “distrazioni” nei laboratori dalla Cina Popolare, apre scenari molto negativi. Se l’offerta di gas verso l’Europa è scarsa, lo è soprattutto perché la Russia non ha aumentato le forniture verso il continente, limitandosi a rispettare quanto definito dai contratti precedenti, senza prevedere un’esportazione aggiuntiva. Una scelta strategica ma a prima analisi poco comprensibile, visti i prezzi altissimi del gas forniti all’hub dei consumatori europei.

UNA GOCCIA NEL MARE
La sbandierata attività di supporto americana, inviando trenta navi gasiere verso l’Europa, potrebbe essere solo un palliativo e dimostrarsi una goccia nel mare (drop in the ocean) dell’emergenza del Vecchio Continente. L’azione americana non cambierebbe la strategia di Mosca che rientrerebbe in un’azione di pressione che punta a raggiungere i suoi due obiettivi che sono sia l’entrata in funzione del gasdotto North Stream 2 sia convincere l’Europa a sottoscrivere contratti di lungo termine invece che a breve o stagionali.

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In merito al gasdotto North Stream 2, lo stesso è utile a Mosca, sia per incrementare la sua presenza sul mercato energetico europeo (è già il principale fornitore di gas, con una quota di oltre il 40%) sia per porre sotto pressione economica l’Ucraina, poiché il nuovo gasdotto arriva direttamente in Germania, favorendola nei costi di acquisto. Inoltre, passa sotto il Mar Baltico senza attraversare altri Paesi a cui pagare dazi di transito (cosa che avverrebbe nel caso di passaggio attraverso l’Ucraina).

UBBÌE VERDI
I Verdi nel governo di Berlino si oppongono sia al North Stream 2 sia al nucleare tedesco; questo potrebbe essere la causa del diminuire la capacità di concorrenza industriale della Germania, ma posso dire che è ancora presto per sapere se gli ecologisti reggeranno alle conseguenze delle loro azioni. L’insistenza sui contratti a lungo termine si trova nel fatto che Mosca vuole garantirsi una fonte di reddito sicura in futuro, atteso che la transizione ecologica (su cui l’UE ha puntato) potrebbe ridurre il consumo di fonti fossili in favore di quelle rinnovabili.

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Effetto Baerbock, i verdi tedeschi e una nuova idea di Ue

A Vienna le discussioni in corso per il controllo del nucleare iraniano, tra Germania, Francia, Russia, Cina Popolare, Regno Unito e Iran, con gli Stati Uniti ancora in disparte, si stanno dirigendo verso la grande resa dei conti delle prossime settimane. Qualsiasi altra cosa, che non sia un importante passo avanti per un accordo, porterà a un aumento del livello di tensione regionale e globale, poiché il programma nucleare iraniano in corso non è lontano, o addirittura è già, arrivato ad un punto di non ritorno.

IL  PESO DEL NUCLEARE IRANIANO
Le dichiarazioni provenienti da Teheran fanno intuire che l’opzione dell’arma nucleare è già possibile. Attese le maggiori capacità del sistema missilistico balistico dell’Iran, qualsiasi interruzione dei colloqui, che  non dipendono solo dalla volontà politica degli europei, porterà ad un confronto diretto dell’Iran con gli Stati Uniti, Israele e molto probabilmente una lunga lista di stati arabi.

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iran centrale nucleare Bushehr

Sono già segnalati colloqui a livello militare tra Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed altri. Una rottura dei colloqui di Vienna potrebbe portare entro un breve periodo di tempo ad un’operazione militare israeliana su vasta scala per neutralizzare, o quantomeno ridurre notevolmente, le capacità nucleari dell’Iran. L’esito o la ricaduta di tale azione non è ancora chiaro ma c’è da aspettarsi una potenziale risposta iraniana nell’area del Golfo Arabico (area della maggiore produzione mondiale di greggio e gas) o nel Mar Rosso. Mari “chiusi”, il cui blocco costituirebbe una catastrofe economica.

CONDOTTE ENERGETICHE COME OBIETTIVO DEI TERRORISTI
Allo stesso tempo, i gruppi terroristici collegati a Teheran, come Hezbollah, Hamas e Houthi, potrebbero realisticamente organizzare attività di natura terroristica e militari contro Israele e suoi alleati, anche colpendo i gasdotti o gli oleodotti. Ad esempio, il blocco di pochi giorni del Canale di Suez per una portacontainer incagliata dovrebbe essere un monito sulle conseguenze che potrebbero essere causate da colpi di mano sul naviglio in transito di ben organizzati gruppi terroristici.

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mine navali posate dagli Houthi contro il traffico marittimo nel mar rosso

Più vicina all’Europa ed al Mediterraneo, è la crisi finanziaria attualmente in corso in Turchia, che ha provocato un’enorme svalutazione della moneta locale e il conseguente grave problema dell’inflazione, che sta minando non solo la contingenza economica di quel paese ma rappresenta anche una possibile minaccia per la stabilità della dittatura politico-militare. 

I GUAI DI ERDOĞAN
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sta vivendo un momento in cui i fattori finanziari ed economici minano il proprio futuro politico, mentre contestualmente, i principali investitori esteri stanno abbandonando l’economia di Ankara. Negli ultimi mesi sono stati fatti tentativi per trovare nuove sovvenzioni, principalmente da Qatar, Emirati Arabi Uniti e Cina, ma queste non saranno in grado di arginare un ulteriore deterioramento dei bilanci del governo. Si ipotizza che la linea intrapresa da Erdoğan, in parte basata su una percepita interpretazione islamica dei fattori finanziari ed economici, condurrà presto a un possibile tracollo generale. L’instabilità interna e le pressioni economiche potrebbero quindi indurre il presidente turco ad avventurarsi in una serie di guerre militari regionali (quali quelle in Siria, Libia e Nagorno Karabakh), per mantenere un sufficiente consenso politico interno. Senza altre opzioni percorribili, Erdoğan potrebbe trovarsi di fronte a una crisi politica che porterebbe alla sua rimozione dal potere, con il ritorno alla democrazia e alla libertà di espressione in Turchia. Ma una crisi su vasta scala in un Paese ancora membro della NATO, vicino all’UE, non è una minaccia solo per la sicurezza regionale.

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UN RISCHIO MEDITERRANEO… ALLARGATO
Il rischio si allarga anche per il commercio marittimo, stante alcune principali rotte commerciali che attraversano bracci di mare dove Ankara non rinuncia alla sua influenza; senza dimenticare la rete di gasdotti provenienti dal Mar Caspio. Cosa potrà fare Erdoğan qualora dovesse venire a trovarsi «alla canna del gas» non è al momento immaginabile?

Sempre nel Mediterraneo, ma alle porte dell’Italia e precisamente in Libia, dalla rimozione del colonnello Gheddafi, l’area è teatro di una lunga guerra civile. Negli ultimi mesi, i leader e i partiti politici libici hanno fallito nel tentativo (supportato dalla comunità internazionale, delle Nazioni Unite e in primo piano da Italia, Francia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia) di organizzare nuove elezioni per eleggere un presidente e un nuovo parlamento. Nelle ultime settimane, a fallimento confermato, il Paese sta tornando di nuovo a livelli elevati d’instabilità, poiché le elezioni sono state rinviate e i detentori di potere locale stanno rinforzando le loro roccaforti.

POSSIBILI NUOVI SCENARI
Un potenziale nuovo scenario di guerra civile è prevedibile poiché anche le potenze esterne non sono ancora disposte a rinunciare alle proprie occupazioni/presenze militari nel martoriato paese.  In particolare, Turchia, Egitto, Russia e altri si stanno ancora contendendo per imporre la propria versione della nuova Libia. Un rinnovato scontro militare è una possibilità reale da non scartare. Una guerra totale porterebbe ad una riduzione o addirittura ad un blocco delle forniture energetiche dalla Libia con in primis un danno enorme per l’Italia.

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Non ultima, la vicina Algeria, fonte essenziale di approvvigionamento di gas per l’Italia, essendo il Paese nordafricano il nostro secondo fornitore. Il Presidente della Repubblica Mattarella ha effettuato proprio in Algeria  l’ultima visita all’estero del suo settennato ed è stata la prima visita di un capo di Stato europeo al presidente Tennoune, che dal 2019 è l’artefice  di un nuovo corso politico algerino, ponendo fine ad una lunga fase di instabilità e transizione.

IL CARO BOLLETTE
Senza alcun conflitto reale (c’è chi pensa addirittura ad un effetto benefico della pandemia) tutte le parti coinvolte sono state in grado di porre in atto una strategia costante di produzione ed esportazione e, non solo. Pare scomparsa l’immensa sovrabbondanza di petrolio degli anni che hanno preceduto il 2020, che fu alla base della stabilizzazione dei prezzi del petrolio.

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Alle citate crisi locali e ad una minore incidenza pandemica, che prefigura un rilancio delle produzioni e consumi, va aggiunta la crescita dei prezzi dei permessi di emissione di CO₂ all’interno del sistema europeo. È aumentato anche il prezzo del carbonio, ossia le quote che le aziende europee si scambiano per compensare le emissioni generate dalla combustione di fonti fossili. Da gennaio a dicembre del 2021 è più che raddoppiato e incide moltissimo sulle bollette.

La malefica combinazione dei due fattori, cioè il costo maggiore della materia prima e dei permessi di emissione, si è riflessa sul prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso e ci vedrà pagare salate le bollette di luce e gas, a partire da subito.

Giuseppe Morabito
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