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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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La storia avventurosa di due sommergibili, entrambi chiamati Balilla – parte I

Reading Time: 6 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: REGIA MARINA ITALIANA

parole chiave: Sommergibili, Balilla

 

Il 5 dicembre 1746 a Genova i militari austriaci rimasero “impantanati” con un cannone nel quartiere Portoria. L’ufficiale austriaco ordinò alla folla presente di aiutarli. Il malumore della popolazione sbocciò in una rivolta che, si racconta, iniziò con la pietra lanciata dall’undicenne Giovan Battista “Balilla” Perasso contro la soldataglia austriaca. Anche se ancor oggi, a distanza di 175 anni e dopo insistenti ricerche, la sua figura è ancora a cavallo tra realtà e mito, è comunque storica la grande rivolta popolare che si scatenò nel 1746, consentendo a Genova di liberarsi delle truppe austriache da poco entrate in città.

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Già nell’Ottocento, ma soprattutto nel Novecento, Giovan Battista Perasso, detto il Balilla, divenne uno dei principali simboli dell’italianità: il cantiere marittimo Fiat San Giorgio di La Spezia, nell’agosto 1915 varò il regio sommergibile Balilla, il cantiere aeronautico Ansaldo Borzoli di Genova produsse il prototipo di un caccia ricognitore che chiamò “A1 Balilla”, il primo volo di collaudo fu pilotato da Francesco Baracca nel novembre 1917.  Nel febbraio 1927 i cantieri Odero Terni di La Spezia vararono un nuovo sommergibile, anche lui battezzato “Balilla”, capostipite di una Classe di quattro sommergibili e, nel 1932, la FIAT dedicò al “Balilla” la sua celebre utilitaria. Un mito, quello del “Balilla” che perdurò inossidabile anche nel dopoguerra tanto che, nel 1947, il famoso gioco del “calcio da tavolo” fu popolarmente – e continua ad esserlo tuttora – chiamato “calcio Balilla”.

I sommergibili Balilla
Mi dedico oggi a raccontare la storia dei due battelli a cui fu assegnato questo nome. Una pagina di storia navale ma anche di storia brindisina, in quanto, a distanza di quasi 30 anni l’uno dall’altro, i due battelli ebbero la loro base navale entrambi nel porto di Brindisi.

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Il primo sommergibile Balilla fu un battello di media crociera, impostato il 18 agosto 1913 nei cantieri navali Fiat San Giorgio di La Spezia e varato l’8 agosto 1915, entrando in servizio – cosa alquanto rara – nello stesso giorno dopo la consegna immediata alla Regia Marina.

Come nota curiosa, il sommergibile era stato posto in cantiere su ordinazione della Marina Imperiale Austriaca e quando era in avanzato stato di costruzione,  nel giugno del 1915, venne requisito dalla Regia Marina in prossimità dell’entrata in guerra dell’Italia

Con un dislocamento di 728 tonnellate, era lungo 65 metri e largo 6 metri con una immersione di 4,17 metri. Era armato con quattro tubi di lancio da 450 mm ed aveva due cannoni da 76/30 mm. Il suo apparato motore di superficie era costituito da due motori Diesel Fiat che, azionando due eliche, sviluppavano una potenza di 2600 cv permettendo una velocità massima in emersione di 14 nodi, con una autonomia di 3500 miglia a dieci nodi. In immersione, l’apparato motore era costituito da due motori elettrici di 450 Kw di potenza, con permettevano di raggiungere una velocità massima di nove nodi, con una autonomia di 85 miglia a tre nodi. L’equipaggio era costituito da 38 uomini: 4 ufficiali, 14 sottufficiali e 20 marinai.

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il capitano di corvetta Paolo Tolosetto Farinata Degli Uberti nacque a Verona il 6 aprile 1876. Allievo dell’Accademia Navale di Livorno dal 30 ottobre 1889, il 1° agosto 1895 conseguì la nomina a Guardiamarina. Il 25 aprile 1915 fu promosso capitano di corvetta. L’anno successivo, da comandante del R. Smg. Balilla, perì eroicamente in combattimento.

 

Il regio sommergibile Balilla raggiunse la base assegnatagli di Brindisi nel febbraio 1916 e, posto agli ordini del capitano di corvetta Paolo Tolosetto Farinata Degli Uberti, fu aggregato alla 4ª Squadriglia del Gruppo autonomo sommergibili. L’unità fu destinata al compimento di missioni di agguato nei pressi dei più importanti sorgitori nemici, nonché di missioni per contrastare eventuali azioni degli avversari dirette contro le coste italiane. Il destino però gli aveva serbato una vita breve ed una fine tragica.

Il 13 luglio 1916 il Balilla partì da Brindisi per la sua seconda missione e non fece più ritorno. Frammentarie notizie sulla sua sorte si ebbero dopo una settimana, il 20 luglio, quando, dall’intercettazione di due comunicazioni radio austroungariche, si venne a sapere che il 15 luglio unità di quella Marina avevano affondato un sommergibile italiano nel Medio Adriatico, senza notizie di sopravvissuti. A fine agosto si ebbe conferma di quell’affondamento dai naufraghi riscattati da un sommergibile nemico affondato, l’U. 16, che raccontarono che un sommergibile italiano era stato affondato nei pressi di Capo Planka dopo uno scontro con due torpediniere austriache.

Altri dettagli della fine del regio sommergibile Balilla vennero accertati alla fine della guerra, con l’apertura degli archivi della K.u.K. Marine, e più specificamente grazie al diario del capitano austriaco Joseph Halleperth, comandante della torpediniera T. 65. Il sommergibile italiano era stato avvistato al largo di Lissa presso la costa dalmata il 14 luglio e verso sera fu intercettato presso Capo Planka da due torpediniere austriache, la T. 65 e la T. 66, che dopo un epico combattimento riuscirono, prima a danneggiarlo e poi affondarlo. Malgrado fosse pressoché immobilizzato e impossibilitato a manovrare per i danni riportati al timone nella fase iniziale dello scontro, il regio sommergibile Balilla aveva continuato a combattere sino alla fine.

« Acque di Lissa, 14 luglio ore 15… Improvvisamente scorgo sulla sinistra qualcosa che si muove sull’acqua e do subito l’allarme: uomini ai pezzi di prua e macchina a tutta forza con timone a sinistra! Le prime ombre della sera scendono sul mare ma sono ancora insufficienti per nascondere il ‘collo di bottiglia’ la cui distanza si riduce di minuto in minuto. Mi stupisce che non scompaia. Ha del fegato! D’altro canto, se ritira il periscopio, diventa cieco mentre, per lanciare il siluro deve vedere. Chi arriverà prima? Quello o la mia nave spinta dalle sue stesse macchine verso il pericolo? Un colpo di cannone della 66F raggiunge il ‘collo di bottiglia’ mentre una scia mi annunzia il siluro in avvicinamento. Davanti alla sensazione precisa del pericolo, tolgo al timoniere la ruota e la giro velocemente facendo accostare la nave sulla sinistra, con l’ordigno che mi passa a pochi metri dalla poppa. Ma ecco il sommergibile riemergere e tornare all’attacco dirigendosi sulla mia nave con magnifica audacia. I miei cannoni e quelli della 66F sono tutti puntati sul battello italiano che naviga tra gli spruzzi di schiuma sollevati dai proietti, mentre l’aria si punteggia di lampi e gli scoppi si susseguono l’uno dopo l’altro senza sosta. Per la seconda volta il sommergibile lancia e, nuovamente, una violenta accostata salva la mia nave. La sorte del sommergibile è, però, segnata: è stato colpito in più parti e il mio sperone, tra qualche momento, avrà ragione della temerarietà degli italiani. Nello stesso momento in cui ci apprestiamo ad aggredirlo, quello si immerge e gli passiamo sopra senza toccarlo. Riaffiora con la prua impennata sull’acqua come una lama. Poi, se pur ferito a morte, il battello riacquista per alcuni istanti il suo assetto longitudinale e, sul mare, ricompaiono le scie di due altri siluri, che vengono facilmente evitati. Mi chiedo per quale miracolo quella ‘cosa’, con quel profilo incerto e semi sommerso, stia ancora a galla. Ordino di mettere una lancia a mare perché l’equipaggio ormai non può tardare ad uscire, ma i minuti passano inesorabili mentre boccaporti e sportelli restano chiusi. Aspetto, guardo e spero che quei marinai italiani escano. Li avremmo accolti a bordo con enorme ammirazione e rispetto, ma alla fine è tutto inutile. La torretta del sommergibile appare nell’ombra come scossa da un ultimo fremito e, improvvisamente, scompare mentre l’acqua si chiude a coprire – come accarezzandolo – il battello. Mi scopro il capo e altrettanto fanno i miei ufficiali, curvando la fronte dinnanzi a quella fine così tragica… Apprezzo pienamente il valore del mio prode avversario per l’attacco eseguito con tanto slancio e che, per pura casualità, fu reso nullo. È mio dovere attestare che tutti sul “Balilla” con ammirevole disprezzo della morte compirono con onore il loro dovere, raggiungendo da eroi la pace eterna nel fondo dell’Adriatico.»

Al comandante Farinata degli Uberti fu conferita la Medaglia d’Oro al Valore Militare alla memoria e tutti gli altri 37 marinai dell’equipaggio furono decorati con argento e bronzo.
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Fine parte I – continua

Gianfranco Perri
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