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Brindisi al tempo dello scisma d’occidente sotto i re durazzeschi – Parte III

Reading Time: 11 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA
PERIODO: XIII – XIV SECOLO
AREA: SUD ITALIA

parole chiave: Brindisi, Durazzo
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Clemente VII

Appena eletto antipapa, nel 1378, Clemente VII considerò Brindisi, sapendolo centro storico cristiano di fama pietrina, come sede di sua giurisdizione ed ebbe molto a cuore accaparrarsi la piena adesione della sua chiesa arcivescovile dove, proprio nel 1378 era morto l’arcivescovo domenicano Pietro Giso, detto Pino, presule di Brindisi fin dal 1352.

Clemente VII, il 7 febbraio 1379, elesse arcivescovo di Brindisi tal Gorello, che fu detto anche Guglielmo, già poderoso tesoriere della basilica di San Nicola di Bari e scismatico convinto.

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Urbano VI

Il papa Urbano VI oppose a tale nomina illegittima quella, di fatto solo teorica, di Marino del Giudice, trasferendolo dalla diocesi di Cassano, da dove era già stato cacciato da Clemente VII e sostituito con Andrea Cumano. Ma Marino mai si poté insediare a Brindisi, e neanche a Taranto, dove fu poi nominato da Urbano VI, e dove invece si insediò Martino, già vescovo di Tricarico, nominato dall’antipapa Clemente VII e poi sostituito da Matteo Spina, già arcivescovo di Trani, che gli successe dopo la morte. Per l’arcidiocesi di Brindisi, l’11 giugno 1382, Papa Urbano Vl elevò ad arcivescovo Riccardo Ruggieri, un uomo prudente, in seguito molto stimato anche dal re Ladislao di Durazzo, che esercitò l’incarico, più o meno da titolare, fino al 1409.

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re Ladislao di Durazzo

In effetti a Brindisi, come del resto a Otranto e in tutta la Puglia, Clemente VII aveva le spalle coperte dal favore della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò e, inoltre, aveva rapidamente distribuito favori, dignità, onori e aggiudicazioni di beni e prebende a canonici, abati, presbiteri e chierici, onde la maggioranza del clero appoggiò lo scisma contro l’iracondo Papa Urbano VI, che non poté far null’altro che inviare come legato pontificio il cardinale Gentile de Sangro che dichiarò nominalmente illegittimi tutti gli appartenenti al clero aderenti allo scisma.

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lo scisma d’Occidente, miniatura del XV secolo raffigurante due “obbedienze papali”

Seguita, nel 1381, la deposizione e imprigionamento della scomunicata regina Giovanna I d’Angiò ad opera di Carlo III di Durazzo, incoronato re dal papa Urbano VI, appena esploso lo scisma d’occidente nel 1378, Luigi I d’Angiò varcò le Alpi il 13 giugno del 1382 e scese in armi in Italia per rivendicare il trono di Napoli assegnatogli in eredità da Giovanna I e conferitogli dall’antipapa Clemente VII con una formale incoronazione.

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Luigi I d’Angiò

In risposta a quell’azione angioina, Carlo III di Durazzo ordì l’assassinio della regina Giovanna I d’Angiò,che fu freddamente eseguito il 17 luglio del 1382 e che implicò anche l’uccisione di vari cortigiani e tra di loro la dama di corte Angela Buccella da Brindisi. Dopo un periplo lungo la penisola italiana, Luigi I d’Angiò giunse in Puglia, dove ricevette l’aiuto di molti nobili pugliesi e acquisì il principato di Taranto, città in cui il 30 agosto s’intitolò re di Sicilia e in cui rimase a lungo in attesa di rinforzi. 

Poi guerreggiò contro le varie città rimaste filo durazzesche, tra le quali anche Brindisi dove, a quel tempo ancora favorita dalle concessioni disposte fin dal 1381 da Carlo III per la sua recuperazione economica e sociale, era sindaco Angelo de Pondo, era governatore Aloysio Pagano ed era capitano del castello Cosmo de Tarmera. Quando nel 1383 Luigi I d’Angiò si presentò con il suo esercito alle porte della città, Brindisi tentò di resistergli, ma fu assediata presa e saccheggiata barbaramente. Poi, a fine luglio 1384, Luigi I d’Angiò ottenne pacificamente Bari, dove nominò capitani, giustizieri e viceré. Quindi, assediò e prese Bisceglie e, dopo essersi accordato con parte dei cittadini contrari ai Durazzeschi, evitò che i suoi soldati la saccheggiassero.

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Alberico da Barbiano (Barbiano, 1349 – Città della Pieve, 26 aprile 1409) è stato un condottiero e capitano di ventura italiano. Fu conte di Cunio, signore di Castel Bolognese, Conversano, Cotignola, Dozza, Giovinazzo, Granarolo, Lugo, Montecchio Emilia, Nogarole Rocca, Tossignano e Trani, Gonfaloniere della Chiesa, senatore di Roma e gran connestabile del Regno di Napoli. Di lui Ariodante Fabretti, nelle Biografie dei capitani venturieri dell’Umbria, scritte ed illustrate con documenti, vol. 1, Montepulciano, 1842, p. 109, disse «L’Italia osservava con dispetto quelle vaganti orde d’avventicci, scapigliate, feroci, bramose non altro che di preda, e rotte ad ogni improntitudine: […] aspettava un genio che a quelle disordinate milizie mostrasse in che è locata la gloria, e dove l’infamia; le trascinasse nelle aperte campagne, le mettesse in militare ordinanza, e le spignesse salde, compatte e meglio agguerrite a mutare i destini delle città, a volgere in fuga scompigliata fanti e cavalli stranieri. Venne il genio cui sospirava l’Italia: venne Alberico da Barbiano.» 

Però, nel corso della battaglia di Bisceglie, combattuta contro il capitano durazzesco Alberigo da Barbiano il 13 settembre, Luigi d’Angiò fu vinto rimanendo anche ferito e dopo pochi giorni, il 20 settembre del 1384, morì a Bari, forse proprio in seguito alle ferite riportate.

Quando il re Carlo III di Durazzo, finalmente consolidato sul trono di Napoli fu assassinato in Ungheria nel 1386, il regno restò sotto il potere di sua moglie, l’energica Margherita di Durazzo, madre reggente di Ladislao e Brindisi, già scorporata dal principato di Taranto, fu presa da Raimondo Orsini Del Balzo, anche se durante gli anni che durò la reggenza dipese nominalmente dal governo di Margherita.

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La reggenza di Margherita di Durazzo fu però abbastanza convulsa ed instabile a causa dei contrasti sorti con il papa Urbano VI e per colpa delle costanti minacce d’invasione del regno da parte dei pretendenti angioini al trono, che finalmente si materializzarono nel 1390 quando le armi angioine riuscirono nel tentativo di strappare Napoli ai Durazzeschi, insediandovi, e per quasi dieci anni, Luigi II d’Angiò, il quale nel 1394, sulle orme del padre, saccheggiò Brindisi, rea di essere rimasta fedele ai Durazzeschi.

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Margherita di Durazzo

Il principato di Taranto fu infeudato al filoangioino Raimondo Orsini Del Balzo che, oltre alla contea di Lecce portatagli in dote dalla moglie Maria d’Enghien, si era già preso anche Brindisi, e molti dei suoi domini sopravvissero allo stesso Luigi II d’Angiò che glieli aveva concessi. Infatti, quando nel 1399 l’angioino fu detronizzato da Ladislao di Durazzo che si rimpossessò del trono, il principe Raimondo non esitò a cambiare di bando alleandosi con il restaurato re. In questo modo, non solo conservò per sé il principato, la contea di Lecce e altri possedimenti già acquisiti, ma ottenne anche le città di Otranto, Nardò, Ugento, Gallipoli, Oria, Mottola, Martinafranca e tutte le altre terre della Terra d’Otranto già possedute dai precedenti principi.

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Solo Brindisi, Barletta e Monopoli, furono dal re Ladislao infeudate a sua madre Margherita di Durazzo, che dopo sette anni, nell’ottobre del 1406, cedette la signoria su Brindisi a cambio di Palazzo San Gervasio con il relativo castello e la terra di Stigliano. Tutto il potentato di Raimondo, alla sua morte avvenuta nel 1407, fu ereditato dal suo giovanissimo primogenito Giovanni Antonio Orsini Del Balzo e fu mantenuto in reggenza dalla madre Maria d’Enghien che, una volta vedova, aveva pensato bene di sposarsi con il pure vedovo, ed ex nemico, re Ladislao. Il 15 settembre del 1409, il papa Gregorio XII nominò arcivescovo di Brindisi Vittore, arcidiacono di Castellaneta, in successione a Riccardo Ruggeri, morto. Vittore morì molto presto e, il 1° marzo del 1411, il papa nominò Paolo Romano. A causa della malattia di Vittore prima, e a causa dell’assenza in sede di Paolo dopo, nell’arcidiocesi di Brindisi in quegli anni esercitò il vicariato generale Andrea, episcopo della chiesa crisopolitana.

In seguito, nel 1412, le acque per l’arcidiocesi di Brindisi s’intorpidirono nuovamente e la posizione dell’arcivescovo Paolo Romano divenne precaria e la chiesa brindisina ricadde nell’anarchia con l’antipapa Giovanni XXIII. Questi il 28 novembre depose Paolo Romano, nominando arcivescovo di Brindisi Pandullo, abate benedettino di Santa Maria di Montevergine in Avellino. Pandullo morì nel dicembre del 1414 e Giovanni XXIII, il 9 febbraio 1415, nominò suo successore Aragonio Malaspina, arciprete di Albenga. Finalmente, il concilio di Costanza depose l’antipapa Giovanni XXIII, poi il papa Gregorio XII rinunciò volontariamente e quindi, il Sacro Collegio elesse al pontificato di Roma Otto Colonna, con il nome di Martino V, sancendo quell’elezione, la fine dello scisma

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Martino V

Il 23 febbraio 1418, il nuovo papa trasferì Aragonio Malaspina all’arcivescovato di Taranto e ristabilì alla diocesi di Brindisi l’arcivescovo Paolo Romano, rientrando così la chiesa brindisina, dopo quarant’anni, nella normalità.

In quei torbidi quarant’anni ch’era durato lo scisma, e già nei vari decenni precedenti: « … i costumi del clero latino e greco di Brindisi dovettero essere alquanto corrotti, se la regina Giovanna I comandò al Giustiziere  di Terra d’Otranto di dichiarare decaduti dai privilegi e dalle immunità ecclesiastiche tanto i chierici greci quanto quelli latini, se ammoniti per tre volte dall’arcivescovo di Brindisi, non tornassero a vivere vita più costumata, essi che erano di condizione vile, di fama pessima, mai occupati negli uffici divini e sempre immersi in negozi profani…» -Nicola Vacca-

Morto nel 1414 il re Ladislao di Durazzo, salì sul trono di Napoli la sorella di questi, Giovanna II di Durazzo, una donna volubile che imprigionò per un breve periodo gli Orsini Del Balzo, cioè Maria d’Enghien divenuta vedova di Ladislao e i suoi ancor giovani figli, salvo poi restituire loro la contea di Lecce, altri possedimenti e, nel 1420, anche il principato di Taranto, quando Giovanni Orsini Del Balzo divenne maggiorenne. In quello stesso anno, 1420, Brindisi fu assaltata dall’esercito di Luigi III d’Angiò, pretendente al regno di Napoli e non ancora favorito dalle grazie della regina Giovanna II, la quale concesse alla città vari ed ampi privilegi in riconoscimento e ringraziamento della fedeltà in quell’occasione, manifesta verso di lei. Nonostante quelle tante turbolenze, in quegli anni Brindisi cercò di sopravvivere mantenendo una sua, pur limitata e precaria, economia e in qualche modo rimase al margine delle feroci contese di palazzo che afflissero il sempre lontano trono di Napoli «il popolo conservò la tradizione che nella magna ruga scutariorum, la strada delle ferrarie oggi via Cesare Battisti, perché spaziosa più delle altre, vi esercitavano il loro mestiere fonditori di bronzo, fabbri e armaioli. Credo non sia inutile ricordare che in Brindisi, ancora nel 1417, vi era una meravigliosa armeria di tutte sorti d’armi e in tanto numero che potevano in un momento armare un grand’esercito…» -Nicola Vacca-

Il 22 febbraio 1423 morì l’arcivescovo di Brindisi Paolo Romano e il papa Martino V nominò a suo successore il napoletano Pietro Gattula, vescovo di Sant’Agata, che rimase presule di Brindisi per quindici anni, fino alla sua morte, nel 1437. Giovanna II di Durazzo, dedita al libertinaggio, si sposò più volte e più volte cambiò di favoriti e di amanti, alternandoli tra i vari aspiranti feudatari e possibili pretendenti al trono, durazzeschi, angioini e, novità, anche aragonesi. E tra di loro, Luigi III d’Angiò e Alfonso V d’Aragona, i quali si cimentarono in una lunga ed estenuante lotta armata per la successione all’ambito trono.

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Giovanna II di Durazzo

Il potente principe Orsini Del Balzo, cercò di mantenersi fuori da quella contesa, ma poi un suo vecchio nemico, Giacomo Caldora, nominato duca di Bari, si alleò con Luigi III d’Angiò a quel tempo pretendente a ereditare il trono di Napoli, ed assieme riuscirono a impossessarsi del ricco e strategico principato, Oria e Brindisi incluse, mentre Giovanni Orsini Del Balzo poté comunque mantenere le città di Taranto, Lecce, Rocca, Gallipoli, Ugento, Minervino, Castro, Venosa e Bari. Quindi, spinto da quegli eventi a parzializzarsi a favore del contendente aragonese, il principe spodestato riuscì a non far capitolare il castello di Oria e quello di Brindisi, in cui si asserragliò e dove lo raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia e morte di Luigi III d’Angiò, avvenuta per malaria il 12 novembre del 1434. Decise quindi di passare immediatamente all’offensiva e si riprese con le armi la città di Brindisi tenuta dai due generali Minucci Camponesco e Onorato Gaetano di Giacomo Caldora. La regina Giovanna II, ormai anziana, dispose nel proprio testamento che alla sua morte la corona passasse a Renato I d’Angiò, fratello del deceduto Luigi III d’Angiò. Quindi, il 2 febbraio 1435 morì.

I partigiani di Alfonso, e primo tra loro Giovanni Orsini Del Balzo, incoraggiati da quelle due morti scesero apertamente in campo combattendo contro il nuovo aspirante angioino, Renato d’Angiò. La lotta armata tra i due bandi cruenta e alterna, durò per ancora altri sette anni, nel corso dei quali si susseguirono e si moltiplicarono devastazioni e saccheggi finché, il 2 giugno del 1442, Alfonso d’Aragona entrò vittorioso in Napoli, mentre Renato d’Angiò ritornò in Francia, sancendo la fine del dominio angioino sul regno di Napoli. In quegli ultimi lunghi sette anni, la città di Brindisi per sua fortuna non soffrì altri disagi particolari, mantenendosi sempre sotto il dominio feudale del rafforzato principe di Taranto e solo dovette contribuire alle lotte fornendo a quel principe i soldati di volta in volta a lui richiesti.

Tuttavia, il secondogenito casato angioino sul regno di Napoli – quello dei Durazzeschi che era seguito a più di cent’anni anni di esoso e poi sempre più deteriorato corrotto e caotico governo angioino – conclusosi dopo ben sessant’anni anni di un “non governo” a Napoli, lasciò Brindisi in uno stato veramente pietoso, conseguente al prolungato periodo calamitoso iniziato con lo scoppio dello scisma d’occidente: sessant’anni nel corso dei quali, a lotte, saccheggi, incendi, carestie e quant’altro, propri delle guerriglie urbane e delle guerre civili, si erano susseguiti anche l’alluvione, la peste e il terremoto. Eppure, nonostante il nuovo status politicamente più stabile e militarmente più tranquillo che il controllo aragonese avrebbe garantito per il regno e per la città di Brindisi, altri cataclismi funesti si profilavano sull’immediato orizzonte della città.

Il principe di Taranto Giovanni Orsini Del Balzo, signore di Brindisi, forse preoccupato dalla potenza in franca ascesa dei Veneziani e dall’idea che quelli potessero dal mare impadronirsi con facilità di Brindisi, o forse timoroso di una possibile invasione via mare del re Alfonso d’Aragona con il quale aveva deteriorato i rapporti e che da Brindisi avrebbe potuto prendere il suo principato, maturò e attuò nel 1449 uno stratagemma strano quanto malaugurato, che alla fine doveva rivelarsi funesto in estremo per Brindisi:

«… Là dove l’imboccatura del canale era attraversata da una catena assicurata lateralmente alle torrette site sulle due sponde, fa affondare un bastimento carico di pietre, ed ottura siffattamente il canale da permetterne il passaggio solo alle piccole barche. Non l’avesse mai fatto! Di qui l’interramento del porto, causa grave della malaria e della mortalità negli abitanti. Meglio forse, e senza forse, sarebbe stato se alcuno dei temuti occupatori si fosse impadronito di Brindisi, prima che il principe avesse potuto mandare ad effetto il malaugurato disegno. Fu facile e poco costoso sommergere un bastimento carico di pietre e i posteri solo conobbero la fatica e il denaro che abbisognò per estrarlo e render libero nuovamente il canale. Più dannosa ai cittadini fu questa precauzione del principe, che temeva di perdere un brano del suo stato, che non tutte le antecedenti e seguenti devastazioni. L’opera inconsulta del principe fu naturalmente malveduta dalla città, la quale prevedeva le tristi conseguenze. Ma il fatto era compiuto…» – Ferrando Ascoli-

Poi, sullo scorcio di dicembre del 1456, come ricorderete un terribile terremoto interessò una buona parte del regno, e Brindisi fu tra le città più colpite « … e la rovina coperse e seppellì quasi tutti i suoi concittadini… e restò totalmente disabitata… e al terremoto seguì la peste, la quale invase la città e troncò la vita a quel piccolo numero di cittadini ch’erano sopravvissuti al primo flagello..– Andrea Della Monica-

 Gianfranco Perri

 

BIBLIOGRAFIA

Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino‐1886

Babudri F. Lo scisma d’Occidente e i suoi riflessi sulla Chiesa di Brindisi-1955

Babudri F. Oria e lo scisma d’Occidente-1956

Carito G. Brindisi Nuova guida‐1994

Della Monaca A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi‐1674

Kiesewetter A.  Il principato di Taranto tra Raimondo Orsini Del Balzo, Maria d’Enghien e re Ladislao d’Angiò Durazzo-2009

Moricino G. Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino al 1604

Perri G. Brindisi nel contesto della storia‐2016

Schipa M. Puglia in età angioina-1940

Sirago M. Il porto di Brindisi dal Medioevo all’unità-1996

Tafuri G.B. Riflessi del grande scisma d’Occidente in Terra d’Otranto-1967

Vacca N. Brindisi ignorata‐1954

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