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Brindisi al tempo dello scisma d’occidente sotto i re durazzeschi – Parte II

Reading Time: 8 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA
PERIODO: XIII – XIV SECOLO
AREA: SUD ITALIA

parole chiave: Brindisi, Durazzo
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Maria d’Enghien

Nel 1385, Raimondo Orsini Del Balzo sposò Maria d’Enghien, figlia del conte Giovanni di Lecce e di Sancia Del Balzo. che gli portò in dote il dominio sulla contea di Lecce nonché le baronie di Mesagne e di Carovigno, con un matrimonio dovuto al sostegno della corte di Luigi II D’Angiò, che contava Raimondo tra i suoi più fedeli servitori, ed a quello del papa Urbano VI, che Raimondo aveva liberato nel luglio 1385 dall’assedio di Nocera perpetrato da Carlo III di Durazzo.

Poi, tra il 1386 e il 1398, in seguito alla morte di Carlo III di Durazzo e alla salita sul trono di Napoli del suo giovanissimo figlio Ladislao sotto la reggenza della madre Margherita, nonché grazie al temporale insediamento sul trono di Napoli di Luigi II d’Angiò nel 1390, Raimondo poté estendere il suo potere anche su Brindisi, Molfetta, Monopoli, Gallipoli e Martinafranca con il sostegno di alcune delle diverse parti in lotta nel regno e poi, con il sostegno di Luigi II d’Angiò, poté anche espropriare al padre e al fratello la contea di Soleto.

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Raimondo Orsini del Balzo

Inoltre, in Campania, prese in pegno e quindi comprò da Ottone di Brunsvick, la contea di Acerra e diversi casali, Marcianise, San Vitaliano e Trentola, mentre in Irpinia detenne le baronie di Flumeri Trevico e Guardia Lombarda. Sul finire del 1398, rendendosi conto della imminente capitolazione di Luigi II D’Angiò, il Raimondo Orsini Del Balzo compì un clamoroso voltafaccia, facendo atto di sottomissione a Ladislao di Durazzo, una mossa che gli valse la promessa della futura concessione reale del sempre ambito principato di Taranto, che si concretizzò nel 1399, poco dopo la morte del principe titolare Ottone di Braunschweig, anche se con una consistenza territoriale nuovamente e sensibilmente diminuita. Matera, Castellaneta, Laterza, Massafra e Gioia del Colle furono distaccate dal grande feudo e infeudate come contea di Matera a Stefano Sanseverino, mentre Polignano a Mare fu concessa a Lorenzo Acciaioli e in seguito inglobata nel demanio regio.

 

Al contempo inoltre, Raimondo fu obbligato a rinunciare alla signoria su Brindisi, Barletta e Monopoli, che Ladislao infeudò a sua madre Margherita di Durazzo, alla quale concesse pure Gravina, Bitonto e Venosa. Comunque, con il principato, per quell’epoca di fatto ancora il feudo più esteso di tutto il regno di Napoli, nella Terra d’Otranto Raimondo Orsini Del Balzo sommò per sé vasti possedimenti, anche se sparsi, e tra quelli, Francavilla Fontana, Gallipoli, Ginosa, Martinafranca, Mottola, Nardò, Oria, Ostuni, Ugento, Tricase e Taranto, sui quali governò comportandosi come un principe prerinascimentale, in completa autonomia e dando grande rilievo all’arte e alla cultura. Del resto, il suo potere su tutti quei territori, vista la lontananza e la debolezza della corona durazzesca, a quell’epoca fu pressoché illimitato.

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Carta nautica di Bartolomeo Pareto, XV secolo

Con il ritorno del regno sotto il controllo durazzesco, nel 1399, l’arcidiocesi di Otranto poté essere rioccupata da un arcivescovo di obbedienza romana, Filippo, nominato dal papa Bonifacio IX succeduto a Urbano VI, e con il suo arrivo nella chiesa otrantina, una volta allontanato l’arcivescovo Riccardo per ordine del principe Raimondo Orsini Del Balzo, lo scisma in tutta la Terra d’Otranto ebbe praticamente termine. Del resto, la caduta di Luigi II d’Angiò, la scomparsa di scena dell’antipapa Clemente VII, l’abilità politica del nuovo papa romano Bonifacio IX e l’energica pressione del principe di Taranto Raimondo Orsini Del Balzo, tolsero ogni possibilità agli ecclesiastici aderenti allo scisma di poter rimanere in carica nelle loro sedi, anticipando, di fatto, la definitiva e totale conclusione dello scisma.

I rapporti fra il potente principe di Taranto Raimondo Orsini Del Balzo e il re Ladislao si guastarono in pochi anni e, sul finire del 1405 indotto dal papa Innocenzo VII, Raimondo ricambiò bando e si ribellò a Ladislao: concesse in tutti i suoi territori un indulto ai seguaci di Luigi II d’Angiò e si mise a capo di un’alleanza militare anti-durazzesca. Ma poco dopo, il 17 gennaio 1406, morì di colpo. A quel punto, la moglie di Raimondo, Maria d’Enghien, con i due figli minorenni Giovanni Antonio e Gabriele, si trasferì da Lecce a Taranto, che più facilmente poteva essere difesa dall’imminente attacco di Ladislao e poteva ricevere rinforzi dall’alleato Luigi II d’Angiò, sempre risoluto a riprendersi il regno di Napoli. Maria d’Enghien e Luigi II d’Angiò strinsero anche un preciso accordo che, tra altro, prevedeva per il figlio primogenito di Maria, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, il principato di Taranto nella sua articolazione feudale integrale del tempo del principe Filippo II (composto da Taranto, Massafra, Palagiano, Mottola, Castellaneta, Laterza, Ginosa, Gioia del Colle, Martinafranca, Polignano, Ostuni, Oria, Nardò, Gallipoli, Otranto e Ugento), le tre contee di Soleto, di Lecce e di Castro, le baronie di Mesagne e di Carovigno, nonché i due importanti porti di Barletta e Brindisi. Però, il fato giocò un brutto scherzo ai due cospiratori e la flotta approntata da Luigi II d’Angiò con l’esercito e il tesoro monetario, naufragò appena salpata da Marsiglia il 26 dicembre del 1406. E così, quando a metà di aprile 1407 il re Ladislao giunse con il suo esercito sotto le mura di Taranto, incalzata da una situazione ormai chiaramente senza una possibile via d’uscita e su consiglio del suo stesso comandante delle truppe, Maria d’Enghien iniziò subito le trattative per la resa che si conclusero molto rapidamente, il 23 aprile, con il suo matrimonio con il re.

Morto Ladislao senza eredi diretti nell’agosto 1414, gli succedette la sorella Giovanna II di Durazzo, la quale inizialmente fece imprigionare Maria d’Enghien e i suoi figli, Giovanni e Gabriele, rendendogli dopo pochi anni la libertà e restituendogli poi la contea di Soleto e la baronia di Flumeri, nonché Altamura e Minervino Murge. E finalmente, il 4 maggio 1420, il quasi ventenne Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, nato a Lecce il 9 settembre 1401, fu infeudato con il principato di Taranto.

Scoppiato nel 1423 il conflitto tra Aragonesi e Angioini per la successione al trono di Giovanna II, il principe Orsini Del Balzo inizialmente non prese posizione. In seguito, però, quando Giovanna II insignì il suo avversario Giacomo Caldora del titolo di duca di Bari, si schierò dalla parte di Alfonso V d’Aragona. La regina allora lo considerò un ribelle e nell’estate del 1434 fece occupare da Caldora quasi tutti i suoi possedimenti in Terra d’Otranto, che però Orsini Del Balzo riuscì a riconquistare in breve tempo. Dopo la morte della regina Giovanna II, avvenuta il 2 febbraio 1435, nel conflitto tra Alfonso V d’Aragona e il nuovo erede designato al trono, Renato d’Angiò, fratello minore di Luigi III d’Angiò anteriore erede designato da Giovanna II, il principe Giovanni Orsini Del Balzo prese di nuovo le parti dell’aragonese e così, dopo la vittoria definitiva di questi contro i d’Angiò, nel 1442, si trovò a essere il più potente feudatario del nuovo regno delle Due Sicilie: “signore di più di 400 castelli, il cui dominio si estendeva da Marigliano a Leuca e a cui, dopo la morte della madre Maria, si aggiunsero le contee di Lecce e di Soleto”.  Estinta la dinastia durazzesca e debellate per sempre le pretese angioine sul regno di Napoli, l’intera Terra d’Otranto e la parte meridionale della Terra di Bari finirono sotto il dominio del potente principe di Taranto.    

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 A Brindisi
Lo scisma d’occidente del 1378 incontrò la città in preda a una situazione di forte crisi, giacché non si era ancora del tutto ripresa dai gravissimi fatti che una trentina d’anni prima l’avevano sconvolta, generati dalla violenta lotta civile tra le due più potenti famiglie della città – i Ripa e i Cavalerio – che, in seguito a una grave carestia esplosa pochi anni dopo l’insediamento sul trono di Napoli della regina Giovanna I d’Angiò, era sfociata nel 1346, in una serie di delitti d’ogni genere: saccheggi, incendi, distruzioni ed assassinii. L’impotente governatore provinciale, il napoletano Goffredo Gattola, fu espulso da Filippo Ripa entrato in città con mille armati e la situazione poté finalmente essere controllata solo grazie all’intervento del principe di Taranto Roberto che, nella totale assenza di una autoritaria azione del troppo lontano governo centrale del regno, decise di porre ordine tra tanta violenza e tanta anarchia e di scongiurare anche il tentativo del suo “crudele, avaro, traditore, lussurioso, ingiusto e spergiuro” fratello, il duca di Atene Gualtieri VI di Brienne, di impadronirsi della città di Brindisi, ormai allo sbando.

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Roberto inviò i suoi uomini armati in città, da dove cacciò i Ripa che si erano macchiati di gravissimi delitti e di assassinii con cui avevano quasi annientato i Cavalerio e quindi, ristabilì l’ordine e la legge riuscendo finalmente a pacificare l’intera città. Icittadini di Brindisi, in riconoscimento e in cerca di protezione, manifestarono il desiderio che la città fosse incorporata al principato di Taranto dal quale in quegli anni si trovava esclusa, un’appartenenza che poi si formalizzò nel 1353. Del resto, già negli anni prossimi al concludersi il regno di Roberto d’Angiò, figlio di Carlo II e nonno di Giovanna I, che regnò a lungo fino al 1343, le condizioni economiche di Brindisi erano talmente depresse che un incaricato del Giustiziere di Terra di Bari, che aveva avuto l’ordine di vendere una certa quantità di zucchero, comunicò che la città, pur essendo centro marittimo e mercantile importante, era quasi deserta e spopolata e che non aveva trovato chi potesse comprare lo zucchero della Curia. Poi, alla carestia del 1345 e alla desolazione delle violente e sanguinose lotte cittadine del 1346, si aggiunse anche la tristemente celebre peste del 1348 e così l’intera città di Brindisi sprofondò per anni in totale miseria, tanto da indurre il governo centrale di Napoli ad esonerarla temporalmente da ogni gravame e a concederle vari altri privilegi e franchigie.

Ma ormai, con gli Angioini insediati al governo di Napoli, nel regno si era formata e poi fortemente radicata una élite internazionale, in particolare fiorentina, che in Terra d’Otranto aveva stabilito la sua sede a Lecce, che a partire da quel tempo assunse un ruolo decisamente competitivo e poi economicamente e culturalmente prevalente rispetto alle antiche vicine città di mare, Brindisi in primis, che per secoli non ebbe più molte opportunità di ritornare all’antico splendore.

Fine Parte II – continua

Gianfranco Perri

 

 

BIBLIOGRAFIA

Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino‐1886

Babudri F. Lo scisma d’Occidente e i suoi riflessi sulla Chiesa di Brindisi-1955

Babudri F. Oria e lo scisma d’Occidente-1956

Carito G. Brindisi Nuova guida‐1994

Della Monaca A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi‐1674

Kiesewetter A.  Il principato di Taranto tra Raimondo Orsini Del Balzo, Maria d’Enghien e re Ladislao d’Angiò Durazzo-2009

Moricino G. Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino al 1604

Perri G. Brindisi nel contesto della storia‐2016

Schipa M. Puglia in età angioina-1940

Sirago M. Il porto di Brindisi dal Medioevo all’unità-1996

Tafuri G.B. Riflessi del grande scisma d’Occidente in Terra d’Otranto-1967

Vacca N. Brindisi ignorata‐1954

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