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Recensioni librarie: l’Iliade di Omero

tempo di lettura: 7 minuti

 

livello elementare

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ARGOMENTO: RECENSIONE
PERIODO: IX – VII SECOLO AVANTI CRISTO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Omero, Achille, Troia

 

Uno dei ricordi più lontani della mia infanzia sono le letture che mia madre mi faceva di pagine dell’Iliade, uno dei più celebri poemi epici dell’Umanità attribuito ad Omero. Non è noto se Omero sia realmente vissuto ma l’Iliade e l’Odissea sono considerati i due massimi poemi epici della letteratura greca. 

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elmo acheo, Creta – photo credit andrea mucedola

La storia è ambientata nella tarda età del bronzo (1300-1200 a.C.), quando il sistema politico ed economico nel Mediterraneo si stava trasformando. A quell’epoca il mare non ancora nostrum era già solcato da navi commerciali che trasportavano beni da una parte all’altra delle sue coste, portando prosperità e benessere anche alle colonie più lontane. Erano però anche tempi in cui popoli guerrieri, descritti genericamente come i popoli del mare, attaccavano le imbarcazioni ed i villaggi costieri creando instabilità sulle rotte commerciali.

Questi pirati avevano nomi diversi, dipendendo dalle loro regioni di origine. Fra di loro gli Achei, uno dei primi popoli giunti nella penisola ellenica, secondo la ricostruzione degli studiosi moderni, intorno al 1700 avanti Cristo. In Argolide crearono i loro massimi centri economici e culturali. Al mondo acheo appartenevano i principi greci, uniti in una confederazione di piccoli Stati sovrani, che la saga omerica ci presenta in armi sotto Ilio, città nota anche come Troia.

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nave achea su frammento ceramico

Le origini dei Troiani non sono note in quanto durante la tarda età del bronzo tutta l’area era occupata da diversi popoli indoeuropei. Molti pensano che la potente città potrebbero essere stata abitata da un popolo a sé stante, alleato con popoli di lingua simile o diversissima. La principale fonte storica è rappresentata dagli archivi reali ittiti, che citano una città chiamata Wilusa e/o Truwisa-Tarusia da cui Ilios/Troia, la moderna Truva. Probabilmente Troia fu una delle principali città di una confederazione di regni (o una lega di città) nota nelle fonti ittite come Arzawa. Certamente una spina nel fianco ai greci del Peloponneso. Sebbene la guerra fra la “lega” degli Achei e quella di Troia fu probabilmente legata ad interessi commerciali e di potenza marittima, secondo il mito, raccontato nell’Iliade, fu causata dal mito di Paride, figlio di Priamo, re di Troia.

Il mito
Secondo Omero, tutto ebbe iniziò nella residenza degli dei sul monte Olimpo, durante le nozze di Peleo, mortale, e Teti, la più bella delle Nereidi, ninfe dei mari figlie di Nereo e Doride, discendenti da Oceano. Giusto per guastare la festa, la dea della Discordia Eris, non essendo stata invitata (chissà perchè) lanciò sulla tavola degli dei una mela d’oro che recava una scritta: “alla più bella”. Le dee olimpiche, nonostante le loro caratteristiche peculiari, non mancavano di vanità ed Era, Atena e Afrodite si contesero la mela. Non riuscendo a venirne a capo, ed essendosi gli dei maschi opportunamente distaccati da tale contesa, il tuonante Zeus decise di dare il non semplice compito ad un mortale, il bellissimo Paride, figlio del re di Troia. Il giovane dovendo scegliere a chi dare la mela (perchè di una semplice mela si trattava) alla fine scelse Afrodite, che gli aveva promesso l’amore della donna più bella del mondo.

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Elena e Paride – cratere a campana apulo a figure rosse (IV sec. a.C.) museo del Louvre, Parigi.

Passò del tempo e Paride, che era figlio di Priamo, re di Troia, approdò con le sue navi a Sparta e durante un banchetto incontrò Elena, la giovane e bellissima moglie di Menelao: l’incontro fu galeotto e i due, presi dall’ardore, fuggirono insieme alla sua città natale. Per vendicare l’offesa, Menelao si recò dal fratello Agamennone, re di Micene, che, chiamando a raccolta tutti i re Achei, organizzò una spedizione contro la potente città.

Fu una lunga guerra, quasi decennale ma, nell’Iliade, vengono descritti solo gli ultimi 51 giorni, raccontati in 24 canti (o libri). Al centro del poema non ci sono i due amanti ma c’è la figura di Achille, figlio di Peleo e di Teti (gli stessi di quelle nozze movimentate), che crescendo era divenuto un potente ed invincibile semidio acheo. La madre Teti, conoscendo il suo futuro, per renderlo immortale, lo aveva immerso nelle acque del fiume Stige, tenendolo per il tallone, per cui non poteva essere ucciso in combattimento. L’unico suo punto vulnerabile, che sappiamo gli sarà fatale, sarà proprio il tallone restato fuori dalle acque. Achille, crescendo, viene affidato al centauro Chirone, che diventa il suo maestro, e alla cura del precettore Fenice, che lo addestrano all’arte della guerra, all’uso delle armi ma anche alle nobili arti. Ma il destino irrevocabile (il fato), fissato fin dal principio ed a cui nessuno si può sottrarre, lo attende. Achille, glorioso guerriero, il migliore tra gli Achei, affronterà gli ultimi giorni della vita sotto le mura di Troia e sarà ricordato nei versi dell’Iliade. 

Nel proemio, il poeta ne sottolinea la sua centralità nel racconto, iniziando il racconto con il celebre “Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco generose travolse alme d’eroi, e di cani e d’augelli orrido pasto lor salme abbandonò … “. Un verso che non fa presagire nulla di buono.

Raccontiamo in breve la storia 
La guerra tra Achei e Troiani dura ormai, tra alti e bassi, da oltre nove anni; Troia grazie alle sue alte e possenti mura è imprendibile e i Greci sono relegati nei loro campi sulle spiagge, sempre più stanchi e disillusi. Il malcontento si diffonde, soprattutto per via di Agamennone, capo della spedizione, che gestisce male le operazioni e si rifiuta di restituire la schiava Criseide al padre Crise, sacerdote di Apollo, considerandola un suo bottino di guerra. A quel punto sono chiamati in ballo gli dei ed Apollo interviene direttamente per punire Agamennone, inviando un’epidemia di peste sul campo dei Greci.

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La cosiddetta “maschera di Agamennone” scoperta da Heinrich Schliemann nel 1876 a Micene e conservato al Museo Archeologico Nazionale di Atene, Grecia – autore della fotografia raccolta personalesailko Maschera di Agamennone 02.JPG – Wikimedia Commons

Agamennone è così costretto a rimandare la fanciulla dal padre ma, per rimediare alla perdita della bellissima schiava rapisce Ippodamia, figlia di Briseo (da cui Briseide), sacerdotessa troiana di Apollo ed una delle schiave di Achille. A quel punto il Pelide si infuria e decide di non dare più supporto agli Achei in battaglia. Questi cominciano a subire gravi perdite incalzati dai Troiani e Agamennone restituisce la fanciulla ad Achille. Un giorno, Patroclo, il migliore amico di Achille, scende in campo indossando le sue armi, ed Ettore, valoroso figlio di Priamo e generale a capo delle truppe troiane, scambiandolo per l’eroe lo sfida in battaglia e lo uccide, causando l’ira e la furia di Achille, che viene citata nel proemio.

Achille, il cui rapporto con Patroclo andava forse oltre la più intima amicizia, torna in combattimento a capo del suo esercito di Mirmidoni, incontra Ettore in battaglia e lo uccide. L’ira è tale che infierisce sul suo povero corpo, trascinandolo nell’accampamento acheo fino alla pira dell’amico Patroclo. Lo scempio del corpo si ripete ogni giorno sotto gli occhi del padre Priamo. Un’empietà che non può durare … per cui intervengono nuovamente gli dei. Priamo si reca quindi in prima persona, scortato dal dio Ermes, per chiedere che il corpo martoriato gli venga restituito. La sua richiesta è talmente ricca di pathos che Achille viene mosso a compassione gli restituisce i resti del figlio, concedendogli anche una tregua di dodici giorni, durante i quali verranno celebrati solenni funerali in onore di Ettore.

Così termina il racconto ed ora vi chiederete … e la storia di Odisseo e del cavallo di Troia? L’inganno del famoso Cavallo di Troia viene raccontato nell’Odissea da Odisseo durante il banchetto alla corte di Alcinoo e ripreso, secoli dopo, nell’Eneide di Publio Virgilio Marone dal protagonista Enea, figlio di Priamo ed esule di Troia, nel suo straziante racconto a Didone, regina di Cartagine. 

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lo stratagemma del cavallo di legno raffigurato in un vaso greco trovato a Cerveteri (Roma) e datato intorno al 560 a.C.

Come ricordate, l’inganno viene concepito dall’astuto Odisseo, re di Itaca, l’Ulisse dei Latini, che ispirato dalla dea Atena, suggerisce agli Achei, ormai stanchi e demoralizzati dopo dieci anni di battaglie, di lasciare sulla spiaggia un imponente cavallo di legno in offerta agli dei per ingraziarsi il ritorno in patria. La storia la conoscete: Ulisse con alcuni soldati si nasconde dentro il cavallo ed attende di essere portato all’interno della città dagli stessi Troiani. Ci sono momenti di tensione ma alla fine, il cavallo viene portato all’interno delle mura. Durante la notte, Ulisse e i suoi soldati fuoriescono dal ventre del cavallo e apre le porte per far entrare il resto degli Achei che possono così penetrare nella città e metterla a ferro e fuoco.

Curiosità
Ma si trattò proprio di un cavallo? Sulla base di studi recenti alcuni ricercatori hanno ipotizzato che i poeti successivi a Omero sbagliarono nella traduzione dell’opera omerica interpretando la parola greca “Hyppos” come cavallo. Il termine potrebbe essere invece riferito ad un tipo di nave fenicia, molto comune nel periodo, con una testa di cavallo a prua.

L’Iliade, un bel poema epico o un racconto storico romanzato?
Quando Heinrich Schliemann iniziò gli scavi nella moderna città turca di Hissarlik, scopri nove città, una sopra l’altra, delle quali solo il 6° e 7° livello combaciavano con la descrizione letteraria di Troia. In particolare, la sesta città apparve distrutta da un terremoto (cosa usuale nella regione, ancor oggi molto sismica), mentre la settima, più piccola e povera, presentava lungo le mura i segni di un grande incendio, probabilmente legato ad una battaglia.

Schliemann ipotizzò che il sito si dovesse trovare nelle vicinanze dello stretto dei Dardanelli e poi si dedicò alla collina di Hissarlik. In realtà non furono trovate prove storiche che la rovina fosse dovuta ad una sola guerra e contro un solo nemico, gli Achei del poema. La durata decennale della guerra raccontata da Omero potrebbe quindi avere un valore più simbolico che reale, ed è plausibile che la città subì in realtà numerosi assedi da parte di popoli invasori.

In sintesi, un’opera epica bellissima e ricca di spunti di riflessione sulla nostra presunta umanità, speculare alla presunta perfezione degli dei che, in realtà, sembrano essere la matrice delle nostre debolezze. Se non lo avete in biblioteca,  cercatelo … un libro affascinante che vi farà sognare … Buona lettura.

 

in anteprima immagini da Iliade (traduzione Romagnoli)
Iliade (Romagnoli) II-0058.png – Wikimedia Commons

 

 

 

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