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Il futuro dell’Afghanistan? Cinese … articolo di Antonio Li Gobbi

Reading Time: 5 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ASIA

parole chiave: Afghanistan, Taleban

 

In questi giorni si sprecano le lacrime di coccodrillo in relazione alla triste sorte degli Afghani, in un paese che sta inesorabilmente cadendo sotto il crudele controllo dei Talebani. Siamo terrificati ma ugualmente non facciamo nulla di fronte alle inevitabili cruente vendette cui saranno soggetti tutti coloro che i nuovi padroni accuseranno, a torto o a ragione, di aver avuto simpatie per i valori” che l’Occidente ha fatto finta di esportare nel paese. Ipocrisia allo stato puro!  Era evidente che sarebbe finita così e lo era da quando gli ultimi tre presidenti succedutisi alla Casa Bianca (Obama, Trump, Biden) hanno incominciato a pubblicizzare date di “ritiro” dal paese. Un “fine missione” che aveva solo scopi elettorali domestici.

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Imperversano anche accurate analisi di generali in pensione sul “perché” in Afghanistan gli USA e i loro alleati abbiano perso. Analisi che fanno pensare, che temo resteranno solamente utile documento per i futuri studiosi di storia, ma che non saranno mai tramutate in ammaestramenti dalle classi politiche occidentali in vista di nuove (fallimentari) operazioni militari.

Allora, siamo onesti: l’Afghanistan “americano” è irrimediabilmente perduto! Ovvero, non ci sarà (almeno nel prossimo decennio) un Afghanistan che si ispiri a “valori” occidentali. I Talebani eseguiranno le loro crudeli “vendette”, non perché siano “barbarici”, ma perché tale modus operandi risulta tremendamente efficace per imporre il proprio controllo sul paese quando si è numericamente minoritari.

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“Non vedremo le immagini di fuga da un altro Vietnam” ha tuonato Biden … ma è quello che sta succedendo in queste ultime ore all’aeroporto internazionale di Kabul (KAIA) – nota della redazione

Non ci sarà pietà, né potrebbe esserci e gli appelli occidentali a non perpetrare “vendette” sanguinarie otterranno solo l’effetto opposto, dovendo i Talebani dimostrare che loro degli “infedeli” non hanno paura. Chi aveva creduto in quello che USA e Alleati promettevano fuggirà all’estero (se ne avrà la possibilità) o rimpiangerà drammaticamente di essersi fidato di noi o, talvolta, i nuovi padroni dalla decapitazione facile non gli concederanno neanche il tempo per rammaricarsene. Risibili le minacce da parte di ONU e UE di “isolare” il paese nel caso in cui i Talebani non rispettassero i patti! L’isolamento internazionale lungi dall’essere temuto sarà desiderato dai Talebani quando prenderanno il potere (ribadisco: “quando” non “se”).

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Inoltre, non credo che in realtà, aldilà dei proclami retorici e vuoti, un tale “isolamento internazionale” vi sarà. Già oggi i Talebani godono di supporto esterno da parte di molti paesi che non sarebbero disposti a dichiararlo ufficialmente. I legami con Pakistan e Qatar sono noti, ma forse tutto l’Islam Politico non è troppo ostile nei loro confronti. La stessa Turchia di Erdogan, che manterrà una presenza nel paese e che negli anni ha saputo costruirvi una rete di interessi di tutto rilievo, non dovrebbe avere soverchi problemi a scendere a patti con loro.

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Photo credit: Ministry of National Defense of the People’s Republic of China

Poi ovviamente c’è la Cina, che sarà ben felice di sostituire la presenza americana nel paese (paese dal quale peraltro la separa un sia pur breve ed impervio confine terrestre). Già ci sono stati contatti formali a livello ministeriale tra Cina e Talebani e certo non ci si sarà limitati a parlare dei diritti religiosi degli Uiguri (siamo realistici: la Cina non avrebbe necessità di scendere a patti con i Talebani per gli Uighuri visto che non è scesa a patti con l’intero Occidente per Hong Kong). Ricordiamoci che l’Afghanistan, che era già in epoca antica sulla vecchia “Via della Seta”, è anche oggi sul tragitto della nuova Belt Road Initiative terrestre!

Ci sono in Afghanistan importanti riserve di gas naturale, di cobalto, di litio, di oro che i Talebani da soli forse non sarebbero in grado di sfruttare, ma che possono servire come merce di scambio per ottenere protezione internazionale da chi, come Pechino, si fa pochi scrupoli in termini di diritti umani.

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Inoltre, il gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), che trasporterà gas naturale dal Turkmenistan attraverso l’Afghanistan, il Pakistan e l’India è considerato il simbolo del riscatto energetico di tutta l’Asia Centrale e la sua realizzazione comporterà miliardi di dollari di royalties per chiunque controlli veramente il territorio afghano e per i suoi sponsor (ovvero, di nuovo, la Cina). Una maggior presenza cinese in Afghanistan consentirebbe alla Cina di giungere, attraverso il Pakistan con cui ha già ottimi rapporti, al Mar Arabico (elemento chiave della Belt Road Initiative marittima).

Inoltre, così facendo, Pechino isolerebbe l’India che rimane la sua principale avversaria nell’Asia Meridionale ed elemento cardine del Quadrilateral Security Dialogue costruito dagli USA in funzione anti-cinese. A ovest dell’Afghanistan, Teheran, già sul “libro nero” degli USA, non disdegnerebbe di mantenere relazioni aperte con i Talebani, anche perché le regioni più ricche dell’Afghanistan sono proprio quelle occidentali al confine con l’Iran e dove larghe percentuali di popolazione sono di religione sciita. Riterrei probabile anche un ritorno di interesse della Russia nel paese, che verosimilmente sarebbe ben felice di trattare con i Talebani per ottenere assicurazioni che non fomentino movimenti islamisti in Russia o nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale.

In conclusione, l’Afghanistan tornerà nel “medioevo talebano”, l’Occidente condannerà e si strapperà le vesti a vuoto, la Cina (in primis) e altre potenze avversarie degli USA (Russia, Iran, Turchia) faranno affari d’oro con i nuovi padroni fregandosene di libere elezioni, diritti umani e diritti delle donne. Complimenti Washington!

Antonio Li Gobbi

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Nato nel ’54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari (il padre era un eroe di El Alamein), entra nel ’69 alla “Nunziatella” a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E’ stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste. E’ collaboratore di Analisidifesa e Difesaonline

 

articolo pubblicato in origine da Difesaonline 

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2 commenti

  1. Francesco Brecciaroli Francesco Brecciaroli
    18/08/2021    

    Purtroppo assolutamente condivisibile! Ma è possibile “esportare” la democrazia? Io penso di sì, ma bisogna tener conto di condizioni che partono dall’affermazione militare, a cui deve far seguito politiche culturali e sociali che devono essere di lunga durata! La massa di afghani che ha tentato, inutilmente, di fuggire dimostra che una parte molto consistente della popolazione ha potuto apprezzare la cultura e la civiltà “occidentale”. E’ovvio che questo comporta grandi sacrifici, ma molto peggio interrompere questo processo. Questo costerà infinitamente di più! E l’articolo lo dimostra!

    • 18/08/2021    

      Si, l’esperienza nei Balcani insegna … una presenza costante ha aiutato ad una migliore convivenza. C’è da dire che il substrato è molto diverso e gli interessi dei vicini decisamente preponderanti … pubblicherò qualcosa a riguardo fra breve

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