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  Address: OCEAN4FUTURE

Perché la maggior parte degli incidenti da MDD non è legato ad errori di risalita: intervista al Prof. Simon Mitchell, parte 7

Reading Time: 4 minutes

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livello medio

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ARGOMENTO: SUBACQUEA
PERIODO: XXI SECOLO 
AREA: DIDATTICA

parole chiave: Mitchell, Di Ruzza
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Il database DAN ci dice che il 57,6% delle Malattie Da Decompressione è immeritato, ovvero non è dovuto ad errori nella risalita. Simon, come spieghi questo risultato? Algoritmi imprecisi? Alta variabilità tra individui? Pervietà del forame ovale? Scarsa qualità dei dati raccolti? Errori di altro genere non tracciati? 
L’idea che la MDD sia immeritata, perché qualcuno ne accusa i sintomi anche quando si sta immergendo nel rispetto dell’algoritmo, è un’interpretazione errata del significato degli algoritmi. Diciamo ad esempio che una tabella assicuri che puoi immergerti a 30m per 20′ e fare la risalita diretta in superficie. Quello che va compreso è che quella raccomandazione è una stima di rischio accettabile, e quindi NON significa nessun rischio. Se fai un certo numero di immersioni a 30m per 20′ potrai notare che alcune persone si ammaleranno ma sarà un numero accettabilmente piccolo. Per assurdo per non correre rischi di incorrere nella Malattia Da Decompressione non dovresti immergerti. Il punto è che tutti questi limiti, questi algoritmi, queste raccomandazioni sono associati a un certo grado di rischio.

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L’altro punto che poni riguarda il rischio individuale ed i fattori di rischio, e sottolinea variabili che cambiano i livelli di rischio delle persone, come un PFO, l’idratazione, il cambiamento della temperatura o l’attività fisica durante l’immersione. Esistono molti elementi che possono modificare il rischio e sono di enorme importanza. Per alcuni di loro, come il PFO, sappiamo perché sono un rischio. Anche il raffreddamento durante un’immersione sappiamo che è un grosso rischio per il quale possiamo adottare delle forme di protezione, ma probabilmente ci sono anche altri rischi che non capiamo. C’è molto da imparare sulla MDD, ma è importante sottolineare che non esiste una MDD immeritata, anche quando ti immergi entro i limiti di un algoritmo c’è ancora un rischio ed è una MDD sfortunata. Tutte le persone hanno un livello di rischio associato.

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Concentriamoci sul metodo: tra i subacquei che praticano immersioni  estreme sono diffuse tabelle decompressive tailor made. Alcune metodologie sono ricavate da esperienze dirette e codificate in profili decompressivi. Tu sei uno scienziato con numerose pubblicazioni basate su esperimenti condotti rispettando vincoli sulla ripetibilità e la comparabilità delle prove, ma sei anche un subacqueo tecnico che si trova a calare la teoria nella pratica: quanto è affidabile l’esperienza del singolo e del tuo gruppo? Il risultato sulle soste profonde quanto ci dice sulla differenza tra percezione e realtà? Quanto è applicabile la frase di Robert William Hamilton “ciò che funziona, funziona!”?
Sì, è un’ottima domanda. Ci sono alcune punti da approfondire. Prima di tutto le esperienze individuali: penso che siano effettivamente valide per il singolo. Voglio sottolineare: per il singolo. Tornerò su questo concetto tra un momento, ma vorrei ribadire una delle cose che ho detto spesso ai subacquei che si immergono in VPM o con un modello a bolle, e hanno sentito parlare delle cose di cui abbiamo discusso questa mattina. Alla mia affermazione: “il modello a bolle probabilmente enfatizza eccessivamente i deep stop” potrebbero replicare: “Guarda, ho fatto 3.000 immersioni su VPM e non sono mai stato male, pensi che dovrei cambiare?” La mia risposta sarebbe: “no, non cambiare, per te funziona, va bene!” Quello di cui stiamo parlando sono dati per studi che coinvolgono molte persone, ma se la tua esperienza personale è che questo algoritmo funziona per te, e tu ne sei soddisfatto, no, non ti consiglierei di cambiare, sarebbe stupido da parte mia farlo. Quindi, a livello individuale, penso che l’esperienza conti qualcosa, ma quello che bisogna stare molto attenti a fare è estrapolare l’esperienza di una persona ed applicarla ad altre persone e ti faccio un esempio di questo.

Andai ad una presentazione alcuni anni fa a Sidney, c’erano alcuni rappresentanti di un particolare gruppo di subacquei che avevano fatto immersioni importanti e rivendicavano buoni risultati con MDD minima o nulla. In quell’occasione mi alzai in piedi dicendo: “guardate, dovete stare molto attenti perché le persone che stanno facendo queste immersione impegnative, sono ciò che chiamiamo sopravvissuti auto-selezionati“. In altre parole, queste persone lo fanno da un pò di tempo e mentre una parte intraprende la carriera subacquea, ci sono persone che si ammalano, abbandonano, non si immergono più. Quindi, ciò che si ottiene è un gruppo che continua a fare queste immersioni impegnative, ma che quasi certamente a livello individuale è meno suscettibile alla MDD rispetto a tutte le altre persone che hanno abbandonato.

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È una sorta di “darwinismo subacqueo”, una selezione?
Sì. È come un’auto-selezione, quindi non è molto saggio prendere quello che stanno facendo e dire a tutti gli altri che puoi farlo anche tu, perché stai prendendo una pratica che è stata sviluppata da un gruppo selezionato di persone e la stai applicando ad un gruppo di persone assolutamente non selezionato. Quindi, mentre credo che l’affermazione di Robert Hamilton “ciò che funziona, funziona!” sia probabilmente abbastanza valida per un individuo, bisogna stare attenti ad applicarla in modo generale ad un gruppo più ampio, sulla base di ciò che fa un ristretto insieme di individui. Spero di aver chiarito questo punto, penso che il rischio MDD sia una cosa piuttosto individuale, quindi bisogna prestare attenzione nell’interpretare “ciò che funziona, funziona!”, per una persona potrebbe funzionare per un’altra no.

Fine parte 7 – continua

Paolo di Ruzza

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