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NO PLASTIC AT SEA

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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

Salve a tutti. Noi crediamo che l'educazione ambientale in tutte le scuole di ogni ordine e grado sia un processo irrinunciabile e che l'esempio valga più di mille parole. Siamo arrivati a oltre 4000 firme ma continuiamo a raccoglierle con la speranza che la classe politica al di là delle promesse comprenda realmente l'emergenza che viviamo, ed agisca,speriamo, con maggiore coscienza
seguite il LINK per firmare la petizione

  Address: OCEAN4FUTURE

Stabilità precaria nell’Indo-Pacifico – parte III

tempo di lettura: 3 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: CINA
parole chiave: Sud Est asiatico, potere marittimo, asse russo-cinese
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Siamo arrivati alla conclusione di questa valutazione del Comandante Renato Scarfi sulla situazione nell’Indo Pacifico. Come leggerete, Scarfi sottolinea come sia necessario introdurre efficaci meccanismi di prevenzione per evitare che in quell’area del mondo si inaspriscano le già esistenti rivalità geopolitiche (NdR)
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Conclusioni
La sola creazione di una rete di alleanze non sembra, tuttavia, sufficiente per formare una difesa contro le crescenti ambizioni e presenza cinesi nell’area dell’Indo-Pacifico. Di conseguenza le spese nel settore della Difesa, specialmente riguardo alle capacità marittime, negli ultimi anni sta gradualmente aumentando in tutta l’Asia sud-orientale e in Oceania.

Dietro alla Cina, quindi, i Paesi asiatici che più temono la sua aggressività, o che hanno dei contenziosi in corso, si sono ingaggiati in una corsa alla crescita navale, con Giappone e India che emergono su tutti per impegno economico e qualità dell’armamento. L’Australia, inoltre, nel febbraio 2019 ha approvato la spesa di circa 36 miliardi di dollari per l’acquisto di 12 nuovi sottomarini d’attacco, che verranno costruiti dalla Francia e assemblati ad Adelaide. Si tratta del più grande appalto australiano per la difesa in tempo di pace e la consegna dovrebbe avvenire nel 2030. Tuttavia, a onor del vero, nel gennaio di quest’anno, sono sorti dei problemi in merito alla partecipazione australiana al progetto, con l’Amministratore delegato dell’azienda francese che ha messo in dubbio la capacità australiana di fare efficacemente fronte agli impegni assunti. Ciò nonostante, la volontà politica è chiara e il percorso ben determinato, tant’è che lo scorso 27 ottobre il Governo Federale, in seguito alla crescente incertezza strategica nell’area di casa, ha annunciato che dal 2021 interromperà la sua trentennale presenza navale nelle acque mediorientali.

I Paesi rivieraschi dell’Indo-Pacifico, enormemente differenziati per struttura politica, istituzionale, sociale, economica e capacità militari si stanno muovendo in un contesto di sicurezza internazionale sempre più complesso e dinamico, dove è ormai estremizzata la competizione per lo sfruttamento delle risorse marine.

Una differenziazione che si manifesta anche nell’eterogeneità delle percezioni che essi hanno circa il senso di sicurezza complessivamente prodotto nell’area dalla permanenza della flotta statunitense. Alcuni Paesi, infatti, ritengono che la presenza americana abbia il doppio valore di deterrente ma anche di potenziale motivo di escalation con la Cina. Ciò comporta una corsa al posizionamento strategico che coinvolge tutti.

L’Indonesia, per esempio, il 22 ottobre ha negato l’autorizzazione all’atterraggio sul suo territorio degli aerei spia statunitensi, in modo da non urtare la suscettibilità cinese e rimanere equidistante tra i due contendenti.

L’avvenire a medio termine del mondo dipende da ciò che succederà nel prossimo decennio in questo immenso scacchiere, che ha diretta influenza su circa due terzi della popolazione mondiale e su oltre la metà della produzione globale. Tuttavia, anche se al momento la Cina, potenza egemone nell’area, per propri motivi non appare intenzionata allo scontro ma, al contrario, al mantenimento della pace, altri governi della regione potrebbero essere animati da intenzioni differenti, ed essere indotti a compiere prima o poi azioni aggressive, magari proprio nell’area che si trova al centro degli interessi cinesi, il Mar Cinese Meridionale.

Si tratta quindi di una realtà instabile e pericolosa. Non ci vuole molto a comprendere come una qualunque provocazione, reale o percepita, intenzionale o meno, possa facilmente causare una rovinosa escalation dagli effetti virtualmente devastanti, visto che in quell’area più di un potenziale giocatore, da una parte e dall’altra, è dotato di armamento nucleare e che l’incendio potrebbe propagarsi anche in altre aree del mondo.

È pertanto diventato di importanza globale scongiurare il pericolo di eventuali decisioni unilaterali introducendo efficaci meccanismi di prevenzione, sul tipo di quelli efficacemente sperimentati durante la Guerra Fredda, per evitare che in quell’area del mondo si inaspriscano le rivalità e per evitare che eventuali confronti armati aggiungano gravi problemi in un continente e in un mondo che non ne hanno affatto bisogno.

 

Renato Scarfi

 

1 “Peace looks fragile in Asia”, di Paul Dibb, uno dei massimi esperti militari del Pacific Rim e direttore del Centro per gli Studi Strategici di Camberra, sull’International Herald Tribune 19 giugno 2002 (articolo ripreso anche dal New York Times)

2 Peter Frankopan, Le nuove vie della seta, Mondadori, 2019, pag. 104

 

articolo pubblicato originariamente su Difesaonline

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, pur rispettando la netiquette, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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PARTE I PARTE II PARTE III

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