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Il piano di invasione di Malta del 1940: le forze in gioco – parte II di Gianluca Bertozzi

Reading Time: 6 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MALTA – MAR MEDITERRANEO
parole chiave: piano di invasione, Malta, Regia Marina italiana, Royal Navy

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Un altro problema da considerare erano i tempi di navigazione
Le navi da guerra italiane, partite dal porto più vicino in Sicilia, avrebbero raggiunto l’isola di Malta in otto ore mentre un convoglio di mezzi da sbarco avrebbe avuto bisogno di ben undici ore. Questo significava che l’impossibilità di percorrere la tratta durante le poche ore di buio di una corta notte estiva e le operazioni di imbarco delle truppe avrebbero richiesto quanto meno ventiquattro ore.

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le potenti navi classe Littorio

Ciò avrebbe dato un vantaggio notevole al nemico che sarebbe potuto essere avvisato in congruo anticipo dalla ricognizione aerea. Tenendo conto che navi francesi da Orano avrebbero raggiunto le acque maltesi in 30 ore mentre quelle inglesi da Alessandria d’Egitto in 36, la finestra di superiorità navale italiana nelle acque maltesi si sarebbe ridotta a una finestra di 24/36 ore e poi si sarebbe dovuto combattere una difficile battaglia navale contro forze preponderanti o quantomeno equivalenti, essendo per lo più vincolati da un convoglio di unità di trasporti molto lente.

I possibili protagonisti
La Regia Marina italiana era quindi consapevole che uno sbarco a Malta sarebbe stato una buona mossa di apertura ma doveva affrontare una situazione non semplice.

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RN Littorio

Agli inizi del 1940 la flotta era formata da sei navi da battaglia, di cui due di nuovissima costruzione (classe “Littorio”), anche se in addestramento iniziale, e quattro entrate in servizio nel periodo 1913-1916, ma rimodernate in modo significativo tra il 1935 e il 1940 (di cui due anche esse in addestramento iniziale). Inoltre sette incrociatori pesanti, i cosiddetti “diecimila”,  e dodici incrociatori leggeri moderni.

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San Giorgio

Erano anche in servizio un vecchio incrociatore corazzato (San Giorgio), utilizzabile solo come batteria costiera, e due vecchi incrociatori leggeri di preda bellica (Bari e Taranto) impiegabili in ruoli minori.

I Britannici contrapponevano la flotta del Mediterraneo, con una componente di navi maggiori composta mediamente da 4-5 corazzate, una decina di incrociatori e una o due navi portaerei che comunque potevano essere rapidamente rafforzate da navi provenienti da altri mari. Dobbiamo infatti considerare che la situazione complessiva britannica nel campo delle “grandi navi” era all’inizio del 1940 di 15 corazzate, 8 portaerei e 57 incrociatori. Tra l’altro le perdite avvenute nei primi scontri con i Tedeschi si erano limitate ad una corazzata e a due portaerei. La Marine Nationale aveva in servizio sette corazzate, una portaerei e 18 incrociatori, quasi tutte concentrate nel Mediterraneo.  

In sintesi, ciascuno dei due nuclei di forze costituiva un avversario di tutto rispetto e riuniti sarebbero stati una forza soverchiante, anche tenendo conto della certezza che la Regia Aeronautica italiana avrebbe potuto fornire un supporto molto limitato. Dati questi rapporti di forze si comprende perché Supermarina considerasse il periodo 1942/43 il primo momento utile per cui ci si potesse impegnare in un conflitto.

Questo nell’ipotesi che tutte le navi da battaglia ai lavori o in addestramento fossero pronte e la Marina tedesca avesse raggiunto una consistenza adeguata. Al loro completamento si sacrificò lo sviluppo di altre componenti della flotta, consapevoli della scarsità di risorse e dell’impossibilità di procedere alla loro contemporanea costruzione per limiti industriali e di risorse. Inoltre per quegli anni era sperabile che la Regia Aeronautica avrebbe sviluppato adeguate capacità antinave. In altre parole, fino a quella data non sarebbero stato possibile un’invasione ma solo un colpo di mano anfibio cioè un attacco da condurre con forze limitate, sbarcabili in 24 ore, che non sarebbe stato possibile alimentare. Una specie di azione da forze speciali con altissime possibilità di insuccesso.

La Regia Marina italiana di quegli anni subordinava la creazione di forze anfibie e antisommergibili alla costituzione di un nucleo da battaglia nel presupposto, da me condiviso, che solo con grandi navi di rilevanti qualità offensive sarebbe stato possibile affrontare le forze navali anglofrancesi. Queste, se riunite, avrebbero infatti potuto impedire di rifornire la Libia e qualunque azione offensiva anfibia. Ciò non vuol dire che si disconoscesse la necessita della componente di scorta convogli o anfibia. Infatti si procedette alla costruzione di prototipi e preserie per sperimentare i materiali ed avere pronti progetti da riprodurre per quando fosse giunto il momento. Per la componente di scorta si ordinarono il prototipo Albatros e le Torpediniere classe Orsa e, in parallelo, si effettuarono studi per il naviglio anfibio.

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RN Adige

Dopo il prototipo RN Adige, della fine degli anni venti, in grado di trasportare 700/800 uomini per brevi tratte (non più lunghe di una notte) e di sbarcarli con l’ausilio di una passerella prodiera dopo l’incaglio, la Regia Marina decise di sviluppare il concetto della nave da sbarco polifunzionale e nel 1934 vennero ordinate due navi da sbarco/navi cisterna classe Sesia. Con un dislocamento di circa 1500 tonnellate, queste navi erano in grado di trasportare ciascuna un piccolo gruppo tattico di circa mille uomini, con una batteria di accompagnamento e una dozzina di carri L3 e, dati i tempi, una cinquantina di muli in stalli oppure, in alternativa, un gruppo di artiglieria campale motorizzato.

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Le sistemazioni logistiche permettevano alle truppe imbarcate di sopportare alcuni giorni di navigazione che unite alla velocità di dieci nodi e all’autonomia di alcune migliaia di miglia dava al complesso un discreto raggio d’azione. Erano navi di discreta efficienza nel ruolo, le cui curiose linee d’acqua decrescenti e il ponte di sbarco estensibile a manovra elettrica permettevano sbarchi anche su spiagge libere non facilissime da raggiungere. La polivalenza del disegno era data dalla capacità di agire come posamine, potendo trasportare un centinaio di mine di ormeggio e cinquecento metri cubi di acqua dolce, cosa che le rendeva idonee al rifornimento idrico delle isole. La discreta riuscita della prima coppia di navi portò ad ordinarne un’altra coppia che avrebbe reso possibile il trasporto di tutti i battaglioni del Reggimento San Marco con un gruppo omogeneo di navi da sbarco. 

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La dottrina della Regia Marina non escludeva operazioni anfibie ma la consapevolezza dei limiti industriali del Paese le limitava ad azioni del tipo colpo di mano con una forza a livello brigata/reggimento, al massimo a livello di Divisione, precedendo lo sbarco di un consistente corpo di spedizione da sbarcare normalmente in banchina.

Il fallimento di un’azione analoga contro il porto di Cartagena fece comprendere la vulnerabilità di queste navi (come del resto delle successive LST americane) e si comprese che dovevano essere precedute da un’ondata di sbarco trasportata da mezzi da sbarco più piccoli e meno vulnerabili che dovevano eliminare le difese costiere. Si pianificò la costruzione di 100 motolance con rampa abbattibile prodiera in grado ciascuna di trasportare una quarantina di uomini o un carro M11 e una ventina di bettoline posamine e cisterna del programma di costruzioni del 1939 che avrebbero potuto essere utilizzabili per operazioni anfibie pur con varie limitazioni.

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Carro Fiat-Ansaldo M 11/39

Questi mezzi avrebbero dovuto permettere lo sbarco di una rediviva brigata marina (i battaglioni del San Marco) e di una divisione di fanteria, probabilmente la divisione Bari, che rinforzata da qualche mercantile per il trasporto di truppe e rifornimenti, sarebbe stata una forza senza equivalenti nel Mediterraneo e con pochi equivalenti nel mondo. Questa Forza anfibia nazionale, se adeguatamente armata e addestrata, sarebbe stata utile contro molti obiettivi greci e jugoslavi e contro Malta, se le difese non fossero aumentate eccessivamente.

Tuttavia L’entrata in guerra precipitosa impedì la formazione dei reparti e il loro addestramento. Furono infatti mobilitati solo due battaglioni del San Marco e la divisione Bari, che era stata appena formata e non aveva effettuato alcun addestramento, tanto meno anfibio, fu impiegata precipitosamente sul fronte albanese subendo, come prevedibile, perdite pesanti senza costrutto.

 

fine II parte – continua

Gianluca Bertozzi

 

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