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La Tratta dei Neri: tra Africa e Europa di Gabriele Campagnano

Reading Time: 7 minutes

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI-XIX SECOLO
AREA: AMERICA
parole chiave: schiavismo, tratta degli schiavi
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Tratta dei Neri, Negrieri… parole che generano all’istante immagini di navi stracolme di uomini. Mercanzia fatta di carne e sangue, venduta e acquistata in base a un singolare equilibrio tra avidità del venditore e del compratore.

Nel n.3 de Il Giornale Militare Italiano e di Varietà, pubblicato il 9 marzo 1846, c’è un interessante disamina dello schiavismo. Non si tratta di una trattazione storica accurata, ma di un violento j’accuse al sistema – gestito da compratori europei e venditori africani – che ha consentito un enorme travaso di persone in catene da un continente all’altro. Ci sono anche diversi aspetti interessanti che riguardano la prosa, che è molto ricca e preferisce il termine “nero” al più utilizzato, in quel periodo “negro”.

l’ultima nave negriera, la Clotilde

Nel 1846, il processo di abolizione dello schiavismo sta andando avanti molto velocemente in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, il flusso di schiavi sta diminuendo in modo drastico, ma alcune leggi, come la Fugitive Slave Law of 1850, mostrano un deciso interesse per il mantenimento dello status quo. Bisogna inoltre ricordare che l’ultima nave a sbarcare schiavi neri è la Clotilda, nel 1860, 14 anni dopo, quindi, la pubblicazione di questo articolo.

Dopo la scoperta del nuovo mondo, se il primo pensiero degli Europei fosse stato di civilizzarne gli abitanti con l’educazione, invece di far fruttare il suolo con la violenza, i tre quarti dell’America non sarebbe attualmente popolata di schiavi, e l’emancipazione degli Stati Uniti e di San Domingo non sarebbe stato il risultato di tante battaglie e di tante carneficine.

Ma dopo avere stancato il suo genio e la sua energia in una lotta sterile con l’ignoranza e l’avarizia del suo secolo, Cristoforo Colombo morì prima di poter perfezionare la sua impresa – come Mosè ai confini della terra promessa – e col crepacuore di lasciare desolato dal brigantaggio un paese dove aveva sperato di far regnare la giustizia, e degli schiavi ad abbrutire in vece del popolo che egli si proponeva di educare a civiltà. La massima parte di coloro che, dopo Colombo, intrapresero quella lunga e perigliosa pellegrinazione, erano avidi avventurieri che si recavano nel continente scoperto da quel grande Italiano, con le stesse intenzioni con le quali i saccheggiatori si gettano in un campo di battaglia lasciato dai soldati vincitori. Fu questa una vera invasione dell’antico mondo sul nuovo: ma l’Europa, invece di diffondere la sua civilizzazione sull’America, non vi sparse che la schiuma della sua corruzione.

Per farsi un’idea della feroce cupidigia dei primi invasori basta leggere di volo le storie della conquista dell’America, per quanto i fatti possano esservi alterati dalla parzialità dei contemporanei. Giammai forse si è abusato più vilmente della superiorità delle forze fisiche e morali, giacchè gli Europei adoperavano le cognizioni delle quali erano forniti e l’inganno, per opprimere quelle numerose popolazioni che l’ignoranza faceva deboli, e si comportavano verso di esse nello stesso modo che se si fosse trattato di domare delle tigri o dei leoni, e non li riguardavano come uomini se non che per farne dei schiavi. E per far ciò si adoperava l’astuzia con i deboli e la violenza con i recalcitranti.

Ma uno stesso destino toccava a quelli che si rendevano spontaneamente come a coloro che venivano presi, e gli uni e gli altri venivano aggiogati come buoi e destinati a lavorare a profitto dei loro carnefici quella terra della quale poco prima erano padroni. E quelli che riuscivano a fuggire venivano inseguiti da tutte le parti e per lo più raggiunti, e carichi di catene venivano condannati a estrarre dalle viscere della terra quei preziosi metalli dei quali i loro oppressori erano sitibondi. E guai a chi trovava troppo pesante quel giogo o troppo corta quella catena la forza brutale non tardava a comprimere qualunque sforzo che facessero per liberarsi, giacché il fuoco dei fucili agevolmente superava le frecce americane, e le loro membra nude non avevano alcuna difesa contro il taglio delle sciabole europee.

Ma tali orrori passavano quasi inosservati. In Europa non si parlava di altro che delle immense ricchezze del nuovo mondo. Tutti gli avventurieri erano rivolti verso questo nuovo Pattolo [fiume noto come Crisorroa, “fiume d’oro”, prima che Pattolo, figlio di uno dei molti amori mortali di Zeus, vi si gettasse dentro dopo aver concepito un figlio con la sua stessa sorella], ed ognuno di essi che tornava carico d’oro invogliava a partire per l’America una numerosa masnada di nuovi avventurieri. Molti delinquenti, intimoriti o perseguitati dalle leggi, si dirigevano verso questo paradiso terrestre nel quale esse non avevano alcuna forza. L’America rassomigliava allora a quella montagna delle tradizioni marittime che attira delle flotte intere da un punto all’altro del mondo.

La natura del clima aveva un bel difendere quel paese, distruggendo una parte degli assalitori che il cammino, ingombro di cadaveri, non valeva ad arrestare quel torrente di predatori sitibondi che, acciecati dall’avarizia, imitavano la stolta voracità del pesce che va a mordere l’ amo al quale è attaccato un brano di un altro pesce. D’altronde, il tempo e l’abitudine finiva per acclimatare i più deboli. Ma un inconveniente più grave e che il tempo non fece che sviluppare si fece sentire bentosto nelle nuove colonie: il numero degli invasori andava di giorno in giorno crescendo, ne venne la conseguenza che mentre il numero degli oppressori andava crescendo, quello degli schiavi di giorno in giorno diminuiva.

Alcuni morivano spossati dall’eccessivo lavoro, altri erano vittime della disperazione, molti venivano massacrati nella repressione delle sollevazioni, moltissimi restavano sepolti vivi nelle miniere, altri finalmente fuggivano a truppe nelle foreste dove amavano, piuttosto, di condurre una vita meschina ed incerta, ma indipendente, che vivere dell’amaro pane della schiavitù. Le transazioni, assai frequenti, che in seguito gli Europei furono costretti a fare con alcuni capi americani rispettabili e potenti, accrebbero ancora il numero dei padroni.

Da ciò ne seguì che gli Europei si avvidero al momento che l’America presentava loro i più ricchi tesori di esser mancanti di braccia per profittarne. Cosa spaventevole a pensare! Un secolo di schiavitù era bastato per divorare la metà della popolazione del nuovo mondo. Allora nacque la tratta dei neri d’Africa, degna figlia del brigantaggio e della schiavitù. Fu verso i primi anni del XVI secolo che i navigli europei cominciarono a visitare le coste d’Africa, per cercarvi dei rinforzi di schiavi, per trasportarli nelle Antille.

I reclutatori di neri si rivolsero ai capi delle popolazioni africane per mandare ad effetto questo esecrabile mercato di carne umana. E per indurli con più sicurezza e facilità a farsi carnefici dei propri fratelli, cominciarono dal corromperli fomentando nei medesimi il vizio che più inaridisce il cuore, e che si sviluppa con più rapidità nei selvaggi: l’avidità. E, disgraziatamente, riuscirono a sviluppare nei capi africani questo schifoso vizio, facendo vedere ai medesimi mille bagattelle il prezzo maggiore delle quali consisteva nell’ignoranza dei neri. Fa d’uopo rammentarsi quanto, specialmente in quell’epoca, gli Africani fossero barbari, e con quanta facilità si diffondono le prave abitudini, per formarsi un’idea della desolante rapidità con la quale gli Europei riuscirono a far germogliare nell’Africa gli schifosi vizi, che a bello studio s’ingegnarono di diffondervi. Abbiamo parlato dello schiavismo e della tratta dei neri in molti altri articoli, tra cui: Schiavi a Zanzibar, Schiavismo Islamico, La Condizione degli Schiavi nelle Colonie Spagnole e La Rivolta degli Zanj.

La promessa, bugiarda, ma seducente, di condurli in un paese magnifico dove avrebbero potuto menare una vita dolce e senza pensieri non era stata sufficiente a determinare un solo nero a lasciare il suo miserabile abituro, ad abbandonare quelle arene infuocate. Ma l’avarizia si era fra quei meschini selvaggi così ingigantita, che alla vista d’un vile pezzo di metallo si affrettavano per averlo, a vendere i loro fratelli e talvolta anche se stessi. E i capi vendevano i loro sottoposti, le guardie e perfino le mogli per fare acquisto di sciabole e di fucili ; e guerreggiavano gli uni contro gli altri al solo oggetto di far prigionieri e di venderli agli esecrabili mercanti di schiavi. L’abbrutimento giunse a segno tale che si videro intere famiglie vendersi per fare acquisto di collane meschinissime di cristallo, e il padre conduceva legato il figlio, e il fratello più debole per barattarlo con una pistola o con un pugnale. E gli Europei si applaudivano di fare così buoni affari!! Ne queste sono esagerazioni, ne la condizione di quei paesi è dopo tanti anni megliorata, giacchè esiste ancora più di un negrière che passa la vecchiaia nell’opulenza, che provvede all’educazione dei figli, e che dota le figlie con i guadagni fatti in quel mercato di oro (che così essi chiamano quell’iniquo traffico di carne umana).

Dopo l’invenzione della tratta dei neri, l’Africa divenne un magazzino di uomini, e gli uomini non furono più che una mercanzia come il zucchero e il caffè. Tutti conoscono le designazioni inumane di legno d’ebano, di casimirra nera con le quali nel gergo dei negrieri si chiamavano i neri, e quanto si sia abusato di tal gergo: ma non si rammenteranno mai abbastanza per dare un’idea completa di ciò che fosse la tratta dei neri, la quale se fu barbara nella sua origine, divenne tanto più crudele quanto più si rese facile e comune.

Gabriele Campagnano
articolo originariamente pubblicato su http://zweilawyer.com/
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