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Il sommozzatore corallaro, un mestiere unico al mondo di Roberto Barbieri

livello elementare
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ARGOMENTO: UOMINI DI MARE
PERIODO: PESCA
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Corallo rosso, Sardegna, pesca, Alghero

 

Per millenni il corallo rosso del Mediterraneo occidentale è stato pescato da arabi, catalani, provenzali … con semplici attrezzi. Tronchi di legno, singoli o a croce, zavorrati da pietre e con attaccati tanti brandelli di rete da pesca. Questi attrezzi venivano trascinati da barche a vela e remi sopra gli scogli coralligeni, distruggendo tutto, e raccogliendo quei pochi rami di corallo che rimanevano attaccati alle maglie delle reti. I fondali marini della Sardegna occidentale erano, e lo sono tuttora, uno dei luoghi più importanti per la pesca del corallo rosso. Alghero nei secoli ha fatto di questa pesca una risorsa importante, e con questa pesca (e successivo commercio e lavorazione del pescato) catalani, liguri, siciliani e campani si sono arricchiti.

pesca tradizionale del corallo con croce di Sant’Andrea

Passano i secoli. Nel 1954 arriva ad Alghero il primo subacqueo corallaro. Si chiama Leonardo Fusco ed è di Palinuro. Si accorge che negli anfratti delle falesie di Capo Caccia e Punta Giglio c’è un pò di corallo ed inizia a raccoglierlo. Lo strumento che consente la respirazione autonoma subacquea è l’erogatore, messo a punto dieci anni prima, in Francia, dal mitico Jacques-Yves Cousteau e dall’ing. Emile Gagnan (si chiamava Aqualung). Prima di quella rivoluzione epocale dell’esplorazione subacquea, potevano accedere ai fondali marini solo i palombari (vincolati però alla superfice dalla manichetta dell’aria) o i militari che usavano il respiratore a ossigeno (che non consentiva però di superare i 10/15 metri ed era alquanto pericoloso). Sistemi inutili per pescare il corallo rosso.

Con l’uso del nuovo erogatore il sommozzatore è finalmente libero, respira normale aria, compressa in una o più bombole. A patto di rispettare i tempi e le tappe di risalita, può effettuare immersioni sicure fino ad un limite di 40/60 metri (limite che varia fisiologicamente da soggetto a soggetto). La notizia che Fusco ha trovato corallo nel mare di Alghero si propaga velocemente. Ed arrivano così i primi e più famosi subacquei dell’epoca. Più che subacquei corallari, sono metà pionieri di una disciplina che sta nascendo e metà avventurieri. Raschiano dagli anfratti di Capo Caccia il poco corallo rimasto e poi si accontentano di recuperare e vendere le cassette di munizioni buttate in questo mare alla fine dell’ultima guerra. Ed è cosi che un giorno due di loro, Ennio Falco ed Alberto Novelli, entrambi napoletani, scoprono la grande grotta sommersa di Nereo. E’ grande come una cattedrale gotica, ha dieci ingressi diversi e le pareti e la volta sono tappezzate di grandi rami di corallo rosso. Racconta quella scoperta, romanzandola notevolmente, un articolo della neonata rivista Mondo Sommerso a firma di Renata Falangola. E’ il 29 agosto del 1959 e i due subacquei già citati insieme a Cesare Olgiaj, compiono un’impresa rimasta insuperata e che, con il senno e le conoscenze di oggi, fu un’autentica pazzia.

Novelli and Falco ritornano in superficie trionfanti dopo aver effettuato l’immersione record a 131 metri nel mare di Nisida (Napoli) – foto Mondo Sommerso ottobre 1959 

Avevano già vinto, nel 1956, il record di immersione in apnea superando la barriera dei 40 metri. Adesso volevano battere il record di immersione ad aria. Nel mare di Nisida scendono tutti e tre insieme fino ad oltre 131 metri di fondo e risalgono vivi. Ne parleranno tutti i giornali del mondo. Nessun subacqueo, da allora, ha superato quel limite respirando aria ed è risalito a raccontarlo.

Il problema sta nel fatto che l’aria (composta per il 21% di ossigeno e per il 78% di azoto) è perfetta per essere respirata fino a profondità di 50/60 metri (con notevoli variabilità individuali), ma ha due pericolosi effetti se si supera questo limite: l’ossigeno diventa sempre più tossico (fino ad uccidere) e l’azoto diventa sempre più narcotico (ebrezza di profondità) fino a togliere ogni lucidità mentale al subacqueo ed esponendolo a rischi anche mortali.

Il libro scritto da Leonardo Fusco

Ma torniamo ad Alghero ed ai corallari 
Ripulita la grotta di Nereo, sembrava che il corallo rosso fosse finito. Poi ci si accorse che ce n’era, e tanto, ma era nelle secche profonde al largo, proprio al limite delle immersioni con l’autorespiratore ad aria, ed anche oltre. Inizio così una vera e propria corsa all’oro dove i corallari si contendevano tra loro e con le barche coralline (che continuavano a pescare con i metodi tradizionali) i ricchi banchi di corallo. La coesistenza dei due sistemi di pesca non fu per nulla pacifica ed in Sardegna durò circa trent’anni (fino al 1989 quando venne finalmente abolito l’uso dannosissimo dello strascico, o croce di Sant’Andrea o “ingegno”).

A quei tempi ogni subacqueo corallaro faceva due immersioni al giorno anche a 70/90 metri, cercando di sopportare l’ubriacatura dell’azoto e sopportando le immancabile embolie (bend) che lasciavano come postumi articolazioni doloranti ed irrigidite. Era come un lavoro di miniera. Il corallaro scendeva con 3/5 bombole sulle spalle ed un luce sulla testa per vedere ciò che faceva. Con una semplice piccozza rompeva la roccia sotto la base di un ramo di corallo e poi lo deponeva delicatamente in una cesta, o coppo, che teneva appeso al collo. Quando la cesta era piena, o quando l’aria stava finendo, risaliva. Era tutto artigianale, dalla manutenzione degli erogatori alle tappe e tempi di decompressione spesso molto fai da te. I più esperti conoscevano le tabelle della US Navy o quelle in uso presso la società Comex di Marsiglia, ma poi le adeguavano alle loro particolari esigenze. Questo perché ancora oggi le immersioni fatte dai corallari non hanno uguali nel mondo. Le immersioni professionali profonde (oltre 50 metri) usano infatti altre tecniche, molto più sofisticate e complesse. Soltanto nella pesca del corallo il sommozzatore effettua l’intera immersione da solo, senza vincoli di controllo e di sicurezza e senza un operatore esperto pronto ad intervenire in caso di pericolo.

Negli anni ’60 e ’70, in piena epopea di pesca all’oro rosso, molti corallari hanno lasciato le loro vite nel fondo del mare. Compreso Ennio Falco, morto a 38 anni facendo corallo a S. Teresa. Era il 1969. Da una parte il miraggio di trovare uno scoglio intatto, ricoperto da un bosco di grandi rami di corallo, spingeva i subacquei sempre più ai limiti, aumentando il rischi di incidenti. Dall’altra, le attrezzature erano ancora poco affidabili e le tabelle di decompressione incerte. In pratica, se dopo un’immersione profonda per un dato tempo, il corallaro risaliva e non aveva conseguenza, quella era la sua tipologia di immersione.
In quegli anni, proprio perché si trattava di una professione notoriamente rischiosa, la società svizzera Omega regalò alla città di Alghero una camera iperbarica quadriposto. Per i corallari (allora non erano ancora iniziate le immersioni turistiche) si trattò di un grandissimo regalo. Ma, collocata nell’ospedale civile, non venne mai utilizzata. Gli amministratori di allora dimostrarono cinico disinteresse per la categoria dei corallari, salvo piangere lacrime di coccodrillo quando ne moriva uno.

Corallo di Alghero

Ma poi il limite arrivò comunque, perché ripulito tutto il corallo tra i 60 e gli 80 metri (e l’ingegno continuava a fare la sua parte), quello che rimaneva era troppo fondo per le immersioni ad aria. Nessuno dei cercatori d’oro rosso poteva essere così pazzo da andare oltre questo limite. Accadde però un fatto nuovo. Nei primi anni ’70 i francesi misero a punto una miscela respiratoria adatta per le immersioni profonde. La soluzione era l’uso di un gas dalle caratteristiche molto particolari: l’elio. L’elio deve il suo nome al fatto che fu identificato per la prima volta nella corona solare. Il sole e tutte le stelle ricavano la loro energia dalla trasformazione idrogeno-elio. E’ un gas inerte, leggero e chimicamente molto stabile. Non ha, come l’azoto, effetto narcotico, e non forma molecole (come l’ossigeno o l’azoto) ma si presenta in singoli atomi. Queste caratteristiche lo rendono perfetto per sostituire l’azoto nelle miscele respiratorie per immersioni profonde. Non crea narcosi e la sua leggerezza facilita notevolmente lo sforzo respiratorio del subacqueo in immersione. Pertanto dagli anni ’70 i corallari iniziarono ad usare le miscele “trimix” ovvero composte da ossigeno, elio ed azoto. Ebbero in questo modo accesso ai ricchi banchi coralligeni fino a 120/130 metri di profondità. Nel trimix per immersioni profonde, è necessario ridurre la percentuale di ossigeno presente nella normale aria e le varie percentuali dei gas debbono essere calcolate accuratamente. Ad esempio per un’immersione in sicurezza a meno 100 metri, i gas possono essere così miscelati: 12% di ossigeno, 28% di azoto e 60% di elio. Unica vera controindicazione il costo elevato dell’elio (circa 20/30 euro al mq), ma con l’uso di questo gas le immersioni a corallo diventarono molto, molto più sicure e permisero finalmente ai subacquei corallari di arrivare vivi all’età della pensione.

Infine, l’ultima innovazione tecnica, in ordine di tempo, fu l’uso del rebreather, ovvero di un autorespiratore a parziale recupero dei gas espirati. Il rebreather è meno ingombrante e più leggero da portare sulle spalle rispetto alle pesanti bombole da 18 litri di volume. Permette inoltre una maggiore autonomia sia sul fondo che in risalita. Richiede però una attenta e costante manutenzione, soprattutto nel sistema di filtraggio dell’anidride carbonica e nel dosaggio dell’ossigeno.

l’oro rosso – photo credit andrea mucedola

La giornata di un subacqueo corallaro inizia la mattina presto perché, lavorando lontano dalla costa, è più probabile che non ci sia vento e che il mare sia calmo. Negli anni scorsi il punto di immersione veniva controllato dalla telecamera del R.O.V. (Remotely Operated vehicle) un minisommergibile filoguidato utile per esplorare il fondale e che ottimizza il lavoro del corallaro consentendogli di non immergersi a vuoto. Ogni corallaro ne aveva a bordo uno. Oggi è vietato perché è troppo facile farne un uso disonesto.

Calato un segnale (pedagno) ed aiutato dall’esperto marinaio, il corallaro si veste ed entra in acqua. La discesa è veloce, aiutato da una pesante zavorra. Nel tragitto verso il fondo respira normale aria per poi passare alla miscela trimix. Ha a disposizione circa 15 minuti per staccare con delicatezza dalle pareti coralligene i rami più grandi di corallo rosso, quelli con almeno un centimetro di diametro alla base. Poi sgancia un segnale che corre verso la superficie e riempie d’aria un secchio rovesciato o un bidone di plastica per aiutarsi nella risalita. Intanto il marinaio, che ha seguito le fasi dell’immersione controllando le bolle che salgono lentamente in superficie, cala una robusta cima guida, utile come appoggio al corallaro per le prime due ore di decompressione. Poi il corallaro terminerà la decompressione nella camera iperbarica a bordo della barca (in gergo si dice che effettua il “salto in camera”), mentre il marinaio dirigerà verso il porto. Ogni anno i corallari effettuano, durante la stagione di pesca, circa 80/100 di immersioni. Gli incidenti che purtroppo accadono, sono in realtà rari, se rapportati al numero di immersioni. Il vero rischio sta nel fatto che in questo tipo di immersioni lavorative profonde non vincolate, il margine di errore è minimo. Ovvero un piccolo dettaglio che va storto o un momentaneo malore può trasformarsi in tragedia.

Il corallaro ha un solo modo per aumentare la sicurezza durante l’immersione: standardizzare la procedura d’immersione in ogni sua fase e ridondare l’attrezzatura (doppi computer, doppi erogatori, doppi segnalatori, e magari due marinai,…). Ci sono professioni che hanno percentuali di rischio decisamente maggiori. Per esempio un vigile del fuoco, per quanto esperto e preparato, deve ogni volta che interviene operare in circostanze e contesti sempre diversi e per lui nuovi, con rischi imprevedibili. Mentre il corallaro deve solo ripetere ogni giorno una sequenza ben collaudata. Deve però anche saper rinunciare all’immersione se il tempo peggiora, se si accorge che c’è troppa corrente, se la sera prima ha fatto tardi o se c’è scappata una birra. E qui si apre un altro argomento. Chi realmente guadagna dalla pesca del corallo rosso sono i commercianti. Il corallaro non guadagna quanto dovrebbe dal suo lavoro anche perché le spese per questa pesca sono ingenti. Bisogna pagare la tassa annuale, mantenere la barca, pagare un esperto e fidato marinaio, comprare i costosi bomboloni di elio, rinnovare l’attrezzatura tecnica,…e quindi, ogni giorno utile si deve lavorare. Un’immersione rimandata sono soldi persi. Ed allora il corallaro qualche volta…rischia.

il corallaro Dino Robotti recentemente scomparso ad Alghero

Da poco è morto, durante un’immersione di lavoro nel mare di Alghero, il corallaro Dino Robotti. 38 anni. Sommozzatore di grande esperienza, era figlio di corallaro e era anche OTS (Operatore Tecnico Subacqueo), la figura professionale specializzata in lavori subacquei di ogni tipo. Anche chi scrive è un OTS e conosce le problematiche di questo settore. Questa specifica figura professionale si forma in corsi molto difficili e selettivi ed acquisisce le competenze per operare sott’acqua in condizioni anche estreme: scarsa o nulla visibilità, inquinamento, freddo, alta profondità,…ma sempre con elevati standard di sicurezza. Però, come già detto, le immersioni profonde a corallo sono uniche come tipologia, e non possono essere affrontate con le tutte le norme degli standard professionali perché sarebbero costosissime. Espongono pertanto il corallaro al rischio, sia pure basso, di un malfunzionamento dell’attrezzature o di un malore durante l’immersione.

Accade anche che, dopo un triste incidente, ci siano giornalisti o non addetti ai lavori che propongono l’uso del ROV per la pesca diretta del corallo. Personalmente penso che sarebbe un disastro. Le leggi italiane a tutela delle specie marine vengono rispettate pochissimo e la vigilanza è difficile e scarsa. Liberalizzare l’uso del ROV significherebbe in pratica consentire a chiunque, ovunque e tutto l’anno, di pescare corallo rosso a proprio piacimento. Già ora il corallo viene abbondantemente pescato di frodo con lo stesso ROV o con ingegni artigianali. E controllare tutto l’alto mare è molto difficile. In realtà da alcuni decenni è in atto una vera guerra per il corallo: da una parte il mestiere tradizionale del corallaro, dall’altra chi vorrebbe la pesca robotizzata. Intanto cresce la pesca abusiva e chi ci rimette è sempre il mare. Inoltre, il ROV non consente una pesca selettiva, come invece fa il sommozzatore, e non potrà mai avere la “manualità” del colpo di piccozza del corallaro.

Fausto Zoboli, foto anni ’60

E’ proprio il mestiere del corallaro, unico al mondo, che in qualche modo deve essere salvaguardato 
Come? La regione sarda avrebbe molti modi. Dovrebbe intanto favorire il ricambio generazionale di questo mestiere ed attivare corsi di formazione per OTS e per l’uso delle miscele. Dovrebbe formare anche il “marinaio” del corallaro. Dovrebbe prevedere quote di pesca ed eliminare la stagionalità della pesca (che peraltro non è oggi finalizzata a tutelare il periodo riproduttivo dell’animale, ovvero inizio estate). E poi potrebbe aiutare economicamente il corallaro, diminuendo la tassa di concessione annuale o agevolando l’acquisto dell’elio, così come si aiutano altre categorie di pescatori nell’acquisto delle reti. Anche Alghero dovrebbe in qualche modo tutelare questa pesca tradizionale e ricordare il contributo che i sommozzatori corallari hanno dato alla storia mondiale dell’esplorazione sottomarina. Il mare di Alghero è stato protagonista in questa avventura proprio come lo fu, per secoli, con la tradizionale pesca delle barche coralline. Alghero dovrebbe essere fiera di questa storia, e come minimo raccontarla in un Museo del Mare. E’ proprio il basso numero dei corallari autorizzati e la loro pesca selettiva che consente al rosso corallo di esistere e resistere nei fondali della Sardegna occidentale. Ma questo mestiere non è, come qualcuno vuol far credere, in estinzione. Il rosso corallo della Sardegna ha un alto valore economico e giustifica pienamente il mantenimento della figura tradizionale del sommozzatore corallaro.

ceramica artistica di Alberto Cuniberti

Non modifichiamo questi equilibri con l’uso scriteriato del ROV. Un utilizzo, quello del ROV, che non è voluto dalla maggior parte dei corallari in attività, ed a cui lo stesso Dino Robotti era fermamente contrario. E poi non dimentichiamo che dobbiamo rivolgerci al mare sempre con rispetto. Il corallo rosso è lo scheletro di un animale marino, così come l’avorio sono i denti degli elefanti, i pettini per capelli sono (erano) carapaci di tartarughe e le pellicce morbide e bianche sono ciò che resta di un piccolo di foca.

Non è mai giusto uccidere animali selvaggi per trasformali in gingilli, soprammobili, cornetti scaramantici, orecchini, braccialetti o pellicce. E se proprio lo si vuole fare, perché dietro non c’è solo un’economia ma anche una tradizione ed una professione, che lo si faccia almeno rispettando giuste norme, giuste leggi e il buonsenso.

 

Roberto Barbieri
naturalista con indirizzo marino. Sommozzatore OTS e istruttore subacqueo 3 grado Fipsas/Cmas. Videoperatore subacqueo e documentarista, vive ed opera ad Alghero.

 

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