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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Bacoli: La nave oneraria romana di Marina Grande, una storia cominciata quasi duemila anni fa – parte II di Ciro Amoroso

livello elementare
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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA SUBACQUEA
PERIODO: I SECOLO D.C.
AREA: DIDATTICA
parole chiave: relitto, Bacoli, Baia
.

Da quel giorno nefasto sono passati duemila anni, e nella nostra mente scorrono immagini di volti scavati in solchi di rughe, insieme a voci, sorrisi, dolori, lacrime e fatica: ricordi che non torneranno più con le stesse persone, ma rimarranno senza più possibilità di cancellarli. Siamo nel 1993, quando un nobile figlio della Terra Ardente, il compianto Eduardo Scognamiglio, conduce un’accurata indagine sulla storia di quell’antico naufragio nelle acque antistanti Marina Grande.

il mosaico dei lottatori nell’area subacquea archeologica di Baia (Napoli)

Scrive il grande archeologo e fotografo subacqueo flegreo: “Oggetto di questa breve nota sono le vicende e gli scarsi e sparsi resti provenienti da un relitto di nave romana naufragata al largo della Marina di Bacoli (Napoli) che, seppur ormai avulsi dal contesto originario, conservano tuttavia un valore documentario, essenziale ed affidabile, sia per quanto riguarda la cronologia che la natura del carico trasportato. Si tratta per lo più di anfore, di ceramiche di accompagno e di alcuni oggetti della dotazione di bordo. Nessuno degli oggetti presi in esame proviene da scavi o da recuperi regolari: si tratta del frutto di recuperi clandestini e pertanto costituisce soltanto una minima frazione di ciò che è andato disperso. Pur con queste limitazioni, tali materiali conservano notevole interesse, giacché si è riusciti a localizzare il sito del relitto da cui provengono, a circa trenta metri di profondità, su un declivio fangoso antistante la Marina di Bacoli.

Alla fine degli anni ’60, quando alcuni frammenti di anfore s’impigliarono nelle reti da pesca, ebbe inizio il saccheggio del carico che finì disperso nei mille rivoli del mercato clandestino. Progressivamente fu, quindi, asportato tutto lo strato superficiale del carico fino a che sul limo del fondo non restò più alcun materiale in evidenza; così radicale poteva apparire il saccheggio da fare ritenere definitivamente compromesso e forse perduto per sempre anche quanto restava delle strutture dello scafo.

fig. 1

Nonostante la gravissima spoliazione cui è stato esposto per tanti anni, il relitto bacolese risulta però ancora in grado di restituire una larga messe di informazioni, tanto più se, finalmente, si condurranno indagini sistematiche sul sito che si è ora rintracciato. A giudicare dal complesso dei materiali esaminati, il carico risulta costruito da anfore vinarie Dressel 2 – 4 (fig. 1) attestate in due varianti, una delle quali caratterizzata dalla presenza di un bollo, impresso in cartiglio rettangolare (cm. 4,5 X 1,4), che su una sola riga segna il nome LMNESIT, da sciogliere L (uci) Mnesit (ei) (fig. 2).

fig. 2

Almeno ad un primo spoglio, il bollo non risulta finora altrimenti attestato, ma la forma e l’analisi dell’argilla dei contenitori sembrano chiaramente indirizzare verso l’area pompeiana, come zona di produzione delle anfore e del vino in esse contenuto.

Insieme alle anfore facevano parte del carico numerose tazze emisferiche del tipo Mayet XXXIII (fig. 3) diffuso in epoca augusteo-tiberiana, ma altri reperti, che per l’unicità

fig. 3

della loro attestazione meglio si adatterebbero ad essere considerati parte della dotazione di bordo, fanno ritenere che la datazione del relitto debba posticiparsi di qualche anno. E’ ciò che suggerirebbe, ad esempio, la brocca mono ansata assimilabile alla forma Marabini L (fig. 4), ascrivibile ad epoca tardo tiberiana-primo claudia ed è ciò che ribadiscono altri reperti.

 

fig. 4

fig. 5

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra questi, un’anfora Haltern 70 (fig. 5) induce a ritenere il carico non posteriore alla metà del I sec. d.C., anche un esemplare di anfora Dressel 6 (fig. 6) e una piccola anfora del tipo Pompei 36 del Mau depongono a favore di quest’ambito cronologico, consigliando una datazione all’età claudia, poco prima della metà del secolo. Dal relitto provengono, inoltre, tre anelli di piombo (fig. 7), del tipo che di frequente si rinviene su relitti di navi da carico romane, e anche il catillus di una macina circolare di tipo manuale (fig. 8). Il carico della nave, a quanto è dato giudicare anche in considerazione dell’estrema frammentarietà e scarsezza significativa del materiale ceramico ritrovato, appare composto prevalentemente da anfore di diverso tipo e, in più casi, anche nella cronologia.

fig. 7

Fig. 8

 

 

 

 

 

 

Le anfore
Per conservare i prodotti destinati alla commercializzazione su vasta scala e agevolarne il trasporto, che avveniva soprattutto via acqua in quanto più veloce ed economico, era utilizzata prevalentemente l’amphora, un grosso contenitore di terracotta dotato di collo stretto e lungo, che poteva essere chiuso con tappi di terracotta o di sughero, di corpo capiente, con due solide anse contrapposte per la presa e di un puntale d’appoggio. Tale forma che, con poche varianti, caratterizza tutti i tipi di anfora, non era certo casuale, ma dettata dalla necessità di facilitare lo stivaggio all’interno delle navi in enormi quantità.

fig. 6

Afferma infatti Publio Elio Aristide, scrittore e retore greco del II sec. d.C., che: “a Ostia (il porto di Roma) dopo ogni raccolto arrivavano così tante navi con carichi provenienti da ogni dove, che la città sembrava il magazzino del mondo”.
Le derrate alimentari contenute nelle anfore potevano essere di tipi diversi, sia allo stato naturale, che già lavorate. Al naturale, o in qualche caso in salamoia per prolungarne la durata, venivano commercializzati prodotti come olive, molluschi, pesce, frutta e miele; prodotti lavorati erano invece solitamente il vino, l’olio, le conserve di frutta e il garum (salsa di pesce).

 

Lungo l’antico litorale flegreo sorgevano diverse ville marittime, dotate di ampie piscinae in litore constructae, ovvero vasche per la coltivazione di pesce e molluschi, utilizzate da nobiles come simbolo di status e come fonte di guadagno (magis ad oculos pertinent quam ad vesicam – sono fatte più per appagare la vista che non la scarsella – M. T. Varrone, Rust., 3, 17, 2. Il relitto, come precedentemente asserito, era adagiato a circa 30 metri di profondità, su un declivio fangoso antistante la testata del molo della villa marittima di Q. O. Ortalo. Nel tempo però, con i resti lignei della nave ormai decomposti, una parte del carico di anfore, originariamente disposte su due livelli verticali di stoccaggio, scivolò verso il basso, inglobandosi nel sostrato melmoso di fondo. Stando alla “voce del mare”, alcuni anni dopo il saccheggio della oneraria romana, altri subacquei indagarono quel tratto di mare, rinvenendo, a circa 37 metri di profondità, altre anfore nel limo di fondo. Alcune di queste, ancora sigillate, contenevano centinaia di gusci di un particolare mollusco: il murice.

Il murice
Dalla sacca del murice si ricavava un colorante per tingere le stoffe: la porpora. Le stoffe tinte con questo colore diventavano preziose ed erano pagate a caro prezzo in tutti i porti del Mediterraneo. Il liquido colorante rosso estratto dal murice veniva mischiato all’acqua in grandi vasche.

da https://www.mariannabonavolonta.com/porpora-la-passione-per-gli-abiti-colorati-nel-mondo-antico/

Nelle vasche si facevano bollire le vesti che diventavano rosso porpora. Il processo di estrazione della porpora richiedeva diverse settimane di lavorazione ed era necessaria una gran quantità di molluschi per ottenere piccole dosi di colorante. Per questo le stoffe tinte con la porpora erano molto costose e solo i ricchi se le potevano permettere.

A questo punto la domanda è lecita: “E … chi soggiornava nella villa di Bauli e nelle residenze della vicina Baiae?

Le foto “sono” state realizzate dal mio amico Eduardo Scognamiglio.

Questi articoli sul relitto di Bacoli sono stati inviati da Vincenzo De Vita che, dopo la prima scoperta effettuata dall’archeologo Eduardo Scognamiglio nel 1967, lo ha riscoperto nel 2004, con successiva identificazione da parte del dr. Severino. All’epoca fu realizzato anche un bel filmato che potete richiedere agli autori. Per maggiori informazioni potete scrivere a Vincenzo De Vita
enzo.scuba@email.it

 

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